Scrittori e cattolici: Alessandro Zaccuri

alessandro-zaccuriTi riconosci nella definizione di “scrittore cattolico” e più in generale cosa pensi di questa classificazione?

Diciamo che nutro sentimenti discordanti. Da un lato non amo, in via di principio, le classificazioni troppo strette, sia per quanto riguarda i generi sia in tema di appartenenze specifiche (le regole del noir, per esempio, o la scrittura al femminile). Esistono gli scrittori o, meglio, le loro opere, e tanto dovrebbe bastare. D’altro canto, però, mi rendo conto che fra cattolicesimo e letteratura c’è un legame strettissimo, addirittura originario. La fede nel Logos incarnato abilita alla scrittura e, in un certo senso, la rende necessaria. È il celebre assioma di Flannery O’Connor, per cui il credente, in quanto tale, non può essere meno che un artista. E un artista della parola, aggiungo.

Esiste una corrente cattolica nella storia della letteratura italiana? Si può parlare di “romanzo cattolico”?

Più che di correnti parlerei di dati di fatto. Il più grande poeta italiano, Dante, è cattolico e senza il cattolicesimo non si capisce la Commedia. Allo stesso modo è cattolico Manzoni e senza il cattolicesimo I Promessi Sposi diventano incomprensibili. Non si tratta, in un caso come nell’altro, di un condizionamento storico o sociale: questi non sono autori che, vivendo in una certa epoca e in una determinata nazione, ne riproducono meccanicamente il sistema di credenze. Al contrario, la fede di Dante è la struttura del poema, così come quello di Manzoni è un esempio straordinario di romanzo sacramentale. Detto questo, è vero che nel corso del Novecento si sono disegnate alcune “linee” contraddistinte dalla profonda esperienza religiosa di alcuni scrittori. Poeti come Betocchi e Luzi, romanzieri come Santucci, Pomilio e Chiusano. E prima ancora c’era stata la stagione di Papini, Bargellini e, su polarità opposte, di Federigo Tozzi e Nicola Lisi. L’elenco sarebbe lunghissimo. Non saprei dire se questo permetta di postulare l’esistenza di un “romanzo cattolico”. Preferisco pensare che, quando scrivono un romanzo, i cattolici si assomigliano un po’ fra di loro.

Come entra il tuo essere cattolico in quello che scrivi? Ritieni di avere qualcosa in più da dire rispetto agli scrittori non cattolici o lo vivi come un vincolo?

La scrittura è sempre uno spazio di libertà. Specie quando, come accade per me, è uno spazio conquistato a fatica (il giornalismo è la mia professione, ma nel momento in cui lavoro a un romanzo cerco di adoperare una lingua che si distacchi dallo standard in uso nei quotidiani). Quando ho iniziato a pubblicare narrativa, non mi sono prefisso l’obiettivo di raccontare “qualcosa di cattolico”. Strada facendo, però, ho capito che alcuni dei grandi temi, o rovelli, della fede non potevano restare estranei a quello che stavo scrivendo. Un passo dopo l’altro, è arrivata la consapevolezza che le mie storie erano un modo per mettere in scena l’esperienza del credere nei suoi tratti più umani. L’Incarnazione, prima ancora della Passione e Risurrezione, è il colpo di scena che il cristianesimo introduce nella storia dell’umanità. E Gesù, Figlio di Dio in quanto Figlio dell’Uomo, è anche un instancabile narratore. Le parabole si reggono su un arco narrativo perfetto, nulla può essere tolto né aggiunto. Come mi capita spesso di ripetere, quei racconti non sono un ripiego. Gesù non ricorre alle parabole perché altrimenti i pescatori di Galilea non riuscirebbero a seguirlo. Gesù racconta perché è Parola incarnata e perché il cuore dell’uomo non può essere conquistato se non dalla bellezza di una storia in cui ciascuno riesca a riconoscersi.

Essere uno scrittore significa anche entrare in relazione con editori, lettori, critici, giornalisti e altri scrittori. Se lo scrittore è anche cattolico le cose si complicano o si semplificano?

Che io sia cattolico non è un mistero, non fosse altro per il fatto che da oltre vent’anni scrivo per Avvenire, partecipo a convegni di argomento religioso, eccetera. In tutto questo un filo di pregiudizio va sempre tenuto in considerazione (uno magari è ritenuto capace anche se è cattolico), ma senza drammatizzare troppo. Sono persuaso che, nel mio caso specifico, questa chiarezza di fondo sia stata e continui a essere un elemento positivo. Si sa che sono credente e questa, in molte circostanze, è la base del discorso. Alcuni miei libri sono nati proprio da questa condizione esplicita: penso, in particolare, al saggio In terra sconsacrata, che Antonio Scurati volle inserire nella collana all’epoca da lui diretta per Bompiani. Scurati è un intellettuale molto interessato al tema religioso e il suo invito a collaborare ad Agone derivava appunto dal desiderio di ospitare la voce di un cattolico, affiancandola ad altre di diversa estrazione (ma tutte, sottolineo, caratterizzate da un’evidente sensibilità per l’elemento spirituale). Nei romanzi questo processo di disvelamento è stato forse più graduale, ma con il più recente, Dopo il miracolo, ho voluto giocare a carte scoperte, ottenendo ascolto sia da parte delle persone con cui ho lavorato all’interno della casa editrice, sia da parte della critica. Fra le recensioni per me più importanti c’è stata quella di Daniele Giglioli, che da non credente ha avuto parole molto generose verso questo libro. La sua intuizione che, anche in letteratura, il cattolico sia un testimone del “mistero del bene” meriterebbe forse una riflessione a parte.

Alessandro Zaccuri è nato nel 1963 a La Spezia. Giornalista, scrive su “Avvenire”. Tra i suoi libri ricordiamo i romanzi “Infinita notte” (Mondadori, 2009) e “Dopo il miracolo” (Mondadori, 2012) e il saggio “In terra sconsacrata” (Bompiani, 2008). Tra il 2005 e il 2011 è stato autore e conduttore della trasmissione televisiva “Il Grande Talk”, in onda su SaT2000/Tv2000. Ha ideato il festival letterario “Scrivere sui margini” e nel 2010 ha diretto il festival cinematografico FiuggiFamilyFestival. 

Scrittori e cattolici: di che si tratta | tutte le interviste

6 pensieri su “Scrittori e cattolici: Alessandro Zaccuri

  1. Riporto integralmente il passaggio di Flannery O’Connor cui fa riferimento Zaccuri in questa intervista (il grassetto è mio):

    Henry James diceva che la moralità di un brano di narrativa dipende dalla quantità di «vita sentita» invi compresa. Lo scrittore cattolico, nella misura in cui si conforma all’ottica della Chiesa, sentirà la vita dal punto di vista del mistero cristiano centrale: cioè che per essa, a dispetto di tutto il suo orrore, Dio ha ritenuto valesse la pena morire Questo semmai dovrebbe ampliare, non restringere, il campo visivo dello scrittore. Secondo l’ottica moderna, che ha in Wylie un suo rappresentante, si tratta di una visione deformata che «ha poco o niente a che spartire con la verità nell’accezione odierna del termine». Il cattolico che non scriva per una ristretta cerchia di confratelli riterrà quasi certamente, poiché questa è la sua visione, di scrivere per un pubblico ostile e avrà oltremodo cura che la propria opera stia in piedi e sia, a buon diritto, compiuta, autosufficiente e inoppugnabile. Quando mi sono sentita dire che siccome sono cattolica non posso essere un’artista, mi è toccato rispondere sconsolata che proprio perché sono cattolica non posso permettermi di essere meno di un’artista.

    Questo passaggio è tratto da un articolo che apparve su America il 30 marzo del 1957. In Italia è reperibile su Flannery O’Connor, Nel territorio del diavolo (Minimum Fax, 2010).

  2. Bella. Mi viene anche in mente la famosa frase di Graham Greene. Sono uno scrittore cui “capita di essere cattolico”. Con, credo, il verbo to happen che in inglese ha sempre una valenza di misteriosità di accadimento imprevisto

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