La felicità e il male

"La felicità terrena" di Giulio Mozzi (Laurana, 2012)Se io fossi Giulio Mozzi, di due raccolte ne farei una. La felicità terrena e Il male naturale – uscite in prima edizione rispettivamente per Einaudi nel 1996 e per Mondadori nel 1998 e ora ripubblicate entrambe da Laurana tra l’anno scorso e quest’anno – sono raccolte nate quasi contemporaneamente e poi germogliate lungo due intenzioni distinte. Semplificando potremmo dire: il bene e il male. Ma sarebbe una semplificazione, appunto, tanto che all’epoca ci fu qualche disorientamento critico (vedi nota in calce a questo post) su dove collocare questo Mozzi: pulp o buonista?

Nessuno dei due, per come la vedo io. A rileggerli oggi, a breve distanza l’uno dall’altro, mi sembra che entrambi questi volumi abbiano lo stesso colore, quel nero illuminato da improvvisi bagliori che io immagino sempre caratterizzare certe profondità marine, una cupezza rischiarata a tratti dalla cartilagine elettrogena delle torpedini o dalla torcia di qualche subacqueo. Ecco, a me sembra che tra l’esordio a suo modo solare di Questo è il giardino e il successivo lavoro sulle forme della scrittura (Fantasmi e fughe, e ancora di più Fiction) Mozzi abbia deciso di calarsi in un abisso, pericoloso, soggiogante, e da quella scrivania sottomarina abbia raccontato sentimenti e zone d’ombra dell’animo umano con una profondità (perdonate il gioco di parole) che sarebbe stata impossibile ottenere restando in superficie.
Della nuova edizione del Male naturale avevo già parlato qui. La rilettura della Felicità terrena mi ha portato ad alcune riflessioni. Su tutte, l’idea – appunto – che la dicotomia rappresentata dalle due raccolte sia solo apparente. Si tratta, a me sembra, delle due teste di un’unica creatura. Un racconto come Roma (bellissimo) potrebbe albergare senza traumi nel Male naturale e anzi, per certi versi, anticipa quella raccolta, così come la splendida apertura costituita da Una vita felice anticipa, senza tradirne la catastrofe, il racconto Super nivem che sarebbe stato pubblicato due anni dopo.
Non tutti gli episodi sono riusciti (penso a Quanta neve o a Gilda T., presente solo nella nuova edizione) ma nel complesso qui Mozzi fa qualcosa che non ha poi più ripetuto: mette a punto una voce, originale, potente, e la lascia libera di scorrazzare e infilarsi in recessi da cui altri preferiscono tenersi alla larga. Lo fa con una buona dose di incoscienza, e forse proprio per questo i racconti che ne scaturiscono sono preziosi e disturbanti. In seguito Mozzi avrebbe continuato a usare quella stessa voce, asservendola però a progetti narrativi più consapevoli. Questa forza espressiva affascina e ferisce incontrollata solo qui, in queste due raccolte che io continuo a considerare un solo libro, per il quale non saprei però trovare un titolo. Se fossi Giulio Mozzi, forse, ci riuscirei.

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