I movimenti remoti

Goffredo Parise, autoritratto (1946-1948)
Goffredo Parise, autoritratto (1948)

«Il dubbio che i morti non siano morti per davvero s’incrocia e si sovrappone in Parise a un altro dubbio, o desiderio, simmetrico: che i vivi (a cominciare da lui stesso) potessero non nascere, rimanendo allo stato di pura possibilità nel pullulare del caso e del caos. Parise, figlio illegittimo, esercita un’interrogazione continua sulla propria origine biologica». Così Domenico Scarpa nel suo Storie avventurose di libri necessari. Tra le molte opere citate da Scarpa in questa raccolta di saggi, il primo romanzo di Goffredo Parise, I movimenti remoti, rientra a buon titolo perché la sua vicenda editoriale è piuttosto movimentata.

L’esordiente Parise scrisse questo romanzo sperimentale nel 1948. Il manoscritto andò presto perduto, lo stesso autore ne aveva solo un vago ricordo e la descrizione che ne dava a chi gli chiedeva dettagli su quell’opera risultò poi, quando il testo riemerse pochi anni fa, molto distante da ciò che quel romanzo era veramente.

Fandango lo ha pubblicato nel 2007 in un’edizione a cura di Emanuele Trevi. I movimenti remoti è il racconto di un morto che descrive ciò che accade dal momento dell’incidente automobilistico in cui perde la vita fino alla sua dissoluzione nel nulla. A mano a mano che il distacco dal mondo terreno si compie, la figura del protagonista si esprime in una forma sempre più vicina a quella poetica. Le ultime pagine dei Movimenti remoti ospitano infatti solo brevi versi.

Parise cala la sua opera prima in atmosfere decisamente insolite per l’epoca. Alla fine degli anni ’40 del Novecento la narrativa italiana è ancora dominata dal romanzo realista, dall’analisi storica: Moravia, Morante, Pratolini. Italo Calvino non ha ancora spiccato il volo verso il fantastico. Per trovare un io narrante morto bisogna spingersi fino ai territori landolfiani (penso ad esempio a Cancroregina del 1950, con il protagonista che dice «Ora comunque che sono morto, sento il bisogno di raccontarla questa storia, di raccontarla dal principio»).

Proprio perché I movimenti remoti (titolo bellissimo, tra l’altro) non è riapparso che nel 2005, non può farne menzione Marco Belpoliti nel suo Settanta, un saggio sugli scrittori italiani che hanno animato il ventesimo secolo uscito nel 2001. Mentre leggevo I movimenti remoti mi è tornato alla mente l’appassionante saggio di Belpoliti perché in Settanta l’analisi critica sui singoli scrittori viene condotta mettendoli a confronto a due a due, nel corso dei vari capitoli. Parise viene prima confrontato con Pasolini e poi con Calvino. Ma se il manoscritto dei Movimenti remoti fosse stato ritrovato prima, Belpoliti non avrebbe potuto fare a meno di  confrontare lo scrittore veneto anche con il vero stregone della letteratura italiana: Giorgio Manganelli.

È in quello stesso territorio, ulteriore e definitivo, che si collocano le pagine oltremondane dei Movimenti remoti, opera sorprendente di uno scrittore ancora sconosciuto che esordisce parlando di ciò che accade dopo l’esperienza terrena. O, come dice meglio Trevi nell’introduzione: «un non-essere-ancora che parla, ripiegato nella sua postura fetale, di un non-essere-più».

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