Scrittori e cattolici: Demetrio Paolin

demetrio-paolinTi riconosci nella definizione di “scrittore cattolico” e più in generale cosa pensi di questa classificazione?

Per la mia preparazione, che è filologica, direi che si potrebbe forse parlare non di scrittore cattolico, ma di testi “cattolici”. Mi vengono in mente due autori come Pasolini o Coccioli che non so quanto fossero cattolici come scrittori, ma che hanno prodotto alcuni testi e opere (penso a Davide per Coccioli e al Vangelo secondo Matteo per Pasolini, ma si potrebbero citare Accattone, La Ricotta, etc.) che hanno a che fare con l’immaginario cattolico. Forse sarebbe meglio ancora sostituire l’aggettivo cattolico con ‘cristiano’. Ecco io direi che così forse mi ci potrei ritrovare. Io ad esempio mi sono formato non tanto leggendo i classici greci e latini; Omero non è mai stato padre delle mie muse, ma fin da piccolo, forse perché era un libro che era sempre presente in casa mia, ho letto la Bibbia. E l’ho letta senza schemi: l’ho letta come si leggono delle storie fantastiche e bellissime. Pensa alla storia di Lot, a quella di Saul, pensa alla storia stessa di Cristo. Non avevo, però, come ti dicevo una mediazione da parte della Chiesa, in questo senso pur non sapendolo ero una sorta di protestante involontario (e un po’ per questo che l’aggettivo cattolico non mi definisce pienamente), quindi gli episodi che andavo leggendo sono sedimentati in me anche in modo molto difforme rispetto alla “tradizione”. Nel mio romanzo Il mio nome è Legione c’è ad esempio l’episodio di Abramo e del sacrificio di suo figlio, che io rileggo in un modo estremo e diverso dalla canonica spiegazione. Lo stesso succede nel racconto Fabbrica ne La seconda persona dove il discorso del puro e dell’impuro di Cristo diventa una specie di giustificazione a priori dell’atto incestuoso tra i gemelli. Cioè quello che voglio dire è che la mia esperienza del mondo avviene tramite il confronto con la parola della Bibbia, ma è una esperienza sicuramente eterodossa.

Esiste una corrente cattolica nella storia della letteratura italiana? Si può parlare di “romanzo cattolico”?

Un po’ credo di aver risposto con la prima domanda. E ti dico che sì, mi pare che ci possa essere una convergenza di alcuni autori e temi. Ne avevo scritto sul Corriere della Sera (l’articolo è leggibile qui, NdR), mettendo in evidenza come alcuni autori, che tra l’altro tu hai intervistato prima o che intervisterai dopo di me, gravitavano tutti intorno a temi che avevano a che fare con il cattolicesimo. La cosa che mi premeva sottolineare, in quell’articolo, è come il fulcro del ragionamento fosse il corpo. Il corpo sofferente, il corpo che ha malattie, il corpo che risorge. Mi viene in mente il discorso di Paolo all’Aeropago. Paolo dice che la vera, grande differenza tra il suo dio e gli altri dei, sta proprio nella resurrezione della carne. Ecco. Io penso che uno scrittore cattolico deve misurarsi su questi temi. Alcuni degli autori lo hanno fatto e lo continuano a fare con grande forza e coraggio: penso a Zaccuri, Mozzi, Parazzoli. Sul discorso se esista o meno una corrente cattolica nella storia della letteratura italiana, penso che la risposta sia scontata: la nostra lingua inizia con Francesco e si forma con Dante; mi pare evidente che ci sia una influenza, ripeto, di immaginario anche negli scrittori più lontani dalla fede. Perché io non penso che sia un problema di fede o no quello di scrivere un “romanzo cattolico”, ma sia un problema di come faccio guardare il mondo ai personaggi dei miei romanzi. Per me ad esempio è normale che loro vedano la propria esistenza tramite gli esempi tratti dalla Bibbia.

Come entra il tuo essere cattolico in quello che scrivi? Ritieni di avere qualcosa in più da dire rispetto agli scrittori non cattolici o lo vivi come un vincolo?

In quello che scrivo entra quello che sono. Sono un padre, sono un marito, sono uno studioso di Dante e di Primo Levi. Ho vissuto la mia infanzia in un paese di campagna e ora vivo in città. Ho letto la Bibbia e conosco a memoria Pavese. Tutto entra in gioco nella scrittura; e sinceramente non so se ho qualcosa di più da dire: so che quando ero piccolo mi è stato insegnato che verrà il giorno in cui saremo liberati dalla morte, in cui non ci sarà il male. Ecco io da piccolo quelle parole le ho prese molto sul serio (quando si è piccoli si prendono sul serio troppe cose): e nel proseguire la mia vita ho visto morire persone che amavo, ho visto molti sofferenti, malati e disperati. Ho visto corpi disfarsi, altri finire mangiati dalla droga, o uccisi dai diserbanti. Persone care con cui avevo condiviso banchi di scuola e gite in classe morire in pochi mesi. E io non so se questo mio sentimento di ingiustizia sia legato a quella mancata promessa, ma penso che lì sia il fulcro del mio dire. Il male che indago in ogni scritto non è un male fittizio, non è un ragionamento filosofico, o una posa: è ciò che io ho visto nelle persone a me accanto. Io non ho vincoli di sorta, ma sento che la mia ragione di scrivere affonda le sue radici, quelle più profonde e oscure, quasi inconsce, proprio in quei giorni del catechismo quando il prete diceva che saremo liberati dalla morte. E a me non pare che questo accada, che le persone muoiano anche se le amiamo; così ho iniziato a scrivere perché ho pensato che forse così un resto, un pezzo, una minuzia di chi perdevo si sarebbe salvato. Ora dispero anche di questo.

Essere uno scrittore significa anche entrare in relazione con editori, lettori, critici, giornalisti e altri scrittori. Se lo scrittore è anche cattolico le cose si complicano o si semplificano?

Nessuno mi ha mai fatto gli esami del sangue. Nessuno nell’editoria mi ha mai chiesto quali fossero le mie preferenze sessuali, di cibo o religiose. Ho presentato i miei libri, ad alcuni sono piaciuti a altri no. Ho trovato persone che hanno creduto in me e siamo diventati amici. Lo siamo a prescindere dalla nostra fede; siamo amici, dico, perché nei nostri scritti indaghiamo nei modi diversi, qualcosa che ci preme. Io ho sempre trovato, per il poco che ho frequentato l’editoria, persone che hanno compreso ciò che volevo dire con i miei libri: poi giustamente certe volte non l’hanno ritenuto all’altezza, ma nessuno ha mai bocciato un mio testo perché troppo “cattolico”, molte volte un mio testo è stato bocciato semplicemente perché era brutto.

Demetrio Paolin è nato nel 1974 e vive a lavora a Torino. Tra i suoi libri “Il mio nome è Legione” (Transeuropa, 2009), “La seconda persona” (Transeuropa, 2011) e “Una tragedia negata” (Il Maestrale, 2008). Scrive recensioni per Il manifesto e collabora con il Corriere della Sera.

Scrittori e cattolici: di che si tratta | tutte le interviste

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