«Fantasmagonia»: letteratura per iniziati

Michele Mari, «Fantasmagonia» (Einaudi, 2012)Non l’universo mondo, bensì quel suo particolare sottoinsieme che chiamiamo cultura: letteratura e poesia, fumetti, teatro, cinema e saggistica varia. Che l’immaginario di Michele Mari sia questo è cosa nota da sempre. E da sempre viene richiesta al suo lettore una certa conoscenza di quei territori per potersi muovere con un minimo di agio. Da qualche opera a questa parte, però (e più precisamente da Rosso Floyd del 2010), Mari sembra volersi rivolgersi solo agli iniziati.
Il suo ultimo libro, Fantasmagonia, è un raccolta di 34 racconti, per la maggior parte inediti, alcuni già apparsi su riviste o antologie, scritti in un arco di anni che va dal 1996 a oggi. In ognuno di essi c’è un riferimento alla cultura, da Napoleone alle filastrocche popolari, da Salgari a Kafka, a Gianni Rivera.

Un sortilegio comune lega la quasi totalità dei racconti: la capacità di riconoscere l’embrione culturale da cui genera il racconto è condizione necessaria al godimento della lettura. Mancando questo riconoscimento si rischia di arrivare alla fine senza aver raccolto nulla, come un bambino a cui viene raccontata una barzelletta sconcia. Lui sa che c’è qualcosa da capire, e che lo farebbe ridere, ma quel qualcosa gli sfugge.

Duole ammetterlo – soprattutto se è proprio attraverso la forma racconto che si è cominciato ad apprezzare l’opera dello scrittore milanese (le sorprendenti raccolte degli esordi, Euridice aveva un cane; Tu, sanguinosa infanzia) – ma questo è di gran lunga il libro meno sbalorditivo di Michele Mari. Si salva una manciata di pezzi (e, guarda caso, alcuni tra questi rinunciano al meccanismo del riferimento a chiave che caratterizza la maggior parte della raccolta): Il patrimonio del popolo tedesco, Il sogno del fecaloma, La gloria traslata di Gaspard Pommardieu, Tre postille ad un soffitto viola, Sangue dalle rape e infine il bel racconto che dà il titolo al volume (sorta di manuale per la costruzione di un fantasma) e Iride e madreperla, il migliore a giudizio di chi scrive, un doloroso apologo sulla sconfitta della letteratura scritto da chi considera la letteratura il suo unico dio.

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6 pensieri su “«Fantasmagonia»: letteratura per iniziati

  1. Io invece, da lettrice fanatica, vi invito a considerare la tenerezza sobria e solenne eppur circonfusa di affetto che traspare da ogni parola….e che rende profondamente convincente quest’inno a ciò che rimane evanescente e celato eppur s’avverte presente come fosse l’essenza…
    paradossalmente penso invece che sia il libro che meno di tutti si rivolge ad iniziati (i riferimenti nascosti sono macroscopici della cultura: Shakespeare, Kafka, Pinocchio..impossibile non coglierli se si siano vissute almeno due decadi e si siano fatte le scuole superiori…a mio avviso).

    1. @ViolaAmetista:
      il punto non è la macroscopia del riferimento “colto”, quanto il suo peso all’interno della narrazione. Il racconto su Shakespeare da questo punto è esemplare: per chi non capisce che il personaggio del bambino è Shakespeare (sono d’accordo: è sicuramente una minoranza) quel racconto non significa nulla e non esprime alcuna bellezza, per chi lo capisce è solo una storiella a chiave, quasi un trafiletto da settimana enigmistica (hai presente il gioco “Chi ci ricorda?”?). Ecco, molto in “Fantasmagonia” è così. Molto, non tutto. Infatti qualche racconto si salva, ma ribadisco: a mio giudizio è l’opera più debole di Mari.
      (Per dire: in “Tutto il ferro della torre Eiffel” ci sono forse più riferimenti colti che qui, ma c’è anche una meravigliosa tensione narrativa, tanto che anche se qualche disgraziato non cogliesse la geniale trovata dei puntini di sospensione di Céline – per fare un esempio – avrebbe comunque tanta altra materia di cui godere).

  2. Buongiorno, devo dire che sono totalmente d’accordo con Viola. Già l’espressione “Si salva una manciata di pezzi”, detto con franchezza, mi pare davvero ingenerosa, per un libro così. Mettiamo che ci sia pure una chiave nascosta, un po’ elitarizzante, in gran parte dei racconti: come si fa a trascurare la qualità di scrittura che promana da ogni riga, lo scatto d’ingegno che avvita ogni racconto ad un’intuizione che nulla ha a che fare con l’autorispecchiamento erudito, semmai con l’ossessivo appigliarsi a cangianti cenge simboliche sopra un Nulla riesibito ad ogni passaggio? E’ un libro straordinario, per me, molto più maturo della prova narrativa breve precedente, fatta salva la perla degli “Otto scrittori” che, bontà sua e genio di Mari, fa cosa a sé.

  3. @Roberto:
    Per fare chiarezza. Ho scritto: “è il libro meno sbalorditivo di Michele Mari”. Che significa: questo libro è sbalorditivo (come tutto quello che ha scritto Michele Mari finora) ma è il meno sbalorditivo di tutti.

    “Si salva una manciata di pezzi” non è un’espressione ingenerosa. Dei 34 racconti di cui è composto il volume me ne sono piaciuti 7. Una manciata, appunto. (Si tratta, è chiaro, di un giudizio soggettivo).

    Ciò detto: un autore che ha scritto libri come “Filologia dell’anfibio”, “Tutto il ferro della torre Eiffel”, “Rondini sul filo” troppe “Fantasmagonie” deve produrre prima di calarmi davvero.

    Più tranquilli ora? 🙂

  4. @Federico:
    Per carità, Federico, se si dissente si dissente e basta, è il sale di queste cose, non c’è alcun male né deroga perniciosa a “tranquillità” 🙂 … “Filologia dell’anfibio” ad esempio io lo trovo un libro asfissiante, dove l’input ossessivo tradisce un vissuto non assimilato al tratto, altrove vigile e geniale, della funzione letteraria. Qui invece c’è purezza cristallina, ad eccezione del primo racconto “contestualizzante” con funzioni di raccordo preventivo. Ma ben vengano visioni e idee letterarie diverse, e che ciascuno se le tenga ben strette! ciao.

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