Nove Eggers Placido cut-up

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C’è un racconto poco conosciuto di Aldo Nove che si intitola Italian 2002 Fast Food Cut-up (1) e si propone come un montaggio di tre fonti diverse: il discorso di un tizio registrato “casualmente” in un fast food, estratti dai testi del sito della BMW ed estratti dai testi del sito di Elisabetta Canalis. Un racconto che è un brillante esempio di limpida acromìa espressiva: dato il tema trito (il razzismo, l’intolleranza, il confronto con l’altro, eccetera) Nove se ne è uscito con un artefatto che centra perfettamente il tema passando per una traiettoria che parte in modo prevedibile (il razzismo da autobus dell’italiano medio) e prosegue in modo totalmente imprevedibile (le BMW e le veline appunto). Come tutto alla fine quadri senza quadrare, come si venga beneficiati dall’idea che l’autore voleva trasmetterci senza aver letto quello che ci aspettavamo di leggere è cosa che non può essere spiegata ma solo vissuta, appunto, in prima persona da lettori.

Questo racconto di Aldo Nove mi fa pensare a un altro racconto, probabilmente più noto, di Dave Eggers. Si intitola Lettere di Steven, un cane, ad alcuni capitani d’industria (2) e parla di un ingegnere meccanico texano che inizia a scrivere lettere agli amministratori delegati di alcune tra le più importanti aziende americane. Queste lettere, però, sono scritte “dal punto di vista di un cane di nome Steven” e l’ingegnere racconta in prima persona del suo scondinzolare, del suo abbaiare, del suo mordere. Il punto più alto del racconto di Eggers si raggiunge quando nell’ennesima lettera del cane Steven a parlare in prima persona non è più Steven ma un uccellino. A questo punto il lettore – pur spiazzato dal cimento con questo folle epistolario canino – è tuttavia costretto a rilevare un’anomalia nell’anomalia e a dire “no, un momento, ma che c’entra l’uccellino?”. E il lettore – ormai demente quanto l’autore – si rassicura quando nella riga successiva della lettera legge “Ma indovinate un po’? Io non sono veramente un uccellino. Sono un cane e mi chiamo Steven”. Ah meno male! Ora tutto quadra…

Verrebbe quasi voglia di parlare (per il racconto di Eggers come per quello di Nove) di demenzialità se non fosse che la demenzialità è proprio l’opposto di questo non-colore letterario.

Vi starete chiedendo cosa c’entri Placido. . Ebbene, una decina di anni fa, credo sul Venerdì di Repubblica, apparve una recensione, firmata appunto da Beniamino Placido, del gioco televisivo Passaparola condotto da Gerry Scotti. Il critico televisivo, anziché parlare bene o male di Passaparola, anziché recensire insomma, si limitava a spiegare pianamente le regole del gioco. Io non so cosa intendesse dire Placido (così come non so cosa intendano dire esattamente i racconti di Nove o Eggers) ma in tutti e tre i casi il mio io-lettore è riuscito a costruire un’immagine, a risalire insomma all’intenzione dell’autore, pur nella totale assenza di indicazioni in tal senso. E così eccomi convinto, attraverso un processo di normalizzazione dello spiazzamento che sarebbe interessante studiare, che Nove ha scritto un racconto contro il razzismo, Eggers una satira aziendale e Placido una stroncatura di un gioco televisivo, pur non riuscendo a trovare nulla in quei testi che possa confermarlo.

  1. In “L’Africa secondo noi” (Edizioni dell’Arco, 2002)
  2. In “Burned Children of America” (Minimum Fax, 2001)

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