Bambini esclusi, davvero

Uno dei protagonisti del mio nuovo romanzo Bambini esclusi è terrorizzato dall’idea di diventare padre. Durante le interviste e le presentazioni in libreria che sto facendo in questo periodo mi viene chiesto spesso come è nato questo personaggio. Io rispondo che Gabriele (questo il nome) incarna una delle grandi paure della nostra epoca: quella di fare figli. La riproduzione, che fino al nostro passato recente era considerata qualcosa di naturale, viene oggi vista come una fonte di problemi.

Certo, c’è la crisi, i soldi sono pochi, l’acqua sta finendo, siamo già sette miliardi di individui, il tempo non basta mai. Ma non è che qualche decina di anni fa le cose fossero molto diverse (e ancora prima, forse, la situazione era addirittura peggiore). Eppure non è che ai nostri genitori è venuto in mente che tutto sommato fosse più opportuno non fare figli.

Poi leggo la notizia della clausola 10 dei contratti di collaborazione esterna della RAI. Con tutte le cautele e i dubbi del caso (come mai di queste cose si parla solo quando si toccano i giornalisti? E ancora: in passato, quando le donne erano meno tutelate di oggi, erano più preoccupate all’idea di fare figli?) non posso fare a meno di notare che – al di là di quel che dice la legge – cose come questa contribuiscono ad alimentare la paura di cui parlavo prima.

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Un pensiero riguardo “Bambini esclusi, davvero

  1. Beh, all’ inizio del novecento in italia si facevano figli con meno pensieri, all’ età di sei anni spesso erano nei campi o nelle miniere a lavorare. pare che l’ età media, a quell’ epoca, in certe zone raggiungesse i quarant’ anni…
    Io, ad esempio, so che se facessi un figlio, probabilmente non potrebe avere l’ istruzione e le possibilità che ho avuto io. A 14 anni sarebbe in fabbrica a lavorare. E se ha preso dal babbo nel tempo libero leggerebbe beckett o thomas bernhard.

    P.s. in fabbrica a lavorare se trova lavoro.

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