Scrittori e cattolici: Veronica Tomassini

veronica-tomassiniTi riconosci nella definizione di “scrittrice cattolica” e più in generale cosa pensi di questa classificazione?

Alla questione non ho mai pensato in questi termini. E tuttavia in questi termini è stato scritto il romanzo Sangue di cane. Qualcuno lo ha definito uno dei pochi testi cristologici di questi anni. Non lo so, l’esperienza personale attiene alla scrittura e viceversa, senza Dio non sarei in grado di rileggere la mia vita, e quel che ho prodotto fino ad oggi attiene essenzialmente ad essa. Essere uno scrittore cattolico, nello specifico, entra per inciso nei miei scritti, ma vi arriva per una strada sua, indipendente. Dio è un fatto che mi appartiene, ed è ovunque. Esiste al di sopra di ogni ragione. Ho creduto nel valore della testimonianza, pretendeva tutta l’attenzione rispetto a uomini minori, ho incontrato uomini minori, mi sono appassionata di questa umanità negletta, dolente, la mia è la poetica dei minimi. E dunque, dove Dio lo avevo incontrato più Padre che mai, nei luoghi dell’abiezione (che ho inteso della espiazione più nobile), lì soltanto la mia scrittura eventualmente avrebbe nutrito le sue domande, le sue folgorazioni persino. Lì soltanto potevo concepirne il senso di guarigione. Cosa significa essere uno scrittore cattolico? Certamente cambia il modo di guardare le cose e di stare al mondo e di tradurlo, questo mondo. Tuttavia a leggere bene Sangue di cane (riflessione estendibile ad altri scritti) apparentemente, almeno in alcuni stralci (mi hanno fatto notare, si badi), sembra tutto fuorché un romanzo cattolico. E’ stata incoscienza o temerarietà l’idea di raccontare la Misericordia che governa sugli eventi dentro una trama sconveniente, “aumana”, scriveva ancora qualcuno in proposito. Ma tanto è.

Come entra il tuo essere cattolica in quello che scrivi? Ritieni di avere qualcosa in più da dire rispetto agli scrittori non cattolici o lo vivi come un vincolo?

Come osservavo sopra, scrivere con fede decide su una traduzione degli avvenimenti che si osservano attraverso un baluardo nuovo, rinnovato, un baluardo che media, il frontespizio tra cielo e terra. Non so se abbia qualcosa in più da dire, o forse sì, ad essere sincera sì. La parola che salva passa attraverso una consapevolezza evangelica (direi anzi ecumenica). Non è una limitazione vorrei aggiungere, al contrario, per me è stata la rivoluzione più grande, assistere turbata allo svelamento delle verità. E dico questo pur sapendo che la mia cifra, il mio stile, è spesso brutale (per certi versi), molto poco consolatorio. Nonostante tutto, Dio lo cerco, lo invoco di pagina in pagina, fino all’ultima chiosa.

Essere uno scrittore significa anche entrare in relazione con editori, lettori, critici, giornalisti e altri scrittori. Se lo scrittore è anche cattolico le cose si complicano o si semplificano?

No, non si complicano le cose. E non si semplificano.

Veronica Tomassini, siciliana, di origini umbre. Collabora con il Quotidiano La Sicilia dal 1996 e saltuariamente con Il Fatto Quotidiano. Esordisce con il romanzo “Sangue di cane”, Laurana editore, nel 2010. Ha partecipato al Dizionario Affettivo di Matteo B.Bianchi, un suo racconto è presente nell’antologia edita da Transeuropa, “Love out”, mentre per la collana digitale Zoom di Feltrinelli nel luglio 2012 è uscito il mini-ebook dal titolo “Il polacco Maciej”. Di prossima pubblicazione il nuovo romanzo.

Scrittori e cattolici: di che si tratta | tutte le interviste

2 pensieri su “Scrittori e cattolici: Veronica Tomassini

  1. Un commento a questo post è finito nella coda dello spam. L’indirizzo è di quelli che vengono generalmente bloccati dall’antispam, ma il contenuto è valido. Non so come sia potuto succedere. Lo ripubblico qui, anonimo. Se qualcuno lo riconosce come suo me lo segnali. Grazie (FP)

    Il punto è che la O’Connor, per dirla con termini più contemporanei, è, da vera cattolica, recisamente anti-buonista e anti-moralista (e queste probabilmente sono altre due ragioni del rinnovato favore che oggi in ambito cattolico investe la sua opera) e quindi il lettore beneducato e perbenista sarà sempre preso in contropiede dalle sue storie. Nel 1956 una recensione definì il messaggio della sua opera “immoralistico in senso gidiano”: cinquant’anni prima il futuro premio Nobel aveva pubblicato un romanzo intitolato L’immoralista in cui il protagonista, un marito non innamorato della moglie, compiva un viaggio in Africa che corrispondeva ad un viaggio dentro se stesso per liberarsi dalla rigidità puritana e convenzionale, lasciandosi andare alla sensualità e, attraverso questa, alla affermazione del vero sé. Niente di più simile e vicino e quindi di radicalmente opposto rispetto alla visione della O’Connor (la quale verso Gide provava letteralmente “nausea”) spiegata precisamente in una lettera tesa proprio a rispondere a quella critica: “sono convinta che il senso morale dello scrittore debba coincidere con il suo senso drammatico e questo significa che il giudizio morale deve essere implicito nell’atto della visione. Per dirla in soldoni: io scrivo dal punto di vista dell’ortodossia cristiana. Niente mi ripugna di più dell’idea di allestire un piccolo universo scelto da me, per diffondere un piccolo messaggio immoralistico. Scrivo sulla base di una solida fede in tutti i dogmi cristiani. Trovo che questo non limiti in alcun modo la mia libertà di scrittrice e che amplifichi anziché ridurre la mia visione […] Per lo scrittore di narrativa, non credere in niente equivale a non vedere niente”.

    1. Esattamente, è quel che intendevo; non mi sarei mai sognata (non essendone peraltro in grado) di ergermi in una qualche posizione moralista. I miei scritti sono sub-umani, se vogliamo, per certi versi. Al contrario, cerco l’imperfezione, la racconto, persino l’abiezione, come ho già detto, e cercandola sono testimone, ecco sono una testimone ed è questo il senso di essere di mostrarmi come uno scrittore cattolico.

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