Scrittori e cattolici: Gabriele Dadati

gabriele-dadatiTi riconosci nella definizione di “scrittore cattolico” e più in generale cosa pensi di questa classificazione?

Sono un essere umano cattolico, nel senso di: mi emoziono a immaginare la creazione del mondo, mi terrorizzo a immaginare la verità dell’ostia come corpo vivo, trovo nutritivo immaginare la vita dei miei morti e così via. Poi so bene che i testi sacri sono nel tempo e corrotti dal tempo, che la gerarchia ecclesiastica è quel che è, che non è facile capire cosa ci dica ancora oggi la tradizione e così via. Ma posso dire che le mie immaginazioni restano vere durante l’intera mia giornata, quando mangio e quando passeggio, quando lavoro e quando pago il bollo della macchina. Sicché sì, restan vere anche quando scrivo. Per me questo è l’unico significato di “scrittore cattolico” nella mia vita.

Esiste una corrente cattolica nella storia della letteratura italiana? Si può parlare di “romanzo cattolico”?

Secondo me esistono due possibilità (parlo di Novecento, per andar spiccio): o la rinarrazione delle vicende sacre – in maniera molto aderente, per dire, come in Per amore, solo per amore di Festa Campanile, o meno aderente, come nel Davide di Coccioli, che è però anche già altro – oppure la riverifica dei valori della tradizione cristiano-cattolica alla luce della vita dell’oggi – e questo fa per dire Zaccuri in Dopo il miracolo o Mozzi praticamente in tutta la sua narrativa, la cui grandiosa pietra d’inciampo resta Il male naturale. Si noterà che ho nominato due scrittori morti e due vivi, perché ho l’impressione che ieri si rinarrasse di più e oggi si riverifichi di più. E lo trovo anche sensato.

Ma poi c’è un’altra cosa. Che riguarda il lessico, la visione del mondo, l’immaginario e così via. Ed è questa: se io, faccio un esempio, penso istintivamente allo sbagliare dell’uomo in termini di peccato invece che di colpa, vuol dire che a livello profondo lavora in me l’ideologia religiosa più che quella civile. Ecco: in maniera più o meno evidente, in modo più o meno controllabile, una prosa che si riempia di questo livello profondo è comunque e sempre la prosa di uno scrittore cattolico. Ed è, temo, il mio caso, per come lo si spiega nella prima risposta.

Come entra il tuo essere cattolico in quello che scrivi? Ritieni di avere qualcosa in più da dire rispetto agli scrittori non cattolici o lo vivi come un vincolo?

Dunque, alla prima metà della domanda credo di aver già risposto. Quanto alla seconda metà: credo di aver qualcosa da dire se sono un bravo scrittore. Se sono una pippa, sono una pippa. Temo che non sarà una preghierina, un fioretto o un aperitivo col mio parroco a migliorare la mia attitudine alla letteratura.

Essere uno scrittore significa anche entrare in relazione con editori, lettori, critici, giornalisti e altri scrittori. Se lo scrittore è anche cattolico le cose si complicano o si semplificano?

Ho l’impressione che le cose non si complichino né si semplifichino in base all’ideologia cui si aderisce: ho l’impressione che si complichino o si semplifichino nella misura in cui uno riesce a essere consapevole di sé, delle proprie idee, dei propri progetti.

Oltre che uno scrittore, io sono un editore. Sto quindi dall’altra parte, per un bel po’ di tempo. E nello stare dall’altra parte vedo che tendo a premiare la consapevolezza, la coerenza di pensiero e la capacità di elaborarlo in maniera autonoma, piuttosto che l’adesione ottusa a un’ideologia (che sia il cattolicesimo, il comunismo, il veganesimo, la Juventus, la figa o altro: quando si parla di ideologie, si parla sempre e comunque di pensieri dominanti, qualsiasi essi siano).

Qualche volta però (non facciamo le anime belle) esibire una tessera può essere utile. Il cattolicesimo oggi non è una carta che dia accesso a chissà cosa, nell’editoria. Ma nel cattolicesimo ci sono dentro delle carte forti: ad esempio (mi espongo) l’appartenenza a Comunione e Liberazione potrebbe esserlo. Farne parte vuol dire far parte di un network, e far parte di un network vuol dire avere altri che vogano per te, nella stessa direzione, sia come pubblico sia come cassa di risonanza. E un editore può essere interessato a un autore che si porti dietro un certo numero di potenziali acquirenti, al di là dell’ideologia che li regge. È del resto il motivo per cui si fanno libri di calciatori, veline e mostri vari.

Gabriele Dadati è nato a Piacenza nel 1982. Ha esordito col libro di racconti “Sorvegliato dai fantasmi” (peQuod, 2006; Barbera, 2008, premio Dante Graziosi) e ha poi pubblicato i romanzi “Il libro nero del mondo” (Gaffi, 2009) e “Piccolo testamento” (Laurana Editore, 2011). Nel 2009 ha rappresentato l’Italia nel progetto Scritturegiovani del Festivaletteratura di Mantova. Lavora come editor della narrativa italiana presso Laurana Editore. Insieme a Giulio Mozzi ha fondato a Milano la Bottega di narrazione, dove insegna scrittura.

Scrittori e cattolici: di che si tratta | tutte le interviste

4 pensieri su “Scrittori e cattolici: Gabriele Dadati

  1. Iniziativa molto interessante, su un tema che mi pare stia acquistando attualita’. Tra i tanti interventi in materia, segnalo La non eccezione degli scrittori cattolici su Bombacarta del 19.gennaio scorso. E’ possibile inviarti alcune osservazioni in forma privata ?

    1. Grazie, Luigi.
      Posso dirti che l’idea di questo ciclo di interviste è nata proprio leggendo l’articolo di cui parli.
      Certo che puoi inviarmi le tue riflessioni. Mandami una mail all’indirizzo che trovi nella sezione contatti, qui a destra.

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