Ferrettiana

III.
(la prima parte, qui; la seconda parte, qui)

occhi-di-ferretti

“Ko de Mondo” è un disco per la musica europea di oggi. Consigliato a chi pensa di sapere già cosa aspettarsi quando alza il muso dalla biada
(Davide Sapienza, “Buscadero”, febbraio 1994)

Una delle prime avvisaglie di Ko de Mondo arrivò nel gennaio 1994 con il brano Occidente in anteprima su una musicassetta (sic!) allegata a Mucchio Selvaggio. Dunque è vero, pensai, il primo disco dei CSI sta per arrivare. Occidente era una bella canzone, c’erano tutte le premesse per aspettarsi qualcosa di notevole. Ma davvero non potevo immaginare che quello che avrei ascoltato di lì a qualche settimana sarebbe stato uno dei dischi più importanti del rock italiano (come avrebbe poi lasciato intendere, con un po’ di supponenza forse, la lapidaria recensione di Davide Sapienza riportata sopra).

Soprattutto non potevo immaginare che il mio primo ascolto di Ko de mondo non sarebbe avvenuto in religioso silenzio nella mia cameretta, come credevo, bensì in un contesto e in un luogo del tutto inaspettati.

Ko de Mondo era dato in uscita per il febbraio del 1994, solo che io, già da metà gennaio, ogni giorno che Dio mandava in terra, lungo il tragitto da casa mia all’Università facevo tappa al negozio di dischi di Rinascita a via delle Botteghe Oscure. Entravo e chiedevo: “è uscito il disco dei CSI?”. Il commesso rispondeva: “non ancora”.

Quando dico ogni giorno intendo dire ogni giorno, forse con l’esclusione del sabato e della domenica (anche se sul sabato non ci giurerei). Puntualmente il commesso scuoteva la testa. “Non ancora”. A volte, attraverso la vetrina, già vedevo il commesso che scuoteva la testa non appena vedeva avvicinarmi lungo il marciapiedi. Immagino che all’epoca la direzione di Rinascita avesse diffuso un comunicato da affiggere sotto al bancone del negozio, con una mia foto e la scritta “Attenzione: è il pazzo che viene tutti i giorni a chiedere se è uscito Ko de Mondo. Non è pericoloso, ma siate comunque cauti”.

Un giorno tra i tanti entrai come sempre nel negozio di dischi, ma alla mia domanda il commesso non si limitò a rispondere “Non ancora”. Aggiunse: “Comunque, guarda, oggi c’è la conferenza stampa in cui presentano il disco. Anzi, questo è l’invito. Io non c’ho tempo di andarci, Se ti va puoi andare tu”.

csi-1994

Rimasi in stato di semiparalisi estatica per qualche secondo, come Fantozzi baciato dalla signorina Silvani, poi schizzai fuori da Rinascita diretto a Palazzo delle Esposizioni, dove la conferenza stampa si teneva.

Da lì in poi ho ricordi confusi: arrivo col mio zainetto da studente di scienze politiche e mi confondo tra i tanti giornalisti di testate musicali che sembrano altrettanti studenti di scienze politiche. La differenza è che loro sono lì per lavorare – e alcuni non fanno nulla per nascondere la svogliatezza – mentre io saltello come un bambino al luna park. Vedo Ferretti che attraversa l’atrio della sala conferenze. La prima volta che lo vedo non su un palco. Poi ci chiudono in una saletta buia e proiettano il documentario Immagini sul finire della terra girato a Finistère, Bretagna, dove il gruppo si era ritirato per comporre l’album. Ed è lì, dietro quelle immagini, dietro gli spezzoni di interviste, che sento per la prima volta alcuni frammenti delle nuove canzoni.

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Vent’anni che lo ascolto, e continuo a pensare che Ko de mondo sia un capolavoro. Di più, un disco capolavoro che inizia e finisce con due canzoni capolavoro: la belluina A tratti e la misericordiosa Fuochi nella notte (di San Giovanni). In mezzo l’esperimento rap di Palpitazione tenue, la melanconia di Del mondo, la sinistra rarefazione di Memorie di una testa tagliata, la furia di Finistère, l’epica In viaggio. Perfino nei momenti meno riusciti (Home sweet home) si respira l’energia vivificante propria di ogni stato di grazia.

Vent’anni dopo Ko de mondo appare compiutamente per ciò che è stato: un disco senza padri e senza figli. Senza padri, perché lontano da qualunque concessione alla musica melodica italiana (terminano con i CCCP le commistioni con il liscio da balera: Valium Tavor SerenaseAmandoti) e al tempo stesso lontano da qualunque tentativo di imitare la musica d’oltreoceano, o anche solo d’oltremanica (anche le schitarrate punk se ne vanno in cantina. La furia trova altre forme per cristallizzarsi. E che forme. Il basso che ruggisce su A tratti prima che Ferretti attacchi a cantare: “Non fare di me un idolo o mi brucerò”. Se non è vero rock questo allora io in quarant’anni che ascolto musica non ho capito nulla).

L’Europa, di nuovo e sempre, come unico orizzonte di riferimento. L’Europa dell’Est, dei CCCP, che qui si estende verso Ovest ma che oltre non va, perché il mondo finisce lì. Anzi qui, da noi. Ricordo un’intervista a Ferretti in cui, in merito alla sbornia etnica e alla world music che dominarono il suono degli anni Ottanta, affermò: “Noi siamo bianchi, europei, colti. Non abbiamo una negritudine da riscoprire”.

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E Ko de mondo è anche un disco senza figli perché i pochi che si sono imbarcati lungo quella rotta (CSI compresi) non sono riusciti a bissare un lavoro di tale bellezza. I successivi album dei CSI, Linea GoticaTabula Rasa Elettrificata sono già qualcosa di diverso (e di molto diverso tra loro).

Anche della conferenza vera e propria non ricordo granché. Ferretti fa il timido, poi si abbandona a risposte fiume. Zamboni, che timido lo è davvero, concede solo risposte secche. Spiegano perché hanno scelto di chiamarsi CSI, cosa li distingue dai CCCP, cosa pensano dell’Europa in cui vivono. Sarà tra l’altro proprio in quell’occasione che vedrò per la prima volta in azione un tipo umano con cui mi sarebbe capitato di avere a che fare spesso molti anni più tardi, quando avrei cominciato a presentare i miei libri: il monologante da evento pubblico. Quello che sta in platea, si alza per fare una domanda e attacca un lunghissimo predicozzo in cui parla di sé e in cui tocca solo per cortesia l’argomento vero e proprio dell’incontro. Quella volta si trattò di un tizio baffuto, con un impermeabile chiaro, che illustrò per dieci minuti buoni le sue teorie estetiche sulla musica e alla fine della lezione chiese: “a proposito, ma perché sono così tristi le vostre canzoni?”. Ricordo che Zamboni gli rispose: “perché le scrivo quando sono triste. Quando sono felice vado a passeggio per i campi”.

zamboni-ferretti-finistere

Ko de mondo, insomma, è il primo disco dei CSI, anche se non bisogna certo essere dei fini critici musicali per accorgersi che il suono dei CSI era già in embrione nell’ultimo disco dei CCCP, Epica Etica Etnica Pathos, e che avrebbe continuato a produrre echi fin nei primi dischi dei PGR, ovvero la terza incarnazione dei progetti musicali ferrettiani. Ma c’è una cosa che caratterizza la fase CSI: l’assenza del cattolicesimo come immaginario di riferimento. Quando Ferretti, sotto le insegne filosovietiche dei CCCP, invocava la Vergine Maria, lo faceva con sincerità. In tutti i testi dei CSI, invece, non si trova un solo passaggio di questo tenore. Anzi.

(continua)

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