Scrittori e cattolici: Giulio Mozzi

giulio-mozziTi riconosci nella definizione di “scrittore cattolico” e più in generale cosa pensi di questa classificazione?

Faccio fatica a riconoscermi nella definizione: “scrittore”. Indubbiamente sono uno che nella sua vita, tra tante altre cose, racconta storie per iscritto. Quanto al resto, indubbiamente sono cristiano cattolico; e quindi, in determinati contesti, ha senso che io venga chiamato “scrittore cattolico”, così come in determinati contesti ha senso, ad esempio, dire di un calciatore che è un “calciatore fascista”, o di un impiegato che è un “impiegato iscritto alla Federcaccia”.

La domanda è, per me: in quali contesti diventa rilevante l’accostamento dell’aggettivo “cattolico” al sostantivo “scrittore”? Un altro modo per porre la stessa domanda è: quando di uno scrittore si dice che è “cattolico”, che cosa si dice di lui? Nella mia esperienza, nei contesti della critica letteraria, della discussione culturale et similia, quando di uno scrittore si dice che è “cattolico”, si intende dire che ci ha qualcosa di misterioso. Che è una persona ragionevole, magari, ma che in lui c’è un luogo nel quale, anche a guardarci bene, non si vede niente. Si intende dire anche, talvolta, che ha un immaginario configurato in un modo particolare: e in genere si fa riferimento all’ambito dei sentimenti e dell’etica.

Sempre nella mia esperienza, negli ambiti della comune conversazione quando di chiunque (quindi anche di uno scrittore) si dice che è “cattolico”, s’intende che è un tipo losco, che è un servo del papa, che probabilmente è pedofilo, e che sicuramente non ragiona. Entrambe le accezioni (sto semplificando con l’accetta, sia chiaro) mi stanno antipatiche.

Esiste una corrente cattolica nella storia della letteratura italiana? Si può parlare di “romanzo cattolico”?

Non mi pare che esista una corrente cattolica nella storia della letteratura italiana. Si può parlare di “romanzo cattolico”, senz’altro, così come si può parlare dei Puffi. Non è necessario che qualcosa esista perché se ne possa parlare (e magari in modo molto divertente, come nel caso dei Puffi).

Come entra il tuo essere cattolico in quello che scrivi? Ritieni di avere qualcosa in più da dire rispetto agli scrittori non cattolici o lo vivi come un vincolo?

Gli universi che immagino per le mie storie sono universi nei quali (a) il mondo è stato creato, (b) il corpo non svanisce con la morte, (c) il mondo finirà. Non penso di aver qualcosa in più da dire rispetto agli scrittori non cattolici. Il mio immaginario non è un vincolo: è il mio immaginario.

Essere uno scrittore significa anche entrare in relazione con editori, lettori, critici, giornalisti e altri scrittori. Se lo scrittore è anche cattolico le cose si complicano o si semplificano?

Né questo né quello. Ogni tanto qualche sorrisino di compatimento, ogni tanto un curioso interesse circa l’infallibilità del papa. Ai primi basta non reagire, al secondo si reagisce spiegando che è la cosa meno importante che ci sia.

Aggiungerei una cosa: nella Lettera agli artisti pubblicata nel 1999 da Giovanni Paolo II non compaiono mai le seguenti parole: “romanzo”, “narrazione”, “narratore”; la parola “scrittore” appare una volta sola e per distinzione rispetto a “poeta”. Cito un passaggio:

La Sacra Scrittura è diventata così una sorta di «immenso vocabolario» (P. Claudel) e di «atlante iconografico» (M. Chagall), a cui hanno attinto la cultura e l’arte cristiana. Lo stesso Antico Testamento, interpretato alla luce del Nuovo, ha manifestato filoni inesauribili di ispirazione. A partire dai racconti della creazione, del peccato, del diluvio, del ciclo dei Patriarchi, degli eventi dell’esodo, fino a tanti altri episodi e personaggi della storia della salvezza, il testo biblico ha acceso l’immaginazione di pittori, poeti, musicisti, autori di teatro e di cinema. Una figura come quella di Giobbe, per fare solo un esempio, con la sua bruciante e sempre attuale problematica del dolore, continua a suscitare insieme l’interesse filosofico e quello letterario ed artistico. E che dire poi del Nuovo Testamento? Dalla Natività al Golgota, dalla Trasfigurazione alla Risurrezione, dai miracoli agli insegnamenti di Cristo, fino agli eventi narrati negli Atti degli Apostoli o prospettati dall’Apocalisse in chiave escatologica, innumerevoli volte la parola biblica si è fatta immagine, musica, poesia, evocando con il linguaggio dell’arte il mistero del Verbo fatto carne.

“Pittori, poeti, musicisti, autori di teatro e di cinema”. Stop. Si capisce bene, dunque, quale considerazione abbia la gerarchia ecclesiastica per il lavoro degli autori di storie scritte in prosa.

Giulio Mozzi è nato nel 1960. Abita a Padova. Ha pubblicato diverse raccolte di racconti, un poema, alcuni libri d’attualità e abbondante manualistica sullo scrivere. In relazione all’argomento dell’intervista si possono citare: “Il male naturale” (racconti, Mondadori 1998 e Laurana 2011), “Corpo morto e corpo vivo: Eluana Englaro e Silvio Berlusconi”, Transeuropa 2009; “10 buoni motivi per essere cattolici” (con Valter Binaghi), Laurana 2011.

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7 pensieri su “Scrittori e cattolici: Giulio Mozzi

  1. “Gli universi che immagino per le mie storie sono universi nei quali (a) il mondo è stato creato, (b) il corpo non svanisce con la morte, (c) il mondo finirà.”
    Forse questa può essere una buona descrizione (più che definizione); però non mi sembra riferibile a “cattolico”, ma un po’ a tutte le religioni. Mi sembra anche ovvio che l’immaginario di uno scrittore sia anche determinato dalla cultura in cui è cresciuto. Per esempio, io, che sono ateo, se mi mettessi a fare lo scrittore mi porterei certamente dietro, tra le altre cose, il fatto di essere nato in un paese cattolico, di aver frequentato l’oratorio fino a 14/15 anni, di vivere in un posto dove il cattolicesimo è molto presente, ecc., anche se il mio abc immaginario è opposto a quello di Mozzi (a parte la “c”). In poche parole, mi sembra più facile distinguere tra uno scrittore inglese e uno italiano che tra due scrittori italiani, uno cattolico e uno ateo (ma quasi sicuramente nato cattolico).

  2. Ma, Giuseppe: (sempre andando con l’accetta) a tante religioni è comune la credenza nell’immortalità dell’anima, mentre ho il sospetto che la credenza nella resurrezione della carne sia lo specifico del cristianesimo.

  3. Mi sembra che con quei tre punti a b e c Mozzi abbia semplicemente descritto alcune caratteristiche del suo immaginario, senza pretendere di estendere questa descrizione a una definizione generale di immaginario cattolico.
    A me sembra già interessante il fatto che il primo scrittore intervistato, nel rispondere alla domanda “come entra il tuo essere cattolico in quello che scrivi” si richiami a concetti che potremmo definire metastorici.
    Però voglio aspettare di aver pubblicato tutte le interviste prima di trarre conclusioni.

  4. Scrittori cattolici (o religiosi in genere ) e scrittori laici non costituiscono delle classi. Tuttavia – è un’ovvietà – sono riconoscibili, e in certo senso separabili, per il modo in cui pongono, affrontano, risolvono le situazioni narrative. Li distingue, spesso, anche la scelta tematica, l’approccio, il tono. Insomma, non dicono l’uno più o l’altro meno, scelgono cosa dire in base alla loro storia.

  5. qui davvero non c’entra l’ideologia (chi è ancora marxista o anche solo mangiapreti, oggi?)
    c’entra solo che l’immaginario, il pensiero, cattolico è velenoso. A chi sente di aderirvi provoca nella migliore delle ipotesi niente, e nella peggiore dei danni.
    Questo ovviamente al netto dell’eccellenza del pensiero, invece, genericamente cristiano.

  6. La religione è l’espressione formale di una spiritualità che è connaturata nell’uomo. Essere cattolici è solo un’etichetta che serve a stigmatizzare questo concetto più alto e più nobile che ci consacra come creature superiori a tutte le altre. L’uso e l’abuso che l’uomo fa di questo concetto non ne sminuisce l’importanza. Solo chi ha l’errata (secondo me e tanti altri) concezione di poterne fare a meno,perché si dichiara Dio a sua volta (, impattando poi inevitabilmente contro la sua fragilità) ne parla con ironia o addirittura senza rispetto. Essere cattolici, quindi, vale quanto seguire altre religioni: è un doveroso atto di umiltà e gli scrittori non dovrebbero sottrarsene perché anche la loro arte, probabilmente, è solo la “scintilla di Dio” e personalmente, io che l’ho ricevuta in dono, lo ringrazio e gliene sono grata. E ringrazio anche i miei genitori di avermi insegnato tutti quei meravigliosi valori cattolici che mi fanno vivere in pace con la mia coscienza ed in armonia col mio prossimo…Senza l’ansia di onnipotenza che affligge molti scrittori.

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