Scrittura a scarsa visibilità

through-the-clouds

Immaginate un vasto territorio sul quale costruire qualcosa: case, monumenti, strade. Vi serve una visione dall’alto, perché volete rendervi conto di come è fatto il terreno. È pianeggiante o montuoso? Ci sono corsi d’acqua? È circondato dal mare? E così via. C’è però un problema: l’unica foto aerea a vostra disposizione è stata scattata da sopra le nuvole, in uno di quei giorni in cui il cielo è cosparso di tante nuvolette dispettose che sembrano sbuffi di panna montata o sculture di schiuma da barba.

Si vede ad esempio una porzione di terreno perfetta per istituire il proprio quartier generale, il campo base da cui dirigere le operazioni dei numerosi cantieri che di lì a poco partiranno. Ma la terra che circonda questa parte è coperta dalle nuvole. Cosa ci sarà là sotto? Vasti campi di terra soda o crepacci popolati da fiere? E ancora: molto più in là, ecco una splendida terrazza naturale dove edificare un meraviglioso anfiteatro che affaccia sul mare, ma le nuvole non permettono di vedere se è possibile realizzare una strada che conduca fin lì. Di nuovo: ci sarà un terreno a noi amico o dovremo bonificare una vasta palude?

La sensazione che si prova nella fase iniziale della lavorazione di un romanzo è molto simile a quella che ho fin qui descritto. Ci sono  parti che vediamo con grande chiarezza e che ci piacciono molto (altrimenti perché ci saremmo imbarcati in un’avventura simile?) ma il resto, la maggior parte, è dentro la nebbia. Un capitolo, un dialogo, un personaggio spiccano perfettamente, ma come sapere se c’è una strada che ci porterà fino a destinazione? Sarebbe molto bello avere una visione chiara dall’alto, ma raramente questo è possibile. L’unica è scendere a terra e accendere i fari, procedendo lentamente e preparandoci all’idea che sicuramente ci perderemo, dovremo tornare sui nostri passi e cambiare strada più volte prima di arrivare alla meta.

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2 pensieri su “Scrittura a scarsa visibilità

    1. Grazie, Annarita. A quanto ho detto va aggiunta l’aggravante (almeno a me capita così) che a quel territorio ci si affeziona e che anche se alla fine si dovessero scoprire le paludi che lo rendono non edificabile sceglieremmo di restare lì, con gli stivali nel fango, a cercare di tirar su comunque qualcosa…

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