Ferrettiana

V.
(le altre parti: I, II, III, IV)

occhi-di-ferretti

Un molteplice riallacciare fili di memoria tra umori fisiologici e ardite connessioni raziocinanti, a volte incredule. La memoria dell’oggi, inizio del III millennio dell’era cristiano-europea, che contempla l’11 settembre, il terrorismo islamista quale componente fondante del conflitto in atto sulla terra, una guerra dichiarata e incapace d’accettarsi. Dopo due guerre nostre, mondializzate in quanto esportate, uno scenario di guerra davvero mondiale.
(Dalle note di copertina del live dei PGR “Montesole”, 2003)

La puntata precedente di Ferrettiana si era conclusa più o meno intorno al 1997, con l’uscita di Tabula Rasa Elettrificata e Ferretti a zonzo per la Mongolia. A questo punto sarebbe utile uno di quei cartelli in sovrimpressione, con la scritta “Alcuni anni dopo…”. Già perché eccoci di colpo nel 2002. Sono passati cinque anni durante i quali nella mia vita sono accadute tante cose importanti: muore mio papà, io trovo lavoro, vado a vivere da solo, mi sposo, insomma divento adulto. Se prima le mie preoccupazioni principali erano comprare l’ultimo libro del mio scrittore preferito, l’ultimo disco del mio gruppo preferito, andare al cinema per l’ultimo film del mio regista preferito, adesso è normale che tutto questo passi in secondo piano (Ferretti, qualche anno dopo, avrebbe cantato: «anima dolce che stai tra i cotton fioc / metti i piedi per terra, sentirai che elettroshock»).

E sono anni, quelli in cui mi distraggo dalle sorti dei miei beniamini, in cui a casa CSI succedono cose davvero grosse. Tanto per cominciare Zamboni e Ferretti “divorziano”. Nel 2000 partono entrambi per Berlino (quella Berlino in cui si erano incontrati tanti anni prima e dove avevano deciso di fondare i CCCP) per un progetto extra-CSI firmato solo da loro due. Un disco elettronico, cupo, più trip hop che punk rock con Eraldo Bernocchi alla console che produce, mixa, crea paesaggi sonori. Qualcosa va storto e Zamboni torna a casa per conto suo. Tanto che quel disco – che si intitolerà Co.Dex – vedrà la luce poi come prima opera solista di Giovanni Lindo Ferretti.

giovanni_lindo_ferretti-co_dex-front

Ma l’abbandono del buon Zamboni provocherà di fatto una conseguenza ben più importante: la terza incarnazione del gruppo che dopo essersi trasformato da CCCP a CSI muta pelle ora in PGR (acronimo di Per Grazia Ricevuta). Il primo album, omonimo, esce nel 2002.

pgr-copertina-primo-album

Il passaggio da un acronimo storico-politico a un acronimo mutuato dal devozionismo religioso e la presenza in copertina di quella che, a guardarla da una certa angolazione, somiglia proprio a una croce dovrebbe far accendere qualche segnale anche nelle teste dei più irriducibili fedeli alla linea. Ma qui e nel successivo D’anime e d’animali del 2004 l’eventuale – e probabilmente ancora sottocutanea – (ri?)conversione religiosa di Ferretti è sovrastata dal suo brusco spostamento ideologico verso destra.

pgr-copertina-anime-animali

L’uomo che prima cantava Allah è grande! Gheddafi è il suo profeta! ora nei testi delle sue canzoni non nasconde risentimento verso l’Islam e dichiara amore e devozione allo Stato d’Israele, spende parole di elogio per i poliziotti, prende le distanze dal pacifismo («Quando la piazza urla Pace e Amore / Fuggo lontano, trattengo a stento il furore») e in generale lascia trapelare una certa virilità ideologica che uno si aspetterebbe più nei testi dei Disciplinatha che in quelli del gruppo di Ferretti («vale più un cuore puro e un cazzo dritto / d’ogni pensiero debole, piagnone, contro»). Ma sullo spostamento a destra di Ferretti vale la pena di ricordare anche le parole del diretto interessato, riportate nelle note di copertina di D’anime e d’animali: «”orfano di sinistra” vuol dire che una famiglia, geneticopolitica, l’avevo. Che non l’abbia più, l’ho vista morire l’ho sepolta, non significa che sono disponibile al farmi adottare».

Il mio giudizio su questi testi, oggi come allora, è piuttosto cauto. Mi sembra tuttavia che – al di là di quello che se ne possa pensare da un punto di vista ideologico – questo rinnovellato furore sia servito a Ferretti per uscire dalle secche di una scrittura che stava diventando sempre più automatica (è il caso di alcuni, non tutti, i testi dell’ultimo disco dei CSI e di alcuni, non tutti, i testi del primo dei PGR). Dal punto di vista musicale, invece, non ho dubbi: pur salvando alcuni brani qua e là, i primi due dischi dei PGR sono, in my humble opinion, le due cose meno riuscite che abbia mai fatto Ferretti dall’inizio della sua carriera musicale.

pgr-2002

Il primo lavoro dei PGR è un disco soffocato dagli arrangiamenti di Hector Zazou. Se i CSI avevano saputo mettere a punto un suono emozionante, frutto del lavoro di un ensemble che pur nella diversa natura dei singoli componenti dimostrava nei fatti di essere affiatato, i PGR, almeno in questa prima prova, consegnano il loro talento a un regista invadente che trasforma anche i pezzi migliori in esperimenti pseudo-ambient (Montesole, Sorgente d’Asia) e i pezzi peggiori in brani incomprensibili (penso a una canzone insulsa come Blando comando telecomandato o all’irrisolta chiusura di 11 settembre 2001).

Il secondo album è un vero e proprio pasticcio. Francesco Magnelli e Ginevra Di Marco lasciano il gruppo, per motivi mai completamente resi noti, a metà dell’opera. I superstiti Ferretti, Maroccolo e Canali si rimboccano le maniche e, da quel che si capisce, ripartono da zero. Riscrivono l’album in fretta e viene fuori quel che viene fuori: un disco nervoso, con molte canzoni tappabuchi (DivenireTu e ioIo e te), senza una direzione precisa.

Davvero non c’è più una linea cui essere fedeli eppure io, fedelmente, continuo a seguire questi artisti, perché comunque sono loro affezionato, mi hanno tenuto compagnia in momenti critici della mia vita, hanno fatto e continuano a fare canzoni meravigliose – sebbene ora le nascondano in dischi che meravigliosi non sono – e continuo ad andare ai loro concerti perché dal vivo, va detto, continuano a essere grandissimi, molto più di quanto non appaia dalle loro ultime prove in studio.

Con gli amici i discorsi sui PGR sono sempre sghembi, sfumati. Nessuno riesce a esprimere vere riserve sul nuovo corso di Ferretti. Tutti quanti pensano a una momentanea sfuriata di testa, a una fase passeggera. E tutti, ai concerti, aspettano il momento in cui partirà – se parte – qualche vecchio pezzo dei CCCP. Si prende tempo, non si vuole accettare una verità ormai evidente.

Poi la terribile verità comincia a venire a galla, attraverso interviste e libri. Ma io ne verrò a conoscenza nel modo più eclatante. Guardando un programma TV in prima serata.

(continua)

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