Lobo Antunes!

(da «L’ordine naturale delle cose» di Antonio Lobo Antunes, ed. Feltrinelli, 2001, trad. di Rita Desti)

Ancora oggi, a ottantun anni, oggi che vivo da solo dopo la morte di mia moglie, in una parte di casa a un quarto piano senza ascensore di Rua Ivens, e me ne vado a Largo do Camões e in cima a Rua do Alecrim a guardare il Tago, ancora oggi, quando passeggio per Loreto fino all’ascensore della Bica e vedo la città digradare al sole verso i depositi della Ribeira, ancora oggi, dicevo, non conosco Lisbona. Il dentista mi dissoda le mascelle nel suo studio a Príncipe Real, potando le foglie sempre più superflue dei denti, il medico dei reumatismi mi raddrizza il violoncello della schiena, a Santos, con l’aiuto di pomate, il dottore del cuore, che mi ha piazzato una pila fra le costole per rallentare il galoppo del mio sangue, mi proibisce i grassi in un pianterreno a Sapadores, dove gli sventurati in sala d’attesa sembrano avere tutti il cuore in mano, sormontato da una corona di spine come le immaginette di Gesù che adornano gli sgabuzzini delle portiere. La città, per me, è un’Orsa Maggiore di studi medici con la Stella Polare dell’oculista nel Rossio, nel palazzo con un’agenzia di viaggi che promette le Bermude a cataratte che annebbiano le mie pupille, incapaci di decifrare le lettere del cartellone sulla parete che si riducono lentamente, come la nostalgia di te, per stemperarsi nelle minuscole vocali dell’oblio definitivo. La città è una costellazione di sfigmomanometri, di punture lombari, di esami al cervello, di martelletti che fanno sussultare il ginocchio, di ventose di elettroencefalogrammi in cui le arterie iscrivono, su una striscia di carta, la loro firma illeggibile, una Via Lattea di ospedali e centri diagnostici separati da statue di duchi e di re che si indicano a vicenda con il dito, da una piazza all’altra, in accuse che oggi non capisco come non le capii quella domenica del millenovecento e cinquanta, quarantadue anni fa, quando scesi dal tram ai Restauradores, incalzato dal commesso della merceria, in cerca di una farmacia di turno in una foresta di sartorie, di osterie, di traverse con pensioncine equivoche e donne che, in giacca di pelle, sfioravano l’acrilico contro gli angoli e comunicavano con noi tramite il morse delle sigarette. Allora, come adesso, mi mancavano gli avvertimenti, i consigli e le proibizioni dei morti, mi mancava la palma delle Poste e la pasticceria delle signore bionde, mi mancava il crepuscolo degli alberi del bosco, mi mancavano le buganvillee, Conceição, i grappoli delle buganvillee penzolanti dal muro, mi mancava mia sorella Julieta che rincorreva i pulcini con un mattone fra le braccia, mi mancavano i valzer e la baraonda dei tanghi del grammofono a campana che a volte credo di udire qui, in Rua Ivens, se mi sveglio nel cuore della notte, torturato dalla gotta, con lo stinco in fiamme. Perfino il disprezzo di Jorge mi manca,

Finché i testicoli non ti cadranno non avrai pace

Jorge che, se fosse vivo, mi direbbe, rifiutando di salutarti, infastidito dalle tue varici, dalle tue pianelle, dai tuoi errori di grammatica, Chiaro che dovevi sposarti una sguattera, c’era da aspettarselo, per fortuna la mamma non c’è più per assistere a una vergogna del genere, perfino quel rachitico di mio nipote, che non ho rivisto, che non vedo da quando lasciai la Calçada do Tojal per venire a vivere con te mi manca, che gli sarà successo, che sarà successo a tutti, il dentista promise di rimpiazzarmi in bocca trentadue denti di plastica impermeabili all’alito cattivo, alla piorrea, alla carie, era domenica, Conceição, domenica, domenica come quando andavamo alla matinée dell’Eden, a vedere i film messicani di Cantinflas, trentadue denti che masticano, che non fanno male, che possiamo tenere in mano, che possiamo vedere senza lo specchio, che possiamo togliere per fare riposare le mandibole, il commesso del merciaio e io attraversammo i Restauradores

(una carrozza illuminata dal neon rotolava su un tetto)

imboccammo Rua dos Condes, superammo le birrerie con un tappeto di lupini dove solevamo cenare dopo l’Eden o il giorno in cui prendevamo la pensione e ci dirigemmo verso la Rua das Portas de Santo Antão lungo i muri di pietra in rovina dove si distinguevano le scale che conducevano a camere di moribondi solitari, con un tegame di fagioli o di patate accanto al letto, e nelle vicinanze del Coliseu pagliacci disoccupati, con le chiome di colore arancione, e trapezisti la cui sciatica impediva di volare e liberavano nuvolette di talco dai polsini, sognavano a voce alta di scendere correndo in pista per ringraziare delle ovazioni che non c’erano, come a me succede di cercarti la mattina, nella metà del guanciale dove non ci sei, e compare Julieta, un grembiulino con un nastro sciolto tra i capelli, e, spronata dalla voce di mio fratello, mi fa cadere sul petto, malgrado le mie proteste, un mattone gigantesco, era domenica

una domenica

una domenica del millenovecento e cinquanta, quarantadue anni fa, signori cosa ho fatto di male a Dio per avere un figlio tanto stupido?, le dame bionde abbandonavano la pasticceria per tornare a casa,

Con una sguattera ti dovevi sposare, c’era da aspettarselo, una parte di casa con uso di cucina e una famiglia di capoverdiani ad abitare con noi, Trentadue denti, signor Valadas, trentadue denti e ringiovanisce di vent’anni, vedrà che troverà pure una fidanzata, una pischelletta, giusto il tempo che il diavolo si strofina l’occhio, e mia sorella che mi rincorreva, brandendo il mattone sopra la testa, Ammazzalo, l’età confonde le voci del passato, ma so che era domenica ed era sera,

sì, una domenica

una domenica alle Portas de Santo Antão, contrabbandieri, prostitute, pagliacci, trapezisti e il commesso del merciaio e io che scendevamo, in cerca del bromuro, verso il Palazzo della Gioventù Portoghese sorvegliato dai legionari armati di pistola, Tu hai stretto la mano a un deputato, Frederico, hanno arrestato mio fratello, aiutami,

Mi sono sposato con una sguattera, è vero, lei comprava le sigarette del padrone nello stesso posto dove pranzavo io nei pressi del lavoro, una donna non giovane, né carina, né coi capelli tinti, l’unica che rispose con un sorriso al mio sorriso, che rimase ad aspettarmi al di là della vetrina, fingendo di osservare le bottiglie, Una sguattera, babbo, mi sono sposato con una sguattera, sono uno stupido,

e raggiungemmo la Praça da Figueira, così squadrata, e i palazzi con gli uffici deserti con un sacco di vedove, e subito dopo Praça da Figueira lo spiazzo di Martim Moniz, e farmacie non ce n’erano, nessuna farmacia di turno, Ammazzalo, e dopo Martim Moniz, la Rua do Benformoso, il Largo do Benformoso, l’Intendente, lampioni rossi, pianole di ciechi, sagome, e fu al bar Ninfa do Tejo che tutto ebbe inizio.

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4 pensieri riguardo “Lobo Antunes!

    1. Per gioco, immagino, o – se non ricordo male quello che viene detto in un capitolo successivo – per uccidere gli animali, che nel frattempo son diventati polli però.
      Più in là nel testo che ho qui pubblicato lo stesso mattone viene fatto cadere dalla sorella sull’io narrante, mentre sonnecchia nel letto.

  1. ho trovato questo blog per caso…
    cercavo notizie ulteriori su Lobo Antunes…che adoro.
    Ho appena finito di leggere per la seconda volta consecutiva il suo ultimo romanzo pubblicato in Italia Arcipelago dell’insonnia.(avara, con lui, l’Italia…e terribilmente lenta negli aggiornamenti!)
    Ha scritto altri tre romanzi, dopo questo e chissà quando li avremo…poveri noi!
    Mi rallegra il fatto che qualcun’altro, italiano, ne parli.
    Mi rallegra molto. Ché, ogni volta che lo nomino vedo facce indifferenti e teste che dondolano “No, non lo conosco”!
    ma come si fa!
    Per quanto mi riguarda, mai, mai, mai leggerò niente che mi appassioni così.
    E la cosa mi dispiace un po’.
    Comunque…lui c’è.
    E ancora scrive. E speriamo che…la cugina Hortelinda…lo conservi ancora.
    per lui e per moi.
    Un saluto grato
    Lucia

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