Bruegel, Gandini e un piatto di polenta

danza-nuziale

Lo scorso fine settimana sono andato a vedere la mostra Brueghel al Chiostro del Bramante e sono rimasto un po’ deluso. In parte per colpa mia, in parte a causa degli organizzatori della mostra che – chissà per quale motivo – hanno deciso di mettere una noiosissima musica new age come sottofondo a tutte le sale. Che c’entrano le lagne ayurvediche con i baccanali agresti ritratti sui dipinti, i duri inverni delle Fiandre, gli sfrenati contadini danzanti? Ma, appunto, parte della delusione è solo colpa mia, perché non avevo capito che la mostra era dedicata all’intera dinastia Bruegel e non al solo Pieter Bruegel il Vecchio che è stato invece uno degli eroi della mia infanzia e i cui quadri erano l’unico motivo per cui ero andato al Chiostro.

Uno dei libri che i miei genitori mi comprarono quando ero un bambino era La minestra di polenta. La trama era un pretesto per mostrare alcuni capolavori del grande maestro fiammingo. La storia era una quest che aveva per protagonista un bambino, Pietrino, che – venuto a sapere che ci sarebbe stato un banchetto nuziale in cui avrebbero servito la minestra di polenta – si metteva in cammino per farne una bella scorpacciata. A me sembrava strano che un piatto semplice come la polenta potesse costituire un così forte oggetto di desiderio, ma la storia era divertente. Prima di arrivare al luogo del ricevimento, infatti, Pietrino doveva attraversare una serie di avventure.

E così c’era Pietrino che prima si perdeva nel chiasso del carnevale…

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…poi incontrava i cacciatori…

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…poi si imbatteva in un gigante (che in realtà non era un gigante, ma solo un contadino ritratto in primo piano, però a presentarlo come un gigante ne guadagnava la storia)…

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…poi si fermava a parlare con due scimmiette…

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…poi perdeva tempo nel paese della cuccagna (questo era il quadro che mi piaceva di più: c’era l’uovo con le zampe e il coltello nel guscio, c’era il maiale con il pugnale. Ricordo che nel libro c’era scritto che Pietrino era il ragazzino con l’elmo, raffigurato a sinistra, e che i dischi colorati sopra di lui erano i piatti di polenta che sognava di mangiare e che ancora non riusciva ad avere)…

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e così via, di scena in scena, fino a quando Pietrino arriva al banchetto nuziale, finalmente libero di papparsi la polenta.

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Eccolo lì, in basso, accanto alle anfore, con il berretto rosso con la piuma di pavone e una fetta di pane imburrato appoggiata sul grembiule. La minestra di polenta è un libro che avrò letto quando avevo otto anni, eppure ancora ho in mente tanti particolari. Ricordo che il personaggio al centro con il cappello verde era il dottor Sordini, che era sordo appunto, non capiva mai se qualcuno lo stava chiamando e diceva sempre: “Dite a me?”. E che l’ultima figura a destra era probabilmente un autoritratto del pittore.

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Ho cercato il libro a casa, ieri, e non l’ho trovato. Ero sicuro di averlo portato con me tra i vari traslochi, invece niente. Salterà fuori, magari. Intanto cerco informazioni su internet e scopro con una certa sorpresa che il testo de La minestra di polenta (Vallardi, 1974) era stato scritto niente meno che da Giovanni Gandini.

Giovanni Gandini, morto qualche anno fa, è stato il fondatore di Linus, una rivista che ho letto con grande piacere nel periodo – seconda metà degli anni Ottanta – in cui veniva impaginata sotto forma di libretti di piccolo formato, con i dorsini colorati a tinta unita. Poi l’ho abbandonata e l’ho ripresa diversi anni dopo, quando era più grande e patinata e via via sempre meno interessante.

tanti-linus-colorati

Ora sono anni che non la leggo più, ma all’epoca – avevo quattordici, quindici anni – per me leggere Linus significava affacciarmi su cose di cui cominciavo appena a capire qualcosa: la politica, l’erotismo, la satira. In quel periodo lì, Gandini – che da tempo non era più direttore della rivista – firmava su Linus la rubrica Caffè Milano: una serie di ritratti di colore della città, concentrati soprattutto su vita notturna, bar fumosi, figure nella nebbia. In sintesi: la cosa che poteva interessarmi di meno in assoluto. Eppure la leggevo (quando ero ragazzino leggevo tutto, anche quello che non mi piaceva, adesso seleziono tutto e – temo – mi perdo qualcosa) e ora che ci ripenso era una lettura piacevole, una lettura che oggi probabilmente farei con più gusto.

Mi piacerebbe molto rileggere La minestra di polenta. Devo cercare meglio tra gli scaffali di casa, perché sono sicuro che è lì, nascosta da qualche parte. Semmai, vedo che su Amazon ne vendono una copia usata. E, sempre usata, c’è anche la raccolta dei pezzi di Caffè Milano di Giovanni Gandini che Scheiwiller pubblicò nel 1987. Intanto vado a preparare la cena. Stasera, e come potrebbe essere altrimenti, polenta.

5 pensieri su “Bruegel, Gandini e un piatto di polenta

  1. La minestra di polenta è stata anche una mia lettura della fanciullezza. Ricordo benissimo il libro, la storia di Pietrino. Non sapevo che l’avesse scritto [quel grande personaggio di una Milano e di un’editoria che genera solo rimpianto] Gandini.

    1. C’era, non so se ricordi, quella pagina con il testo impaginato a spirale, con i caratteri che diventavano via via più piccoli a mano a mano che ci si avvicinava verso il centro. Questo in un’epoca in cui si componeva ancora a mano (mica c’erano i software di desktop publishing…). Quasi commovente.

  2. Grazie! Anche io oggi mi sono imbattuta in Brueghel e la polenta!!! O meglio, alla biblioteca ho preso in mano un libro per ragazzi su Brueghel e mi é venuto in mente quel libro che da bambina leggevo e guardavo a non finire. Non mi ricordavo più della storia e nei dettagli di quel libro che non ho più e che avevo nella versione in spagnolo, “el plato de polenta” quando abitavo in Venezuela. Che sorpresa ora che ho letto che era un libro originariamente in italiano e per di più scritto da quel grande personaggio Giovanni Gandini! Grazie davvero! Matilde

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