Ferrettiana

II.
(la prima parte qui)

occhi-di-ferretti

«Studenti di tutto il mondo,
cantate con me»
(Giovanni Lindo Ferretti
prima di intonare dal vivo “Annarella”,
Roma, 1993)

I CCCP dal vivo io non li ho mai visti. O meglio li ho visti, ma si chiamavano già CSI. Però facevano ancora solo i pezzi dei CCCP.

Andiamo con ordine.

Siamo nel 1993. Da due anni l’Unione Sovietica si è trasformata nella Comunità degli Stati Indipendenti e coerentemente i CCCP hanno cambiato il loro nome in CSI, Consorzio Suonatori Indipendenti. E sebbene non abbiano ancora fatto uscire un disco a nome CSI (bisognerà aspettare il 1994 con Ko De Mondo) sono già in tour con quel nome, portandosi appresso gli Üstmamò e i Disciplinatha.

Insomma, è il 24 gennaio del 1993 e io sto andando al Palladium con un mio amico, all’epoca il più “fedele alla linea” del gruppo che frequentavo. CCCP, CSI o comunque li si voglia chiamare, non importa. Quel che è certo è che finalmente stanno per esibirsi dal vivo, davanti a me, Ferretti e Zamboni per eseguire le uniche canzoni che sto ascoltando a ripetizione da qualche mese a questa parte. Sono piuttosto emozionato.

Già il pubblico è uno spettacolo, una fauna assortita. Punkettoni con la cresta, dark di Garbatella e quartieri limitrofi, relitti da sezione di partito, grunge della prima ora. Io stesso, se non ricordo male, indosso una camicia a scacchettoni da boscaiolo dell’Oregon. Dopo tutto siamo pur sempre nei primi anni ’90. Ma i tipi che più mi incuriosiscono sono tre. Due ragazzi e una ragazza, pressoché identici tra loro. Tutti con un loden verde e gli occhialetti tondi. Sembrano Gramsci, Gobetti e Rosa Luxemburg tornati sulla terra per assistere a un concerto dei CCCP. Il che sarebbe anche perfettamente coerente. Per tutta la durata del concerto se ne staranno appollaiati su uno degli spalti verso il fondo della platea, senza pogare, senza cantare, senza muovere un dito. Semplicemente seduti lì a seguire con seria attenzione quello che accade sul palco, come tre angioletti intellettuali scesi da chissà quale cielo.

Di questo concerto ho ricordi vaghi, disordinati. Alcuni frammenti però sono rimasti fortemente impressi nella mia mente. Il primo è la furia.

mct

All’epoca per me andare ai concerti significava stare sotto il palco e pogare. Io che sono sempre stato un animale da scrivania quando andavo a un concerto mi trasformavo. Avrei pogato anche a un concerto di Branduardi (probabilmente l’ho fatto davvero). Ma quella sera fu una cosa diversa, la stessa che c’è tra correre in macchina e decollare con un aereo. I primi a salire sul palco furono gli Üstmamò e attaccarono uno dei pezzi del loro primo album. Fu come se qualcuno avesse fatto esplodere il pavimento sotto di noi.

ust

La folla era ingovernabile. Per la prima volta non pogavo: venivo pogato. Ogni tanto, in mezzo alle membra e al sudore, vedevo il mio amico ed era come vedere qualcuno che si conosce dal finestrino di un treno che sfreccia in direzione opposta alla tua. Era un attimo, e poi si ritornava nel frullatore. Riuscii a rimettere i piedi per terra, in modo stabile, solo dopo i primi due o tre pezzi degli Üst. Poi sul palco salirono i Disciplinatha.

disciplinatha

I Disciplinatha avevano la fama di essere un gruppo fascista e io avevo paura. Non tanto di loro quanto del pubblico. Temevo la reazione della platea dei CCCP quando i Disciplinatha avrebbero cominciato a cantare. Mi dicevo: vabbè, fascisti, ma mica stupidi. Si conterranno, eviteranno la provocazione. Invece il cantante dei Disciplinatha salì sul palco direttamente in orbace, mentre l’altra cantante del gruppo, vestita da Giovane Italiana, aveva incollato alla schiena il fantoccio di una donna abissina che cercava di staccarsi di dosso con faccia disgustata. Sembrava proprio che non avessero intenzione di contenersi.

La cosa più incredibile non fu quando i Disciplinatha intonarono “A noi! A noi! Addis Abeba!” facendo il saluto romano (con il pubblico che cominciò a insultarli e a lanciare oggetti sul palco) ma quando, nel voltarmi per individuare le più vicine vie di fuga (non si sa mai…), mi accorsi che dietro a me c’era un tizio che faceva a sua volta il saluto romano e cantava a tempo “A noi! A noi!”. Altro che fascisti su Marte: fascisti ai concerti dei CCCP!

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E poi finalmente eccoli. Ferretti e Zamboni sul palco, insieme al resto del gruppo (non ricordo con esattezza chi c’era. Probabilmente Maroccolo, Pino Gulli, Giorgio Canali. E poi Ginevra Di Marco e Francesco Magnelli). Non più CCCP, non ancora del tutto CSI. Ma, insomma, eccoli. E come sempre, quando vedo dal vivo per la prima volta qualcuno che conosco solo di fama, penso: “ma allora esiste davvero”. Un pensiero banale, adolescenziale, eppure irresistibile.

Il suono è cambiato. La drum machine ha lasciato il posto a una vera batteria, a un set di percussioni. Tutto è più gonfio, arioso. Ma la chimica musicale di base è ancora quella secca e cerebrale dei CCCP. Ancora quelle le parole cantate.

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Quando Ferretti attacca Madre – che, come spesso accade, dal vivo, oltre al testo originale comprende anche una parte delle litanie lauretane – alcuni ragazzi con la kefiah accanto a me cominciano a sputargli addosso. «No! No! Questa no!», urlano. Ferretti prosegue senza battere ciglio. Spèculum iustìtiae, Sèdes sapiéntiae, Rosa mystica, Turris davìdica, Turris ebùrnea, Domus àurea, Iànua caeli, Stella matutina. E io lì in mezzo, tra gli sputi e le preghiere, penso che questa è la cosa più incredibile alla quale abbia mai preso parte. Vado ai concerti, vado in discoteca, vado nei centri sociali, non mi manca certo la conoscenza di queste esperienze di massa. Ma questa alla quale sto assistendo è una cosa completamente diversa. Unica.

Questo accadeva ai concerti dei CCCP/CSI. Questo è bene ricordare, a chi vede nella conversione di Ferretti l’inciampo di un dissennato o, peggio, la manovra di un opportunista. Si è trattato invece di qualcosa che ha lavorato sempre in sottofondo e che ha richiesto tempo per esprimersi compiutamente e senza timore. E non lo dico io, lo dice Giorgio Canali, il chitarrista che con Ferretti ha percorso tutto il pezzo di storia che va dalla fondazione dei CSI allo scioglimento dei PGR. Quando gli chiesero cosa pensasse del coming out cattolico di Ferretti, Canali rispose: «quello che Giovanni ha detto io lo so da venti anni, siete voi che vi fate distrarre dal buco nero dei suoi occhi».

Un ultimo ricordo di quel concerto del 24 gennaio 1993: poco prima di intonare Annarella, Ferretti si rivolse al pubblico dicendo: «studenti di tutto il mondo, cantate con me». Per me fu come se avesse detto: «lascia tutto e seguimi». Ci sono momenti di formazione che non si dimenticano. In seguito, quando all’Università avrei preparato l’esame di Sociologia, avrei appreso le meccaniche dei gruppi sociali e i principi di identità. Ma ne feci esperienza viva già lì. Ferretti non disse «proletari di tutto il mondo unitevi». Disse: «studenti di tutto il mondo, cantate con me». E io quello ero: uno studente. E subito dopo intonò una canzone d’amore. E io quello ero: innamorato.

Pensavo di essere ormai troppo grande per essere ancora fan di qualcuno o qualcosa. E invece quella sera, per intercessione ferrettiana, diventai il più grande fan dei CSI.  Già, i CCCP non esistevano più. Ma c’erano i CSI. Adesso bisognava aspettare solo che uscisse il loro primo vero album per avere finalmente tra le orecchie, nel cuore e nella testa qualcosa che potessi chiamare “mio”.

(continua)

2 pensieri su “Ferrettiana

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