Pallidi re, sudore e piedi rotanti

Mi ci è voluto quasi un mese per finire Il re pallido – tra abbandoni, riprese e letture parallele – ma alla fine ce l’ho fatta. E devo dire che ne è valsa la pena. Non avendo mai letto nulla di David Foster Wallace («Cosaaa? Non hai mai letto DFW?!». Ragazzi, non vi distraete per favore. Di questa lacuna se ne era già parlato) ho deciso di partire seguendo il sentiero probabilmente più arduo, attaccando cioè il suo ultimo romanzo incompiuto. Ebbene, per le prime cento pagine ho annaspato. Quello che leggevo non mi piaceva per niente. Inutili, verbose descrizioni naturalistiche e una prosa fredda che più che noia (obiettivo dichiarato del romanzo) suscitava indifferenza. Poi arrivo al capitolo 9 e succede qualcosa.

L’autore, Davide Foster Wallace in persona, entra in scena. Si presenta, comincia a raccontarsi, a spiegare il libro che stiamo per leggere (o meglio: che stiamo già leggendo da più di cento dimenticabilissime pagine, ma forse questa è solo colpa del curatore. L’ordine dei capitoli lo ha scelto lui). E qui finalmente arriva la ciccia: la burocrazia come mitologia e  il conseguente proposito di comporre un inno alla noia. Il mio risveglio, di lettore indifferente quasi sul punto di frullare il libro dalla finestra, avviene surrettiziamente attraverso una nota a piè di pagina, apparentemente innocua, che avevo addirittura pensato di saltare:

Sono relativamente sicuro di essere l’unico americano vivente ad aver davvero letto tutti quegli archivi da cima a fondo. Non sono sicuro di saper spiegare come ho fatto. Chris Acquistipace, uno dei capiunità GS-11 del nostro gruppo di liquidatori standard, uomo di intuito e sensibilità fuori dal comune, aveva proposto un’analogia tra i documenti pubblici che circondavano l’Iniziativa e i giganteschi Buddha in oro massiccio che costeggiavano certi templi khmer. Quelle statue senza prezzo, mai sorvegliate né messe al sicuro, erano esenti da furto non malgrado ma a causa del loro valore – erano troppo grandi e pesanti per spostarle. Io ero sostenuto da qualcosa di analogo.

Mi sistemo meglio, riprendo a leggere con un’attenzione diversa. Ho fiutato qualcosa. Forse questo romanzo non è da buttare. Poi arrivo al capitolo 13 e al capitolo 13 si spicca definitivamente il volo.

Borges raccontò una volta di aver letto alcuni versi e di essersi trovato gli occhi pieni di lacrime. Quei versi (che mi sembra di ricordare non fossero memorabili, a detta dell’argentino) parlavano di una strada di Buenos Aires a cui Borges era affettivamente legato. Da qui la commozione, l’incanto. Ecco, quello che sto per dire può suonare come una banalità, ma ora che ho citato il precedente illustre ci penserete due volte prima di spernacchiarmi: nel capitolo 13 del Re pallido David Foster Wallace parla di un suo problema fisiologico. Il sudore eccessivo, il sudare improvvisamente e copiosamente in pubblico, con tutto il senso di disagio – spesso ai limiti della vergogna più nera – che ne deriva. I fan di Wallace sanno bene che questo dettaglio non è inventato (e spiega anche perché quasi tutte le foto di David Foster Wallace lo ritraggono con una bandana o un fazzoletto a cingergli la fronte). Lo scrittore soffriva veramente di questo tipo di reazione. Reazione che anche il sottoscritto conosce molto bene. Non so cosa siano gli attacchi di panico, ma ho un’ipersensibilità al caldo e so cosa significa ritrovarsi brillante di sudore mentre tutti gli altri intorno stanno freschi come rose, so cosa significa organizzare gli spostamenti a piedi, regolando tempi e ritmo dell’andatura, per evitare di arrivare grondante a destinazione. Eccetera. Ora, mi chiedo: è possibile che questo dettaglio di miseria umana in comune possa portarmi a giudicare un’opera d’arte con maggiore indulgenza? Beh, per me è andata così. Dopo aver letto la struggente descrizione delle catastrofiche sudate di Wallace io non sono riuscito a non provare una sorta di affetto fraterno nei confronti di questo scrittore e tutta la lettura ne ha positivamente risentito.

Già che sto divagando impunemente, tanto vale infilarci anche un altro aneddoto. Si tratta di una scoperta da archeologo della cultura pop che sono riuscito a portare a segno mentre leggevo Il re pallido ed è qualcosa di cui vado orgoglioso perché, spulciando internet, non ho visto nessuna pagina italiana riportarne notizia. Dunque per ora almeno in terra patria sono l’unico a essersene accorto. Di cosa sto parlando? A pagina 210 del romanzo-mammut David Foster Wallace scrive:

Il dormitorio dove alloggiavamo era proprio sulla Roosevelt, e le finestre principali davano su una grande clinica podologica – non ricordo il nome nemmeno di quella – con un’enorme insegna al neon sopraelevata che ruotava su un perno ogni giorno feriale dalle 8:00 alle 20:00 e aveva da un lato il nome e il numero di telefono mnemonico che finiva in 3668, e dall’altro l’enorme profilo colorato di un piede umano – noi immaginavamo che fosse un piede femminile, date le proporzioni – e ricordo che io e questo coinquilino avevamo concepito una specie di rituale per cui ogni sera alle 20:00 ci piazzavamo immancabilmente davanti alle nostre finestre per vedere l’insegna del piede spegnersi e smettere di ruotare quando la clinica chiudeva. Si spegneva sempre in contemporanea con le finestre della clinica e secondo la nostra teoria tutto faceva capo a un unico interruttore principale. La rotazione dell’insegna non si fermava all’improvviso. Rallentava poco a poco e la curiosità su dove si sarebbe fermata la faceva sembrare una ruota della fortuna. Il rituale prevedeva che se l’insegna si fosse fermata con il piede girato dall’altra parte, saremmo andati a studiare nella biblioteca della Uic, mentre se si fosse fermata con tutto o buona parte del piede girato verso le nostre finestre, l’avremmo interpretato come un “segno” (nel doppio senso di un’ovvietà disarmante) e avremmo mandato subito compiti e presunte responsabilità a farsi friggere optando invece per l’Hat, che all’epoca era il pub più in dell’Uic dove suonavano anche vari gruppi musicali, per farci una birra, tirare le monetine in un bicchiere del centro del tavolo e raccontare agli altri studenti finanziati dai genitori del rituale del piede rotante passando tutti per nichilisti fusi e fighetti.

Arrivato qui scatta il déjà vu. Sono sicuro di averla già sentita questa storia dell’insegna con il piede rotante e dei ragazzi che decidevano come passare la serata a seconda di come l’insegna si fermava. E a dispetto delle mie ridicole capacità di memoria dopo pochi secondi riesco addirittura a ricordare dove. Era una vecchia intervista a Beck, che avevo letto chissà quando, anni prima, su qualche numero del mensile Rockstar. Era stato Beck, prima di avere successo nel mondo della musica leggera, a inventare il rituale del piede rotante insieme ai suoi amici slacker del tempo. Così vado su Google e dopo un paio di ricerche… ta-dah!

Non solo ritrovo i dettagli della vicenda con i riferimenti all’intervista a Beck ma addirittura una foto dell’insegna (leggermente diversa da quella descritta da Wallace). E leggendo tutto l’articolo sul sito di Curbed LA scopro che l’icona del piede rotante è stata usata anche da Jonathan Lethem in un suo romanzo e dagli Eels in una loro canzone. Fa sempre una certa impressione risalire al grumo grezzo di realtà che lo scrittore ha forgiato nella sua officina trasformandolo in un manufatto letterario.

Insomma, a parte le mie delebili considerazioni, Il re pallido è davvero un libro incredibile. E migliora a mano a mano che si procede nella lettura. C’è il perfetto capitolo 25, dove Wallace descrive meticolosamente la ripetitività dei gesti di un gruppo di impiegati; i meravigliosi fantasmi nel capitolo successivo; un meraviglioso dialogo sulla bellezza, lungo 80 pagine (capitolo 46), tra un impiegato nerd e una sua avvenente collega. E poi c’è il capitolo 36.

Ecco. Il capitolo 36. Che a ben pensarci potrebbe essere estratto dal romanzo e funzionare come racconto autonomo. Il capitolo 36 è stupendo e terribile. È la storia di un ragazzino il cui progetto esistenziale consiste nel baciare ogni centimetro del suo stesso corpo, sottoponendosi – per riuscire nell’intento – a complessi esercizi ginnici. È una cosa che non si può descrivere, bisogna leggerla, per la maestria con cui è scritta, per il dolore controllato e l’estasi che Wallace è riuscito a costruire in quelle pagine. Prima di questo capitolo, e prima del Re pallido in generale, consideravo i fan di Wallace una combriccola di esaltati. Diciamo che ora mi sembrano un po’ meno matti di prima.

(La foto di David Foster Wallace è di Carla Gahr e viene da qui).

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