E se intanto smettessimo di dire che la lettura è un piacere?

Il titolo di questo post fa una cosa spesso considerata irritante (ma forse, sul web, efficace): risponde con una domanda a un’altra domanda. E la domanda in questione è: come fare a convincere quel 51% di italiani che non legge a dedicarsi alla lettura almeno una volta all’anno?

Da un po’ di tempo sto ragionando su questa cosa e mi è tornato in mente un aneddoto personale.

Devo avere circa otto anni. Sono nel salotto della casa dei miei genitori e sto guardando gli scaffali della libreria insieme a mio padre. Benché sapessi leggere e scrivere da prima di iniziare le scuole elementari, per molti anni io i libri più che leggerli li ho guardati. Ho iniziato a leggere con assiduità solo molto tempo dopo, intorno ai diciotto anni, poi questa fissazione non mi ha più abbandonato. Tornando a quel pomeriggio, sono dunque con mio padre a guardare i libri e a sentirne parlare, quando lui prende un volume da uno scaffale e dice: “Vedi questo libro? Pensa che ci sono persone, anche molto intelligenti, che non sono riuscite a finirlo”.

Questo episodio è realmente accaduto, l’importanza che io gli do potrebbe invece essere frutto di una mia interpretazione gonfiata, ma a me piace pensare che se io oggi sono un “lettore forte” è perché quel giorno mio padre (il quale, per paradosso, faceva parte di quel gruppo di lettori che non è riuscito a finire l’Ulisse di Joyce) mi ha indicato una vetta da scalare, un traguardo da raggiungere. Sono stato folgorato sulla via della letteratura non grazie alla promessa di un piacere, bensì alla prospettiva di una difficoltà.

Oltre dieci anni dopo sono sulla scalinata esterna dell’Aula Magna dell’Università La Sapienza di Roma. E ho quella copia dell’Ulisse tra le mani. E non mi sembra vero. Mi sento come uno scalatore che dopo una serie di ferrate in montagna giunga finalmente al giorno in cui si sente in grado di affrontare l’Everest. Di quella prima lettura dell’Ulisse ho ricordi vaghi, ma se dovessi trovare un aggettivo per definirla di sicuro non userei “piacevole”, così come – immagino – un atleta non direbbe mai che è “piacevole” affrontare una gara sportiva. Se mi chiedessero di fare l’esempio di un mio momento di piacere, potrei rispondere: un Martini ben miscelato con Bombay gin e scorza di limone, una ciotola di anacardi e io e mia moglie sul divano che guardiamo per la centesima volta un film di cui conosciamo le battute a memoria. Questo sì che è un momento piacevole, di sicuro non la lettura dei Fratelli Karamazov o del teatro di Sartre, che pure ricordo come alcune tra le esperienze più potenti della mia vita.

Oppure. In passato (ora sempre meno) mi piaceva nelle sere d’estate andare a fare footing. Ecco, no. Ci sono caduto anch’io. Non mi piaceva fare footing. Anzi, fare footing era faticoso, mi faceva male la milza, grondavo di sudore. Per uno perennemente fuori allenamento come me l’attività fisica è spesso fonte di nausea. Quello che mi piaceva davvero era il dopo. Il corpo scarico, la mente completamente svuotata e leggera, la doccia calda, sedersi a tavola mangiando con più appetito.

Si confonde spesso un effetto piacevole con l’esperienza che lo produce e si finisce per credere che anche l’esperienza sia piacevole. Ma non è così. Leggere non è un piacere, anzi di tutte le forme di fruizione dell’arte credo che sia la più faticosa e meno affascinante (a differenza dell’ascolto della musica, ad esempio, o della visione di un film). Se andiamo in giro a dire a chi non legge che leggere è bello rischiamo di creare delle false aspettative. Quello che dovremmo dire, invece, è che non ci si improvvisa lettori, che la lettura richiede tempo, impegno, dedizione. Che leggere un libro all’anno ha poco senso (così come ha poco senso fare footing una volta all’anno). Penso che se dicessimo la verità – e cioè che leggere non è un piacere e che semmai il piacere viene dopo, quando si torna nel mondo forti delle proprie esperienze di lettura – forse guadagneremmo meno persone alla causa della lettura, ma quelle poche sarebbero più determinate a proseguire in questo cammino.

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8 pensieri su “E se intanto smettessimo di dire che la lettura è un piacere?

  1. bruno

    Adesso non vorrei sembrare polemico, ma spesso, soprattutto con le letture avvincenti e disimpegnate, o quelle che riguardano argomenti che mi interessano molto, io a leggere mi diverto un mondo

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  2. annaritaverzola

    Avete ragione tutti e due. C’è il momento per scalare l’Everest e il momento per lasciarsi cullare nelle tiepide acque di un libro distensivo e divertente. Si tratta sempre di esperienze. Salutissimi.

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  3. Damiano Zerneri

    Oddio, sono un po’ scettico sul fatto che anche sfidandoli a portare a termine un’impresa che altri, colti, qualificati, non sono riusciti a portare a termine, si riuscirebbe a convincere quel 51% d’italiani che non legge neanche un libro a farlo. Credo, immagino almeno, di avere un’idea di che gente c’è là fuori, e dunque mi riesce difficile pensare che li si possa convincere anche solo a leggere… che ne so… un libriccino facilino ino ino. Non so. Per tutto il resto invece sono molto d’accordo con te. Ben detto e ben scritto.

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  4. Federico Platania Autore articolo

    Grazie a tutti per i commenti.
    A me sembra che questi tempi siano caratterizzati da una paura della complessità. “Intuitivo”,”veloce”,”diretto” sono alcune tra le parole più utilizzate per descrivere ciò che oggi è popolare. La lettura, l’esercizio della lettura, è qualcosa che si trova – mi sembra – all’opposto di tutto questo. A differenza di un videogioco multiplatform interattivo o alla possibilità di connettersi istantaneamente ad altri attraverso i social network, la lettura non è sexy.
    Io credo che la lettura (e per essere più precisi la lettura della parola scritta) stia diventando un’esperienza di nicchia (magari ci vorranno ancora duecento anni, ma la strada è quella). Chi si trova dentro questo mondo, a prescindere dal ruolo che ricopre, ha due possibilità: o accompagnare questo cambiamento (l’elite ha sempre avuto il suo fascino, in fondo) o cercare di far riguadagnare popolarità alla lettura. Se si sceglie questa seconda strada, il campo del “piacere” ci vede sconfitti in partenza. Un libro (poco importa se cartaceo o digitale) su quel fronte lì non può competere con ciò che oggi è davvero in grado di dare piacere.
    Forse bisognerebbe spostare il gioco su altri criteri: la bellezza, la forza, senza mai nascondere la difficoltà.

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  5. ducdauge

    Mi piace molto l’accostamento tra lettura e jogging (toh guarda, proprio in questi giorni ho iniziato a correre per mettermi un po’ in forma).
    Non so se è appropriato dire che la lettura non è un piacere: è più una questione di fatica, credo. Leggere un libro può e deve essere piacevole (faccio riferimento anche all’ultimo capitolo dell’Ulisse, tostissimo quanto piacevolissimo, da orgasmo intellettuale!). L’aggettivo esatto, secondo me, è “faticoso”: leggere è faticoso, richiede concentrazione, attenzione: ma dopo ci si sente bene, come aver fatto una lunghissima corsa.

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  6. Flo

    Tutto sommato sono d’accordo. Se ci interessa la lettura come fenomeno di massa e l’obiettivo consiste nell’ampliarne la popolarità (ovvero “contrastare” la popolarità di altri strumenti/prodotti di comunicazione/espressione), allora descrivere la lettura soprattutto come un piacere potrebbe essere un gigantesco errore di comunicazione. In questa ottica sarebbe meglio non togliere spazio ad argomentazione certamente più appropriate ed efficaci. I concetti di crescita individuale, maturazione, consapevolezza, conoscenza, maturazione emotiva, comprensione del mondo e così via, funzionano tutti meglio della prospettiva (inizialmente spesso disattesa) di un astratto e misterioso (esoterico?) piacere. In questo senso si può anche parlare di “cammino” e “ritorno nel mondo”.

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  7. la Clarina

    Punto interessante. Tutto sta nell’intendersi, credo, sul concetto di “piacere.” Concordo sul fatto che promettere generico “piacere della lettura” e poi piazzare il non-lettore solo al cospetto del parallelepipedo di carta tende a non essere una buona idea. D’altronde, non sono certa di saper immaginare nemmeno masse percentuali che migrano verso “il gusto acquisito della lettura” o “la sfida selettiva della lettura”…

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