Peppe Fiore e l’intruso spaziotemporale

Attenzione SPOILER: il post che segue raccontra, tra le altre cose, come va a finire il romanzo «Nessuno è indispensabile» di Peppe Fiore.

Se in un romanzo compare un foglio di LSD è inevitabile che prima o poi qualcuno finirà in acido. Così più o meno avrebbe detto Cechov se fosse vissuto a San Francisco all’epoca della controcultura e così succede nel finale del nuovo romanzo di Peppe Fiore, Nessuno è indispensabile, da poco uscito per Einaudi. Forse per questo ho trovato il finale poco sorprendente e comunque non all’altezza di un romanzo che invece merita un giudizio più che positivo. Quando il protagonista Michele Gervasini trova a casa del suo collega Enrico il foglio traforato imbevuto d’acido mi è stato subito chiaro che Fiore avrebbe usato quell’elemento per risolvere la narrazione: una metafora per dire come l’organismo azienda non sia più interpretabile attraverso la lucidità della ragione.

Ma Fiore è bravo, sa essere goliardico senza essere banale, ci sono pagine divertentissime, dialoghi veri. Mancano forse certi slanci lirici che avevo trovato nel precedente La futura classe dirigente e nei racconti di Cagnanza e padronanza. Qui siamo dentro una pura black comedy.

Vi starete chiedendo: ma quale sarebbe l’intruso spaziotemporale del titolo di questo post? (Lo so che non ve lo state chiedendo, ma è un espediente che serve a me per rilanciare il discorso). Bè, avete presente quello che succede in certi gialli, quando l’ispettore intuisce qualcosa ma non capisce bene cosa? Pensate a Poirot che parla con Hastings. «Non saprei, mon ami, ma in quella stanza le mie piccole cellule grige hanno avvertito qualcosa, come se ci fosse un oggetto fuori posto, ma quale?». Insomma, io una sensazione del genere l’ho provata leggendo il romanzo di Fiore. Riporto integralmente il brano in cui la sensazione misteriosa si è presentata:

Ma se Luigi Mirenna possedeva una sola dote manageriale, quella era l’assoluta, ermetica impermeabilità all’imbarazzo altrui: – Bene ragazzi, – chiosò applaudendosi da solo. – E adesso, alè. Scomettiamo che in tutto il palazzo siamo rimasti solo noi?
Non aspettavano altro. L’intero comparto Pianificazione e controllo schizzò in piedi come un sol uomo verso la porta. Pigafetta e Gervasini furono colti alla sprovvista: la circolare era stata letta da Mirenna mentre loro due stavano ancora imbottigliatti a bestemmiare sul Raccordo.
– Simo, che succede?
Gervasini raggiunse il gomito della Marchetti mentre lei era già sulla soglia. Appena sfiorata, si voltò con un guizzo.

Lì per lì ho continuato a leggere come se nulla fosse. Poi mi sono fermato di colpo. C’era qualcosa che non andava. Ma cosa? Sono tornato indietro, ho riletto e finalmente l’ho scovato, l’intruso spaziotemporale:

la circolare era stata letta da Mirenna

LA CIRCOLARE?! Ma come? Questo è un romanzo ambientato ai giorni nostri. Il protagonista si iscrive a un sito di incontri on line. I colleghi si scambiano SMS. La Gestione del Personale ti convoca via mail. E poi… la circolare! Non ho dati certi sottomano, ma immagino che da almeno vent’anni non si usino più le circolari nelle aziende. Al più persiste l’uso demodé di affiggere comunicazioni nelle intramontabili bacheche, ma non sono altro che versioni cartacee delle rispettive comunicazioni su intranet. Ecco, io immagino che in un’azienda come quella che ci ha raccontato Fiore fino a quella pagina, una comunicazione del genere sarebbe arrivata a tutti i colleghi via mail, di sicuro non sarebbe stata diffusa sotto forma di circolare.

Fiore non può avere commesso un errore così clamoroso, e comunque non sarebbe sfuggito all’editor. Secondo me si tratta di un errore voluto.

Breve digressione cinematografica. Prendete il film Shining, uno dei capolavori di Kubrick. Non si contano le scene in cui gli oggetti sono fuori posto, leggermente disallineati rispetto all’inquadratura precedente oppure platealmente capovolti. Platealmente si fa per dire, perché se nessuno ve lo dice (ma io ora ve lo sto dicendo) neanche ci fate caso. Poi se lo riguardate con calma, invece… Errori del genere capitano spesso sui set. Ma Kubrick era un proverbiale perfezionista, come può aver consegnato alla storia del cinema un film zeppo di errori così grossolani? Risposta: lo ha fatto consapevolmente. Una scelta estetica. Fine della digressione.

Ecco, secondo me Fiore ha voluto fare lo stesso. Pensateci bene: così come il collettivo trip lisergico finale è una metafora per dirci che non ha senso contrastare razionalmente l’abbrutimento aziendale, questa “circolare” che spunta fuori dal nulla è una perfetta ucronia che ci dice, con ironia lieve, come anche le aziende-modello (e la Montefoschi del romanzo è un’azienda modello) siano, nonostante la qualità delle retoriche che usano, visceralmente tristi.

Nell’ambito della narrativa sul lavoro (quasi un genere codificato, ormai) Nessuno è indispensabile è un romanzo che non rimesta nel cliché del precariato, non mette in scena personaggi con problemi economici, ma va dritto al cuore della questione: dice che ciò che rende deprimente la vita in azienda è l’azienda stessa.

3 pensieri su “Peppe Fiore e l’intruso spaziotemporale

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...