Nove Racconti Egoisti / 1. Spazio/I La mia vita nel secchio

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A partire da oggi e per i prossimi mercoledì pubblicherò qui sul mio blog i testi che compongono una mia raccolta del 1996 intitolata Nove Racconti Egoisti. La raccolta in sé è da considerarsi inedita. Tuttavia: Il disperante è apparso sul n. 28 di della rivista Fernandel; Galleggiando è apparso sul n. 34 della rivista Storie (www.storie.it); lo stesso racconto è stato letto il 10 maggio 2003 durante il reading Le parole in tasca realizzato dal gruppo di provocatori letterari I Libri In Testa. Sempre nel 2003 questa raccolta ha partecipato all’iniziativa Vibrissescatola ideata da Giulio Mozzi. In quell’occasione ho allestito artigianalmente dieci copie numerate con copertine dipinte a mano da me (olio su cartoncino Fabriano Disegno4 ruvido 200 gr./m2) stampate su carta Océ White Star 80 gr/m2 con testo composto in caratteri Palatino Linotype. Nel 2009 tutti i racconti di questa raccolta, compresi l’introduzione e l’indice, sono stati pubblicati a puntate sul blog Lame Rotanti.

E ora, si comincia.

Federico Platania

NOVE RACCONTI EGOISTI

1996-1997

INTRODUZIONE

I racconti di questa raccolta sono tutti caratterizzati da un’evitabile angoscia, ma in ognuno di essi c’è almeno una frase che mi rende orgoglioso. I patetici protagonisti sono talmente ossessionati da loro stessi che parlano solo delle loro assurde esistenze (e questo, forse, è un male) ma si esprimono in maniera così seria che spesso quello che dicono fa sorridere (e questo, forse, è un bene). Ho chiamato “egoisti” questi nove racconti perché nello scriverli non ho pensato ad altri che a me stesso. Non solo per questo motivo, li ritengo ingiustificabili.

F.P.

PRIMA PARTE

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(la mia vita nel secchio)

Il secchio in cui vivo è alto quattro volte me ed è largo la metà della sua altezza. Il secchio non ha il fondo, pertanto io cammino su un cerchio di quattro metri di diametro di terriccio soffice e marrone. Nel secchio non c’è niente, eccetto me.

Le pareti del secchio sono di un metallo scuro e liscio, sebbene, col tempo, la superficie si sia ricoperta di bozzi e graffi. Sopra di me si apre il cerchio del cielo. Cosa ci sia oltre le pareti del secchio non lo so, oppure lo so ma non lo ricordo.

Quando piove mi bagno. Quando c’è il sole mi asciugo. Indosso una camicia di lino color bianco sporco, un paio di pantaloni neri di stoffa pesante, calzini grigi e scarponcini neri. Quando fa molto caldo tolgo tutto e resto nudo. Non mi lavo mai, se non con la pioggia. Sotterro i miei escrementi nel cerchio di terra su cui cammino. Non ho nulla per radermi la barba, che cresce fluente. Quando diventa troppo lunga mi strappo i peli con le mani.

Non ho un orologio, ma attraverso la luce naturale che proviene dall’imboccatura del secchio posso definire con una certa precisione lo scorrere del tempo, anche se al momento sarebbe impossibile per me dire da quanti anni sto vivendo qui.

Poco dopo il sorgere del sole, qualcuno (o qualcosa), attraverso una corda, cala all’interno del secchio un pacchetto avvolto in carta marrone e legato con uno spago. È la mia razione quotidiana di cibo. Il cibo varia di volta in volta, ma l’alternarsi delle pietanze non segue una serie precisa o almeno così mi sembra. Nello stesso pacco dei viveri trovo anche una bottiglia di plastica da due litri, piena d’acqua. Questo accade regolarmente. Tutti i giorni. Sempre.

Poco prima del tramonto la corda viene di nuovo calata. Alla sua estremità, questa volta, è legato un cesto. Io ripongo qui la scatola di cartone, la bottiglia vuota e gli avanzi del cibo. La corda risale, liberandomi così di rifiuti che, alla lunga, finirebbero per colmare il secchio togliendomi il già poco spazio a disposizione.

C’è stato un periodo in cui ho pensato che la corda non fosse solo uno strumento per fornirmi i viveri e liberarmi dei rifiuti, ma un vero e proprio mezzo di comunicazione tra me e il mondo esterno. Così, alcune sere, ho provato a mettere nel cesto, oltre agli avanzi dei miei pasti, anche altri oggetti: un bottone della mia camicia, manciate di terriccio, insetti morti. Una volta ho provato addirittura a modellare il foglio di carta da pacchi che avvolgeva la scatola del pasto consegnatami al mattino in modo che assumesse la forma di un cuore. Nessuno di questi tentativi ha mai avuto esito.

In un periodo precedente a questo, passavo buona parte delle mie giornate ad urlare verso l’alto, nel vano tentativo di richiamare l’attenzione di qualsiasi cosa fosse là fuori; dapprima insulti, poi suppliche, infine un lamento monocorde e inespressivo. Alternavo a queste grida violenti colpi contro le pareti del secchio lungo tutta la sua circonferenza, ma ottenevo solo sordi rimbombi.

Ho anche studiato due diversi modi di fuga: attraverso la corda e attraverso il terreno.

Arrampicarsi lungo la corda non sarebbe difficile, dal momento che si tratta di una fune robusta, asciutta e molto porosa, sulla quale le mani hanno buona presa. Eppure i miei tentativi di fuga attraverso la corda non sono mai arrivati ad una conclusione. Dopo essermi arrampicato per tre o quattro palmi, infatti, venivo colto da una serie di dubbi: come farò a scendere dall’altro versante? Cosa troverò lì? E se tentassero di colpirmi una volta raggiunto il bordo? Così, ogni volta, ridiscendevo lungo la corda e non appena toccavo terra questa veniva tirata su con un movimento lento e uniforme, come se chi fosse dall’altro lato della parete metallica avesse pazientato di buon grado nell’attesa che io compissi il mio vano tentativo di fuga e, soprattutto, che apprendessi la sua irrealizzabilità.

Fuggire attraverso il terreno, invece, fu un’idea a cui rinunciai presto. Un giorno, non so quando, scavai con le mani nel cerchio di terra su cui cammino, ma dopo alcune decine di centimetri trovai uno strato di terra dura. Proseguendo mi sarei ferito le mani (sono terrorizzato dall’idea di ferirmi perché non ho nulla con cui curarmi e qualsiasi ulteriore forma di sofferenza, nella mia situazione, sarebbe insopportabile). Quindi ricoprii la buca che avevo fatto e abbandonai il proposito.

A volte mi sono anche chiesto perché dovrei fuggire. E se là fuori ci fosse qualcosa di peggio? E se questa vita nel secchio fosse l’unica possibile per me? Se io, cioè, non fossi in alcun modo adatto ad una vita “fuori dal secchio”? Tutte queste domande non avranno risposta fino a quando non ricorderò le circostanze precise che mi hanno condotto nel secchio in cui vivo: ci sono nato? Ci sono entrato di mia spontanea volontà? Ci sono stato imprigionato come punizione per qualcosa che ho commesso in precedenza?

Mi coglie, a volte, un pensiero che, non so perché, mi sembra terribile: il secchio in cui vivo non è il mio secchio. Il secchio non è esclusivamente per me: qualcuno vi ha abitato in precedenza e, dopo la mia morte, un altro vi abiterà. Quest’idea mi provoca una strana sensazione, un misto di rabbia e sconforto, e la scaccio con violenza dalla mia mente.

La mia mente è l’unico passatempo di cui dispongo. Penso. Penso in continuazione. Sto notando che, con il tempo, i miei pensieri diventano via via più astratti. Sto cominciando a dimenticare le forme delle cose e delle persone. I sogni rispecchiano questa situazione. Non so più da quante notti, ormai, non sogno più esseri umani. Sogno sterminate distese di erba, deserti, oceani. Ma non c’è mai nessuno. Non ci sono neanche io. Né qualsiasi altra forma di vita animale. Solo piante e minerali. È il mondo prima della venuta dell’Uomo. Ma anche i sogni delle foreste e dei cieli fanno parte di un periodo ormai lontano. In realtà le mie visioni notturne stanno diventando sempre più asettiche: sogno reazioni chimiche, cristalli che si fondono, sostanze gassose che si mescolano, esplosioni, evaporazioni.

Da molto tempo, ormai, non parlo più a voce alta e, anzi, credo di aver perso quasi del tutto l’uso della parola. Ma, a volte, il mio incessante flusso di pensieri presenta parole che sorprendono anche me. E allora io le mormoro sommessamente, quasi masticandole tra le labbra. E ogni volta sento un piccolo brivido lungo la schiena.

L’ipotesi del suicidio è irrealizzabile. Non ho alcun mezzo attraverso cui togliermi la vita, nulla con cui tagliarmi le vene, nulla con cui soffocarmi, nulla di letale da ingerire. E, in fondo, non ho motivo di compiere un simile gesto. So che con il passare del tempo troverò il coraggio di arrampicarmi lungo la corda e, in un modo o nell’altro, uscire dal secchio. E sarà allora che mi si presenterà l’agghiacciante spettacolo che ho sempre immaginato: un’immensa distesa di secchi uguali al mio, affiancati da bracci meccanici che dispensano cibi preparati chissà dove; un’immensa, infinita distesa di secchi in cui uomini soli sognano un mondo senza uomini.

Nell’immagine: Alberto Burri, «Nero e Oro» (1993, part.)

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