Appunti sul romanzo cattolico

di Luigi Preziosi

Luigi Preziosi – collaboratore di Bombacarta, dove scrive recensioni di narratori italiani contemporanei, e Bibliomanie, dove ha pubblicato studi sulla critica e saggi di letteratura risorgimentale – mi ha inviato alcune postille a un articolo di Demetrio Paolin di cui si era parlato anche nell’intervista realizzata per il ciclo Scrittori e cattolici (FP).

Su La lettura, supplemento letterario del Corriere della sera, domenica 12 maggio è apparso un articolo di Demetrio Paolin, Il corpo del romanzo, di straordinario interesse, per il tema trattato e per la densità e la perspicuità delle argomentazioni. È possibile parlare di romanzo cattolico? si chiede Paolin, che prende le mosse, sulle orme di Mario Praz, dall’osservazione per cui “nessun romanzo può prescindere da questi tre elementi”, la carne, la morte e il diavolo, “che potremmo declinare come male, corpo e sofferenza”. Con ciò, per inciso, risulta implicitamente autorizzata la connessione tra corporeità della fede cattolica ed inclinazione (dovuta?) del narratore cattolico a sporcarsi le mani (direbbe Flannery O’ Connor) con la realtà, la fisicità, la sofferenza (ma anche la gioia) del mondo, colti tutti nei loro aspetti anche materiali. Paolin richiama poi la distinzione tra due forme di narrativa “cattolica”: da un lato “le riscritture sacre, dilatazioni, allargamenti che partono dalla Scrittura e alla scrittura ritornano”(come La Gloria di Giuseppe Berto o Davide di Carlo Coccioli). Dall’altro, “romanzi e racconti che verificano e misurano la propria personale «tradizione» con il mondo d’oggi”, tra i quali, recentemente, le opere di Zaccuri, Parazzoli, Mozzi, Avoledo, Dadati, Doninelli. È quest’ultima categoria che offre a Paolin i maggiori spunti, in quanto originata da una doppia “tensione”: “da una parte ad immaginare il mondo come sarà (la rivelazione finale) e dall’altra a fare i conti con il mondo come è, partendo dalla propria carne”. Spesso, inoltre, ad una enfatizzazione della corporeità (“Il corpo diviene il luogo, si potrebbe usare la parola tempio, dove l’uomo fa esperienza del mondo”, dice perfettamente Paolin) corrisponde una sorta di progressiva rarefazione dell’immagine (o della presenza?) di Dio nel mondo con il progredire dei secoli. Ne deriva, da un lato, una sussistenza autonoma del male nel mondo (non più concepibile solo come “assenza di bene”). Dall’altro, il romanzo cattolico sconta la presenza in filigrana di “un trauma profondo, il trauma di una mancata promessa ovvero quella della seconda venuta di Cristo. Sempre vista come imminente e sempre costantemente rimandata.” Gliene deriva un compito arduo, cercare, cioè “immaginando i mondi, di elaborare quel lutto e di rendere meno gravosa l’attesa.”

Così Paolin, in un testo tanto denso, da stimolare alcune modeste postille, assemblate senza pretesa di esaustività o tantomeno ambizione di sistematicità, e mirate in particolare ad enucleare e analizzare alcune delle suggestioni proposte.

Innanzitutto, è evidente che lo specifico del romanzo cattolico non va, in prima approssimazione, cercato nell’esibizione di buoni sentimenti, né in contenuti apologetici, o illustrativi della dottrina, o ancora suggestivi o pittoreschi, e neanche necessariamente in contenuti etici più o meno collimanti con la morale cattolica. Non è neanche solo nella personale fede religiosa dell’autore. Dalle riflessioni di Paolin, d’altro lato, non discende neanche una definizione di narrazione cattolica accertata in via esclusiva come narrazione impregnata del senso del trauma del mancato avveramento della promessa. È più probabile l’intenzione di una messa a fuoco più intensa di questo particolare aspetto.

In secondo luogo, il “trauma della mancata promessa” può certo derivare dal mancato avverarsi della promessa (ma la convinzione della mancata promessa non è già di per sé estranea all’insegnamento della Chiesa?), oppure anche, in una visione dai contorni più sfumati, dall’incomprensibilità della sua durata. E rivelarsi nella narrazione indipendentemente dalla trama, e perfino dalle intenzioni consapevoli dell’autore, che ben può sentire il dolore di quel trauma come traccia profonda di una personale angoscia esistenziale da riversare nel testo. Questa angoscia, inoltre, spesso si presenta strettamente avviluppata ad un’altra, annidata nella contemplazione del ricorrente precipitare del mondo nel gorgo del male assoluto, che nel secolo appena trascorso si è così abbondantemente diffuso. L’insostenibilità del male e dell’ingiustizia e l’incomprensibilità dell’assenza di segni delimitano allora una particolare connotazione del romanzo “cattolico”, che corrisponde in pieno alla sensibilità dell’uomo contemporaneo. Non conducono però ad una definizione della categoria in senso “universale”: fino a qualche decennio fa entrambe queste sensibilità erano più attutite di quanto non siano oggi, e forse sulla base di questi soli parametri avremmo difficoltà ad accogliere nel canone dei romanzi cattolici anche I promessi sposi (ed è Paolin, del resto, a ritenere che un vero discorso sul romanzo cattolico dovrebbe partire da Manzoni). Né queste caratteristiche, per quanto significative e probabilmente anche maggioritarie nella produzione narrativa odierna di cui stiamo parlando, esauriscono la categoria “romanzo cattolico”, né ne forniscono una definizione completa.

Lo stesso Paolin non assolutizza questa impostazione. Accenna anche a prospettive diverse, e precisamente a quelle offerte dal saggio In terra sconsacrata (Bompiani) di Zaccuri. Di esso apprezza il principio secondo cui è necessario considerare “come qualsiasi romanzo e scrittore debbano fare i conti con le categorie del cattolicesimo”, che “sono quelle con cui maggiormente abbiamo dimestichezza e sono quelle che nutrono fin dalla giovinezza la nostra immaginazione”: sostanzialmente impossibile per uno scrittore occidentale prescindere allora dall’immaginario cattolico. Questa concezione confina con quella di Karl Rahner, secondo il quale “l’essere autore per un uomo è un fatto cristianamente rilevante” (La missione del letterato e l’esistenza cristiana). Ne deriva, tra l’altro, un positivo atteggiamento inclusivo (o almeno di non aprioristico rifiuto) anche per opere negatrici della visione cristiana del mondo. Al teologo interessa ogni atto creativo, figura della creazione. Ciò garantisce da un lato da ogni tentativo di selezione in base al tema, e anche da ogni attribuzioni indebita a di appartenenza. Si corre così però il rischio di vanificare il senso stesso della categorizzazione: a che pro individuare una classe di oggetti potenzialmente infiniti? D’altro canto, l’intuizione rahneriana può giovare per rimarcare come sotto un cielo così ampio possano coesistere occasioni assai diverse tra loro di fondamento del romanzo cattolico. Accanto alla linea, di origine paolina, che sottolinea il tempo dell’attesa della seconda venuta di Cristo, si possono individuare altri motivi di riflessione e di ispirazione per il romanziere cattolico. Con il dogma dell’incarnazione, il cristianesimo sottolinea il valore del corpo. Non solo luogo di sofferenza, culminante con la morte, ma anche tempio, come lo stesso Paolin ricorda. Di qui una valorizzazione del tempo presente, dell’azione di ognuno nella storia tutta terrena degli uomini. Di qui la concezione della dignità della carne, nella quale è il germe della salvezza, quanto meno perché ne è il tramite. Anche nella meschinità del qui ed ora ci è dato intravedere o intuire la grandezza del Regno, nella finitezza corporea la sensazione dell’infinito. Autori diversissimi tra loro mi pare colgano e trasmettano alcune di queste suggestioni nelle loro opere. Per citarne solo alcuni alla rinfusa di epoche e temperie culturali assai diverse: Chesterton, Tolkien, Santucci, Jacomuzzi.

L’articolo di Paolin solleva inoltre (almeno) un’altra questione. Alcuni dei romanzi citati come esempi di “romanzo cattolico” sembrano, a giudicare dalle stesse sintesi portate da Paolin a fondamento delle sue tesi, piuttosto estravaganti rispetto agli insegnamenti del magistero. Possono nutrirsi dubbi, ad esempio, circa la correttezza teologica di alcune interpretazioni della Provvidenza: “la vecchia Provvidenza di manzoniana memoria … si trasforma nelle pagine di questi autori in una sorta di presenza divina nel mondo, di presenza divina esiliata nel mondo, anche detta shekinà“.

Oppure, altre perplessità potrebbero nascere dalla visione di Dio attribuita all’ultimo lavoro di Parazzoli: “L’esempio più lampante è proprio l’ultimo lavoro di Ferruccio Parazzoli, che inscena qualcosa di terribile ed emblematico. Dio, il dio unico del monoteismo, come un grande iceberg incomincia a liquefarsi. Si scioglie e si fa via via più piccolo e insignificante, sparisce sotto l’effetto del buco dell’ozono proprio come un intero continente, che prima c’era e ora non c’è più.”

Si prospetta in questo modo un’ulteriore diversa connotazione ancora di romanzo cattolico, aggiuntiva rispetto a quella già individuata, che comprenderebbe opere dovute ad autori di cui è nota l’appartenenza, ma i cui contenuti sono esterni (se non contrari) all’insegnamento della Chiesa. E’ vero che, come afferma Paolin, “ il romanzo cattolico vive una tensione forte tra corpo e apocalisse”, e questa tensione può essere raffigurata nelle più inquietanti rappresentazioni simboliche. Tuttavia, per risolvere la contraddizione tra magistero e contenuto delle opere di cui s’ è detto, è utile ricorrere ancora una volta alla concezione ampiamente inclusiva di Zaccuri. La parafrasi crociana suggerita da Paolin per cui “il romanzo per Zaccuri non può non dirsi cattolico”, sia pure depurata da eventuali intenti paradossali, non solo amplia i confini della categoria del romanzo cattolico, ma consente di includervi anche opere che, a stretto rigore di dogma o di etica propugnati da Santa Romana Chiesa, dovrebbero esserne doverosamente escluse. Un conto è lo scrittore cattolico, che può esserlo per fede personale, che traspare poi più o meno palesemente nelle sue opere, un conto è il romanzo cattolico, che a rigore, nella particolare accezione che si sta proponendo, può essere opera anche di chi cattolico non è. Rovesciando la prospettiva, e spostando lo sguardo dall’autore al lettore, il canone potrebbe così comprendere anche romanzi dotati della capacità di suscitare in quest’ultimo, anche in nuce, anche in via oppositiva od antagonistica, di un quid aggiuntivo alla sua esperienza cristiana del mondo. E chissà che, per questa via, non si possa alla fin fine convenire con il domenicano Jean Paul Jossua secondo il quale “l’atteggiamento spirituale è spesso ben più decisivo dei contenuti in cui si crede”.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...