Un’ottima ragione per farlo

In questi giorni sto ascoltando spesso il primo e unico album solista di Mark Hollis, un lavoro di una quindicina di anni fa. Intitolato semplicemente come il suo autore, Mark Hollis è uno di quei dischi il cui valore si manifesta a scoppio ritardato. Al primo ascolto è proprio come ne hai sempre sentito parlare: un disco di musica rarefatta, elegante, forse anche un po’ lento e noioso in alcuni punti. Poi lo ascolti una seconda volta e una terza. E a un certo punto comincia ad affiorare la luminosa bellezza delle canzoni.

Lo stile di questo disco è tanto più significativo se si considera la sua posizione all’interno del percorso artistico di Hollis. Per chi non lo sapesse, Mark Hollis è stato il fondatore e leader dei Talk Talk, una band di successo degli anni Ottanta. I Talk Talk sono partiti da una dignitosa new wave commerciale, scrivendo alcune hit che sono entrate a far parte del canone di quel periodo (It’s my life, Such a shame). Poi, nell’arco di una discografia relativamente breve, hanno piegato il loro stile allo sperimentalismo, allontanandosi dalla formula aurea strofa-ritornello e componendo brani sempre più vicini a jazz, ambient e contemporanea. Oggi questa commistione di generi è diventata usuale, ma l’album che i Talk Talk pubblicarono prima del loro scioglimento, Laughing Stock, è del 1991 e all’epoca fu qualcosa che spiazzò critici e fans. C’è tutto un ramo importante del rock contemporaneo (dai Radiohead in poi per capirci) che nasce da lì.

Chi vide in Laughing Stock un nec plus ultra fu accontentato, perché dopo quel disco i Talk Talk si sciolsero. Mark Hollis non fece nulla per sette anni, poi – prima di ritirarsi definitivamente a vita privata – se ne uscì con quella sua unica prova solista.

Mi piace sempre quando i percorsi degli artisti sono icastici. Se dovessi disegnare il percorso musicale di Hollis traccerei una retta che punta verso una precisa direzione (i dieci anni trascorsi come leader dei Talk Talk), poi un segmento bianco (i sette anni sabbatici) e poi un puntino (il suo unico disco solista). E questo è quanto.

Mark Hollis una volta disse: «Prima di suonare due note impara a suonarne una. E non suonare una nota se non hai una ragione per farlo». Cerco di traslare questa massima di composizione musicale nel piano della scrittura. Ha senso dire: prima di scrivere due parole impara a scriverne una? Economia delle frasi, economia delle opere: non scrivere, a meno che tu non abbia un’ottima ragione per farlo. Sembrano concetti di tale buon senso che è difficile provare a smontarli. Eppure: chi di noi, magari illudendo se stesso, non è convinto di avere un’ottima ragione per scrivere ciò che va scrivendo?

E ancora, è condivisibile il suggerimento di imparare a suonare una nota prima di suonarne due, trovare la parola giusta prima di comporre l’intera frase, ma se guardo alla mia esperienza capisco che per me accade spesso il contrario: parto da un materiale grezzo, sovrabbondante, poi comincio a limare, scartando quello che mi sembra superfluo. Più scolpire che dipingere. Anche Hollis, dopotutto, nonostante i suoi consigli ai giovani musicisti, è partito da canzoni sature di sintetizzatori per approdare alle sue ultime velature sonore.

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