Ferrettiana

I.

occhi-di-ferretti

Al principio era il Verbo
Al principio era Pravda
E prima del principio
Era vanto dei Mongoli
Che una vergine sola
Sopra un carico d’oro
Traversasse indenne
I domini del khan
(CCCP-Fedeli alla linea, “Radio Kabul”)

In principio ci sono io a vent’anni, chiuso nella mia cameretta di adolescente fuori tempo, che canto a voce alta, sopra la musica dello stereo a tutto volume, Rozzemilia dei CCCP. L’attacco del pezzo è bellissimo. “Sazia e disperata!” viene definita l’Emilia Romagna in quella canzone. Sono convinto di cantare un testo punk e non so, invece, che sto ripetendo le parole di un arcivescovo. Più precisamente, sua eminenza cardinal Giacomo Biffi, che a metà degli anni Ottanta, in occasione del suo insediamento come arcivescovo emerito di Bologna, definì proprio “sazia e disperata” la regione in cui era arrivato.

Se all’epoca fossi stato meno ignorante in fatto di discorsi ecclesiastici il mio amore per tutta l’opera di Giovanni Lindo Ferretti si sarebbe subito collocato all’interno di una cornice ben chiara. Invece, appunto, mi mancava qualche pezzo e così la mia passione per questo artista è andata avanti per successivi riscaldamenti e raffreddamenti.

L’inizio, va detto, fu dei peggiori.

Quando per la prima volta sentii parlare di un gruppo chiamato CCCP Fedeli alla linea era il 1987, frequentavo il terzo anno delle superiori, passavo i pomeriggi davanti al computer, ero grassottello e tutte le mie compagne di classe erano innamorate di Piero Pelù dei Litfiba. Per chi non fosse esperto di storia del rock italiano, ecco alcune immagini a supporto. Questo era Piero Pelù, all’epoca:

pieropelu

E questi erano i CCCP:

cccp

Capite dunque che la questione si giocava soprattutto su un piano estetico. Mai e poi mai avrebbero potuto essere miei idoli quattro giovanotti che sembravano più sfigati di me. Gli eroi, diceva qualcuno, son tutti giovani e belli. E loro belli sicuramente non lo erano.

E se dal piano estetico mi spostavo su quello musicale le cose non miglioravano. Un amico mi aveva prestato l’album dei CCCP uscito quell’anno (Socialismo e barbarie). Lo ascoltai e rimasi perplesso, quasi irritato. Intanto i CCCP non avevano un batterista ma usavano una drum machine, cosa che all’epoca consideravo inaccettabile. Poi la voce di Giovanni Lindo Ferretti era sgraziata, rotta, ineducata. Gli altri suonavano così e così (oggi mi dico: era punk, idiota. Sarebbe come andare a mangiare il sushi e lamentarsi che il pesce è crudo). E infine, al mio io diciassettenne completamente indifferente alla politica, quelle canzoni parlavano di cose di cui non mi importava nulla. In sintesi: per me i CCCP Fedeli alla linea erano un gruppo con musicisti che non sapevano suonare, con un cantante che non sapeva cantare, con un look respingente e con canzoni inutili. Mi sembravano matti, forse anche un po’ pericolosi. Restituii Socialismo e barbarie al mio amico e la questione finì lì.

Passarono più di cinque anni prima che scoccasse il mio amore per loro. E la cosa beffarda fu che quando i CCCP cominciarono a piacermi davvero mi accorsi che non esistevano più.

cccp-ccfp

A vent’anni ognuno si fa male come vuole. C’è chi si reinventa mercante d’armi, chi si arruola nella Legione Straniera. Io, dopo un paio di esordi lavorativi insoddisfacenti, avevo deciso di iscrivermi a Scienze Politiche. Erano i primi anni Novanta e improvvisamente tutto entrava nella mia vita: la storia, l’amore, la politica. In qualche modo, in mezzo a quegli anni di ascolti musicali disordinati, era tornati anche i CCCP. E mi piacevano da morire. Cos’era cambiato da quel primo sfortunato ascolto di qualche anno prima?

Avevo vent’anni (e, come diceva Paul Nizan, «non permetterò a nessuno di dire che questo è il periodo migliore della vita») e di una cosa sola ero certo: volevo essere un intellettuale. E i CCCP fedeli alla linea proprio questo erano: un gruppo di intellettuali. Oggi come allora è la radicalità dell’approccio di Ferretti a fare la differenza. All’epoca, di gruppi italiani più o meno “de sinistra” ne trovavi quanti ne volevi, ma il loro essere “de sinistra” era riassumibile in concetti come “sfonnamose de canne”, “spaccamo tutto”, “fascio ‘ndo te pijo te lascio” eccetera. I CCCP no, loro non volevano l’erba libera, loro cantavano “voglio rifugiarmi sotto il Patto di Varsavia, voglio un piano quinquennale, la stabilità”. E per me, studente di Scienze Politiche che per inciso le canne neanche se le faceva, erano il gruppo ideale.

cccp-togliatti

Ormai sono venti anni che seguo il lavoro di Giovanni Lindo Ferretti e ogni volta ho sempre la stessa sensazione: non sto ascoltando un disco, sto visitando una mostra. Quello che ha fatto Ferretti dai CCCP fino a oggi è una performance artistica, solo incidentalmente musicale.

L’ho ripensato anche qualche giorno fa, quando sono andato all’incontro tra Giovanni Lindo Ferretti e Lorenzo Fazzini per il ciclo “Narrar degli uomini, parlar di Dio” organizzato dalla parrocchia di Santa Maria in Vallicella, a Roma, in collaborazione con l’associazione culturale Bombacarta. Ho avuto la conferma che stavo assistendo all’ennesima tappa di un percorso, l’ennesima espressione del lavoro culturale che Ferretti sta facendo fin dall’inizio.

E ho pensato che Ferretti è l’unico artista che seguo da vent’anni fedelmente, in mezzo a una burrasca di infatuazioni artistiche più o meno importanti, ma che nel tempo ho finito sempre col ridimensionare, quando non ripudiare del tutto. Giovanni Lindo Ferretti invece è sempre lì, e con la stessa voce con la quale tanti anni fa cantava “Spara Jurij spara!” canta oggi le preghiere della tradizione cattolica.

Ferretti, è noto, ha compiuto un percorso di riavvicinamento alla Chiesa di cui ha parlato in libri e interviste, e che dunque non approfondisco qui. Quello che interessa me è che quel suo percorso è andato più o meno di pari passo con il mio. Non credo di essere stato influenzato da lui, di certo mi ha accompagnato. Nel corso degli anni, mentre io rivedevo alcune mie posizioni ideologiche o mi avvicinavo di più al cattolicesimo, mi accorgevo che in mezzo alla costellazione di musicisti e scrittori che seguivo, e che si muovevano lungo direzioni spesso opposte o divergenti dalla mia, Giovanni Lindo Ferretti procedeva sempre di pari passo con me.

Ma nel 1993, quando per recuperare il tempo perduto avevo cominciato a comprare a ad ascoltare a ripetizione tutti i dischi degli ormai sciolti CCCP, questo non potevo ancora saperlo.

(continua)

Un pensiero su “Ferrettiana

  1. A proposito di Emilia paranoica, una mia amica, all’epoca dei fatti giovane femminista alternativa, si arrabbiò molto che per portare un esempio di paranoicità si usasse proprio una donna (la Emilia di cui sopra) chiedendosi perché non potesse essere paranoico un Marco o un Luigi. Solo dopo ha capito che l’Emilia di cui sopra era la regione.
    Ma a questo punto dico io, perché proprio una regione femminile deve essere paranoica? Il Trentino non lo può essere, o il Piemonte o il Lazio? MASCHILISTI!!!!! :-DDDD

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