Yates e famiglia

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Ho sempre pensato che dichiarare il fallimento della famiglia prendendo ad argomento storie di divorziati, separati e disperati vari sia un po’ come sostenere che i bucatini all’amatriciana fanno schifo citando tutti i casi in cui li si è mangiati scotti, insipidi, mal cucinati, eccetera. La realtà è, invece, che la famiglia è cosa buona e giusta e i bucatini all’amatriciana sono buonissimi. L’ultimo libro che ho letto è Easter parade di Richard Yates e parla di una famiglia disastrata.

All’epoca dell’edizione italiana di questo romanzo per Minimum Fax, nell’autunno del 2008, alcune recensioni insistettero molto sulla critica di Yates all’istituto familiare. Francesca Borrelli su “Alias” ricordò come per lo scrittore americano “tutti i matrimoni sono infelici allo stesso modo, litigiosi e destinati a approdare a una separazione“. La recensione apparsa su “Internazionale” partiva dall’assunto, sempre di Yates, che “la famiglia è la culla di ogni infelicità“. Giorgio Conconi, sul “Corriere della Sera”, si lanciava addirittura in una generalizzazione scrivendo: “Ma una cosa colpisce ancora di più: che il libro, uscito più di trent’anni fa, riesca a rappresentare la situazione di una famiglia italiana dei nostri giorni“.

Che Yates pensasse tutto questo della famiglia come istituzione è vero. Ed è altrettanto noto che l’opera dello scrittore americano parte dalla convinzione che ogni progetto umano (dunque, tra gli altri, anche il matrimonio, la vita di coppia, eccetera) non possa che fallire. Eppure a me sembra che nel caso di Easter Parade quei recensori siano stati più realisti del re. La vicenda delle due sorelle Grimes, protagoniste del romanzo, è la storia di un doppio fallimento che si consuma all’interno del perimetro familiare, in modo tragico per Sarah e malinconico per Emily. Ma a me sembra che anche il buono che c’è stato comunque nella vita di queste due donne sia venuto dalla famiglia. La scena finale tra Emily e suo nipote Peter, pur animata dall’inevitabile contrasto che si crea tra due visioni del mondo così opposte, a me sembra dire proprio che, nel bene e nel male, è nella famiglia che accadono le cose. La famiglia, insomma, più che la culla di ogni infelicità è la culla di ogni cosa, buona o cattiva.

Così, non voglio dire che questo romanzo di Yates sia un “sì” alla famiglia (sarei matto a sostenerlo), ma il mio vuole essere un invito ad andarci piano con il trarre leggi universali dai romanzi. Mi ha colpito (e ha fatto crescere la mia stima nei confronti di Richard Yates) leggere nell’introduzione a questa edizione del romanzo, firmata da Nick Laird, che lo stesso Yates non credeva che la narrativa dovesse necessariamente essere cinica. Anzi, lui stesso, il nemico giurato del lieto fine, dichiarò in un’intervista:

Quando uno scrittore tenace e onesto riesce a guardare in faccia gli orrori del mondo, ad affrontare la realtà e alla fine, malgrado tutto, è ancora in grado di tirar fuori un sofferto, gioioso inno alla vita, il risultato può essere una cosa stupenda. È quello che Dickens ha fatto tante volte e tanto bene.

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