Leggere o rileggere? Proviamo con le readlist

repeat-buttonIn un vecchio articolo pubblicato sul Messaggero, Giorgio Manganelli sosteneva che la civiltà letteraria non è fatta di letture, ma di riletture. Fedele alla sua filosofia negativa, lo scrittore milanese sosteneva che al cuore di ogni grande libro c’è il nulla e che per il lettore non è possibile raggiungere questo nulla se non attraverso costanti e ripetute riletture.

Quando tanti anni fa mi venne la febbre per i libri, più o meno negli stessi anni in cui Manganelli scriveva quelle righe, l’idea di rileggere mi sembrava assurda. Con tutti quei libri meravigliosi che mi attendevano sugli scaffali come potevo pensare di impiegare ore del mio tempo per rileggere qualcosa che avevo già letto? Oggi che di tempo ne ho sicuramente meno, chissà perché mi viene sempre più spesso voglia di rileggere libri che ho già letto.

Forse è proprio la consapevolezza degli anni a disposizione che inevitabilmente diminuiscono che mi fa dire che se davvero voglio dare una seconda occasione a un libro che mi aveva convito poco, o se voglio godere ancora una volta di quel romanzo che mi aveva dato i brividi, beh, ora o mai più.

E poi nella rilettura c’è l’esperienza che gioca a nostro favore. Come quando si torna a visitare un posto in cui si è stati già. Una grande città, una bellezza della natura, un grande museo. Non è più necessario stare lì con la guida in mano spuntando via via le cose viste tra quelle da vedere. No. Ci si sofferma solo dove si vuole.

L’altra sera, per dire, approfittando di un’ora di quiete domestica dopo cena, mi sono preparato il seguente cocktail di riletture:

  • L’incipit e alcune pagine scelte di Fratelli d’Italia di Arbasino;
  • L’incipit di Ferito a morte di La Capria;
  • Il portentoso finale del Gattopardo, con i resti imbalsamati di Bendicò che precipitano dal balcone.
  • La scena della foto di gruppo in ufficio, dal Libro dell’inquietudine di Pessoa (anzi, di Bernardo Soares), più un altro paio di capitoletti che sono venuti uno dietro l’altro come le ciliegie.

E ho pensato che quella che avevo messo su era una readlist, così simile alle playlist che siamo abituati a comporre da quando la musica la gestiamo con il computer anziché con lo stereo (e che in fondo, poi, sono solo l’evoluzione delle compilation che ci facevamo in casa, registrando brani presi qua e là, su cassette da 90, da 60 o da 46).

Mi piace quest’idea delle readlist. Penso ad assortimenti monografici (le migliori pagine di Mari, di Handke, di Borges) o monotematici (il romanzo americano contemporaneo, il noir) oppure alla readlist delle introduzioni (quella di Pynchon a Entropiala prefazione pazzesca, bellissima, di Silvio D’Arzo a Nostro lunedì, quella di Capote a Musica per camaleonti, forse superiore ai racconti stessi). Ma perché non mettersi semplicemente davanti alla propria libreria e abbandonarsi a un random play? Un’operetta morale a caso, il finale di un giallaccio della Christie, quei versi che avevamo sottolineato (gli unici, probabilmente) di Robert Lowell, una pugna fantasy, un haiku.

Se è vero che la lista dei libri da leggere aumenta ogni giorno che passa, come calcolare le infinite combinazioni di riletture possibili?

4 pensieri su “Leggere o rileggere? Proviamo con le readlist

  1. Sì, è successo anche a me. Fino a qualche anno fa avevo bisogno solo di storie, tutte intere e sempre nuove. Ultimamente anche e sempre più di pezzi di storie, possibilmente conosciute. (Bella la tua readlist).

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