Diaboliche impolverate

Barbey_d'AurevillyLeggo Le diaboliche di Jules Amédée Barbey d’Aurevilly (1808-1889) incuriosito dal ritratto dello scrittore francese che Baroncelli fa nel suo Mosche d’inverno:

Dandy quando il dandismo è ormai passato di moda, ferocemente legittimista durante il Secondo Impero, furiosamente cattolico in un mondo che ha ormai perduto la fede.

Uno così, mi sono detto, va letto. Le Diaboliche, però, le ho trovate un po’ deludenti.

Molti – si dice – vedono in questi racconti gli embrioni della poetica di Edgar Allan Poe, ma a me sembra che di perturbante e oscuro in questa raccolta del 1874 non ci sia granché. Solo una delle sei storie mi è sembrata davvero disturbante. Per il resto, interminabili prologhi e uso indiscriminato della mise en abyme. Insomma: tutto molto datato e secondo me innocuo, nonostante all’epoca le opere di Barbey d’Aurevilly siano state considerate scomode ed estreme.

Il passaggio che ho trovato più interessante si trova nella prefazione scritta dallo stesso Barbey d’Aurevilly, quando, riferendosi alle sue Diaboliche, dice:

è ben inteso che, con il loro titolo, non hanno la pretesa d’essere un libro di preghiere o d’Imitazione cristiana… Sono tuttavia scritte da un moralista cristiano, che si picca però d’osservazione fedele, per quanto molto audace, e che crede – è la sua poetica – che i veri pittori possono dipingere tutto e che la loro pittura è sempre molto morale quando è tragica e quando suscita l’orrore delle cose che ritrae. D’immorale non ci sono che gli Impassibili e gli Schernitori. Ora, l’autore di questo libro, che crede al Diavolo e alle sue influenze nel mondo, non ne ride, e non le racconta agli animi puri se non per spaventarli.

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