Riletture da ombrellone

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La mia annuale settimana al mare si è conclusa. Quest’anno, sotto l’ombrellone, ho portato con me due libri che avevo già letto in passato: Cani neri di Ian McEwan e La cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda.

Per anni McEwan è stato uno dei miei scrittori preferiti. Quando mi chiedevano quale fosse, secondo me, il suo romanzo migliore, rispondevo senza esitare: Cani neri. Eppure quel romanzo io l’avevo letto una volta sola e ormai, a distanza di anni, a malapena ricordavo di cosa parlasse. Anche poco prima di partire, mentre stavo parlando di letteratura con un amico, il discorso è finito su McEwan e di nuovo il rito si è ripetuto: Cani neri al primo posto (tra l’altro anche il mio interlocutore la pensava così). È così caduta su questo romanzo la scelta del primo libro da portare con me.

Riletto dopo così tanti anni, Cani neri resta un gran bel romanzo dove però, complice forse una certa smaliziatura da lettore veterano, comincio a vedere un po’ troppo il mestiere e un po’ meno la meraviglia che vi avevo scorto all’epoca della mia prima lettura. Di fatto Cani neri coincide con la sua struttura: un crescendo ben costruito. Fin dall’inizio ci viene proposto un momento del passato di uno dei protagonisti, dapprima con accenni molto vaghi poi a mano a mano più nitidi. Ma solo nell’ultimo capitolo leggiamo finalmente la cronaca dettagliata di quel momento. È uno dei “trucchi” più semplici dello scrivere, e funziona sempre.

Intorno a questo scheletro McEwan ci mette ben più densa ciccia: la contrapposizione tra materialismo e trascendenza, gli orrori della Seconda Guerra Mondiale, la caduta del Muro di Berlino, la fine delle ideologie. Eppure non si può non restare affascinati dalla traiettoria narrativa tracciata da McEwan. Verrebbe da dire che anche se la storia avesse parlato di tutt’altro il romanzo avrebbe funzionato comunque. Cani neri è un pattern narrativo codificato. L’esito cambia, inutile specificarlo, al variare del talento dell’autore, ma quella è una struttura visibile, riproducibile.

L’altro libro che ho letto è – credo – quanto di più distante si possa immaginare da Cani neri di McEwan: La cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda. Perché proprio questo? Perché La cognizione del dolore fa parte di quei libri che è impossibile leggere a meno che non sia abbiano a disposizione tempo, concentrazione e voglia. Sotto un ombrellone è probabile che questi tre requisiti si trovino insieme.

La prima volta che lessi La cognizione del dolore di quel romanzo non capii praticamente nulla. Lo lessi perché era uno di quei libri che chi si dichiarava appassionato di letteratura non poteva non leggere. Poi lo rilessi diversi anni dopo, sempre d’estate, e mi piacque molto di più. Ma credo che solo a cominciare dalla terza lettura compiuta pochi giorni fa abbia cominciato a comprenderne davvero tutte le ricchezze.

Eppure, io di questo romanzo saprei parlare davvero poco. Cos’è che rende così affascinanti queste pagine? Il fatto che si tratti di un’opera incompiuta? L’ambientazione fantastica eppure così vicina al vero? Sicuramente l’incredibile lingua in cui è scritto. E tuttavia, come spiegare la lingua di questo romanzo?

Ecco, alla fine, dovendo sintetizzare il giudizio su queste mie due recenti riletture da ombrellone potrei dire questo: Cani neri è un romanzo spiegabile, La cognizione del dolore è un romanzo inspiegabile.

(Immagine: Alex Colville, «Family and rainstorm», 1955)

Un pensiero su “Riletture da ombrellone

  1. Ho letto La cognizione una volta sola e non ci ho capito nulla come te. Alcuni brani li leggevo a voce alta, tipo recitandoli, ed erano strepitosi, mettevano i brividi, fuochi d’artificio. Momenti Federer.

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