Fine delle presentazioni

Con la bella serata di ieri alla Libreria Orientalia Kissaten di Roma si è concluso – salvo novità dell’ultimo minuto – il tour di presentazioni di Bambini esclusi. Come sempre, in tutte le tappe di questo tour, mi sono divertito, stancato, mi sono chiesto a cosa servano le presentazioni, mi sono detto “fa parte del mestiere”, ho risposto a domande (a volte le ho fatte io stesso), ho letto pagine del libro, ho conosciuto bella gente, ho guardato con riconoscenza e orgoglio persone che non conoscevo venirmi a chiedere di firmare la copia del libro appena acquistata, ho contemplato platee affollate, semideserte, ma mai (per fortuna) vuote e – come sempre – mi sono tornate alle mente queste pagine del romanzo Prima di sparire di Mauro Covacich:

– Andiamo a prenderci un aperitivo. È meglio farli aspettare un pochino, – dice l’organizzatore, con la stessa complicità che gli era affiorata nella voce già nella prima telefonata, quando parlavamo di rimborsi spese. E io comincio a chiedermi se poi, sul palco, riuscirò a capire le domande di quest’uomo dalla prossemica così complicata.
L’enigma si svela due minuti dopo, quando ci sediamo davanti a tre Campari soda e Gianni estrae un libro da dietro la cintura.
– È il mio primo romanzo, – dice.
– Senza numero civico, bel titolo, – dico, trovandolo effettivamente intonato alla fluttuante indeterminazione del suo autore.
– Grazie, lo so che sei assediato da gente che ti fa leggere cose, ma… mi farebbe davvero piacere se… – dice Gianni.
– Assolutamente, lo farò molto volentieri, – dico, in un modo che ho imparato di recente, molto meno faticoso di quando bloccavo il mio interlocutore con il libro a mezz’aria e gli confessavo che non l’avrei mai letto. Quando menti a tutti e su tutto, rispondere alle ambizioni degli scrittori travestiti da organizzatori di festival letterari è la cosa più facile di questo mondo. Ovviamente una tal enfasi tradisce comunque le intenzioni, ma sventa sul nascere qualsiasi tipo di contraddittorio.
– Tu sei proprio di Avezzano? – gli chiede Susanna, a cui in realtà pare evidente che questo tizio con le gote rosse il petto da rugbista sia di qua, ma che vuole semplicemente aiutarmi a sviarlo dall’argomento Primo Romanzo.
– Sì sì, nato cresciuto vissuto ad Avezzano, – dice Gianni, mentre un vecchio, il terzo da quando ci siamo seduti, lo saluta entrando con un ossequioso «buona sera, avvocato».
– E fai l’avvocato, – dice Susanna.
– Esatto, – dice Gianni, ridendo confuso, come il bambino buono che dev’essere stato, com’ero anch’io quando fondavo parchi nazionali e non scrivevo romanzi.
– Be’, ottimo. Ci sono un sacco di scrittori che fanno gli avvocati, – dico, senza la minima convinzione.
– Sì sì, non è male. Vedi ogni giorno gente che ha problemi. Vengono in studio e ti regalano le loro storie, – dice Gianni, pronunciando anche lui, fatalmente, la parola «storie», plurale, minuscola, democratica, intrisa della sua mitologia di basso profilo, così vincente nel piccolo mondo dei fabbricanti di libri, giornali e fiction televisive. – Però, sai, questo è un posto dove puoi sentirti molto solo. E non ti nego che se faccio cose tipo il festival, che comincia stasera proprio con te, è soprattutto per uscire un po’ dall’isolamento.
– Ma tu non ti devi sentire solo. Guarda che siamo tutti soli, – dico, con un tono così piatto da adulterare, in modo del tutto involontario, la verità oggettiva delle mie parole. Il fatto è che ormai siamo usciti dal bar e la mia attenzione è distratta dal flusso di ragazzi e ragazze che risale il corso principale in senso contrario al nostro. Ma allora c’è qualcuno in questo paese, penso. Non ci sono solo i quattro vecchi del bar. E già mi pregusto una platea gremita, gente sana di montagna, accorsa per assistere all’evento di fine primavera, professoresse di scuola media, universitari venuti da L’Aquila, casalinghe sottratte alla fiction di Canale 5 con le figlie piene di V di Valentino e spuma fissanti sui capelli e tanta, tanta voglia negli occhi. Conosco questo pubblico, lo incontro almeno quindici volte all’anno nei punti più remoti del territorio nazionale, è il mio pubblico, quello a cui appaio come una via di mezzo tra un evangelista e un venditore di coltelli. È la serata giusta per cominciare una tre giorni di cultura. Di qua non passa il Festivalbar, non passano le preselezioni di Miss Italia, di qua non passa neanche l’ultimo dei cabarettisti televisivi. Ma la cultura sì, la cultura viene, si siede, parla, firma dieci copie al banchetto in fondo alla sale, e alla fine non nega a nessuno un filo di speranza. Tre giorni di libri in una città che ha solo una cartolibreria, penso. Chi se ne frega, penso subito dopo.
Susanna mi prende per mano e mi guarda come per controllare dove guardo io. Ha ancora un modo dolce di sorvegliarmi, forse perché sente che non ce n’è bisogno. Le sue falangi, i begli ovali delle unghie che girano sopra le mie nocche: basta il contatto per ammansirmi. Quanto durerà questa resa incondizionata, quest’appartenenza? Avanziamo uniti in mezzo ai ventenni di Avezzano appoggiati alle seconde macchine dei genitori, le ragazze con la sigaretta ben dritta in cielo, i ragazzi col tribale sul braccio. C’è una tale effervescenza nel loro modo di ridere e di parlarsi che verrebbe voglia di succhiargli il sangue dal collo. Indago nei loro tronchi flessuosi, immagino vertebre ben distanziate, cuscinetti interdiscali perfetti.
– Questi non vengono a sentirci, – dice Gianni, indicandoli col mento, le mani ben dentro le tasche nei pantaloni da scrittore. E mentre annuisco quasi solo di sopracciglia, sento che il nostro rammarico dovrebbe essere comune, invece ci spinge in direzioni opposte: lui vorrebbe nutrire i loro cervelli con le vitamine della scrittura, io vorrei smettere di scrivere e regredire al loro anestetico rincoglionimento. Vorrei imparare da loro, scaricare da internet le suonerie del cellulare, tatuarmi il deltoide, passare le serate facendo le ciambelle col fumo. Vorrei restare per sempre con l’orecchio sulla pancia di Susanna, senza ricordi, senza pensieri, un orecchio su una pancia.
– Ecco, ti presento l’assessore, – dice Gianni, cinque minuti dopo, quando arriviamo di buon passo alla tensostruttura da cinquecento posti che il Comune ha predisposto per l’evento. – E questo è Mario, – aggiunge, – ha lavorato due giorni per prepararti una sorpresa.
– Bene, non vedo l’ora di vederla! – dico, stringendo la mano prima all’assessore e poi a Mario, un tipo segaligno sui sessanta, forse un volontario della biblioteca, che si schermisce bofonchiando qualcosa in dialetto.
Ma non entriamo subito, restiamo a scambiarci ancora qualche occhiata a una ventina di metri dall’ingresso, bloccati dal silenzio, o sarebbe meglio dire, dalla totale assenza di brusio che il tendone ci oppone come una forma di resistenza sovrannaturale, colma, in quanto tale, di sinistri presagi. Fuori, oltre a noi cinque, c’è una signora in scamiciato a fiori che solca nervosamente il prato stringendoci in cerchi sempre più stretti, senza mostrare peraltro la minima intenzione di stabilire un contatto. La poetessa del posto, penso. Ogni paese italiano ha una poetessa – con la veletta o in scamiciato, non importa. Entrerà per ultima in sala, chiederà per prima la parola e, partendo in buona fede con argomenti di altissima critica letteraria, finirà per declamare i suoi versi. L’imboscata della poesia, penso, giusto l’attimo prima che la signora scompigli le mie previsioni.
– Cominciamo, che dici? – chiede rivolta all’assessore e, senza aspettare risposta, ci anticipa di pochi passi verso il triangolo di luce artificiale che campeggia nel primo buio della sera come la scaturigine di quel silenzio assoluto. Sono le 21,35. L’orario sul volantino diceva 21,00.
– Sì, cominciamo, – risponde l’assessore alla signora in scamiciato – la moglie? Il sindaco? Un ispettore della SIAE? – e ci fa segno di accomodarci costringendo la sua bella faccia di eroe acheo a un sorriso pieno di cordoglio e rassegnazione.
Appena entriamo, il tecnico alla consolle abbassa le luci per creare l’atmosfera. Le sedie sono disposte in tre sezioni di circonferenza e convergono a mo’ di anfiteatro verso il palco, dove due poltrone rosse, due microfoni a batteria, due bicchieri e una bottiglia di acqua minerale premurosamente già stappata attendono che io e Gianni diamo loro senso nel modo migliore di cui siamo capaci, che è poi quello per il quale i nostri nomi, il mio in corpo più grande, sono stampati sui poster che tappezzano con generosità maniacale tutto il tendone.
Il fatto è che in sala non c’è nessuno. Non nessuno inteso come poca gente, ma nessuno inteso come nessuno, come neanche uno. E l’effetto a nido d’ape delle sedie tutte vuote, il ronzio assordante dei microfoni mal tarati, nonché la dissolvenza incrociata della mia faccia e della copertina del mio libro proiettate in loop continuo sullo schermo alle nostre spalle – la sorpresa di Mario, credo – creano in me un tale stato di incredulità da non farmi percepire il dolore che senz’altro da qualche parte sto provando. Voglio dire, mi capitano anche sale semi vuote, o quasi vuote, ma cinquecento sedie perfettamente allineate senza una sola persona seduta sopra è un’altra cosa.
È strano, mi sento quasi rilassato, non è mia la faccia che scivola ingrandita sullo schermo della sala, non sono io questo tizio col microfono in mano. È uno di quei momenti in cui mi appare tutto chiaro. C’è qualcuno che vive da tempo al posto mio, ecco la verità. Risponde al mio nome e si è messo pure a scrivere romanzi. Ma io sono un progettista di parchi nazionali, io disegno cuori per la festa della mamma, non c’entro con questo qui. Potete fargli quello che volete. Lasciatelo solo, quassù, a morire di vergogna, per me sarà solo un piacere. E così disincarnato, osservo avvicinarsi l’assessore, la signora con lo scamiciato a fiori e Mario. Camminano compunti, non trovano neanche la forza di sedersi, si stringono in gruppo sul lato sinistro, sotto una cassa da almeno mille watt, e aspettano. Solo Susanna accetta i panni del pubblico. Sceglie un posto in prima fila, il più centrale, il meno distante dalla mia, questa volta sì, stellare solitudine. Se potesse mi terrebbe la mano. Ma non ce n’è bisogno. Io sto sorridendo. Sorrido come il politico intervistato sugli scalini del Palazzo di Giustizia. Sono sereno, dice stentoreo il mio sorriso. Tra un attimo Gianni mi toccherà il braccio e mi sussurrerà nel tono più contrito: «Mi dispiace, non so cosa sia successo. Forse è meglio che scendiamo a fare due chiacchiere e poi andiamo a cena». E io annuirò col mio savoir fare da colluso e sarà tutto finito. Mentre penso così, incrocio lo sguardo di Gianni. In controluce le sue lenti sono cosparse macchioline di unto, ma dentro il vetro gli occhi brillano di un’intenzione sovversiva, quasi criminale.
– Bene, buona sera a tutti, – dice, dopo aver fatto toc toc sul microfono. – Scusate il ritardo, forse è proprio il caso di cominciare. Abbiamo l’onore di avere con noi… – e, spiegando un foglio A4 con la mia bibliografia, inaugura ufficialmente la seconda edizione del suo festival.

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