Storia naturale della distruzione

Luftkrieg

In tempi di guerre minacciate, subite, promesse o osteggiate può essere utile tornare alle pagine di uno degli scrittori più profondi del Novecento, il tedesco W. G. Sebald, e in particolare  a un suo testo del 1999, Storia naturale della distruzione (pubblicato in Italia da Adelphi nel 2004), come tutti i libri di Sebald una raccolta di impressioni, memorie, tesi e fotografie, in questo caso riunite dall’intento di raccontare la seconda guerra mondiale attraverso l’analisi dell’opera di altri scrittori tedeschi.

Partiamo intanto dalla tesi dell’autore:

la distruzione delle città tedesche negli ultimi anni della seconda guerra mondiale non aveva trovato posto nella coscienza della nazione che andava costituendosi ex novo […] se le generazioni del dopoguerra volessero limitarsi alle testimonianze degli scrittori, troverebbero difficoltà a farsi un’idea dello svolgimento, dell’estensione, della natura e delle conseguenze che assunse la catastrofe abbattutasi sulla Germania con la guerra aerea.

Il titolo originale dell’opera è infatti Luftkrieg und Literatur (Guerra aerea e letteratura) e il risvolto di copertina richiama giustamente l’attenzione sul fatto che queste “lezioni di poetica” si sono trasformate, dinanzi alla platea delle conferenze tenute a Zurigo nel 1997, in “critica storica”.

Non è necessario essere esperti di germanistica per godere di questo incontro tra la denuncia storica e a critica letteraria. Il passo più esemplare, in questo senso, è quando Sebald individua nello stile forbito di Arno Schmidt – che vorrebbe descrivere orrori ma in realtà mostra soltanto il suo ego letterario – quella rimozione psicologica che ha colpito un’intera stagione della narrativa tedesca.

Ci sono poi alcuni cortocircuiti in questo libro che è opportuno ricordare. Uno degli argomenti più usati da quanti si dicevano a favore dell’attacco americano in Iraq fu che se all’epoca della seconda guerra mondiale avesse prevalso il fronte pacifista il mondo sarebbe caduto sotto il giogo nazista. Saddam come Hitler, insomma, e dunque legittimazione di una guerra contro “il dittatore”. Dal passato di quella regione spaziotemporale (la guerra appunto alla Germania nazista), Sebald si chiede: la motivazione dei guerrafondai giustifica l’accanimento? Chi ha letto Mattatoio n. 5 di Vonnegut lo sa bene: Dresda rasa al suolo a guerra ormai finita. Per quale motivo? Sebald prova a rispondere così:

La guerra costruita sui bombardamenti era guerra in forma pura e scoperta. Dal suo sviluppo, contrario a qualsiasi razionalità, si può rilevare come le vittime di un conflitto (…) siano non già vittime sacrificate sulla via che conduce a un qualche obiettivo, bensì esse stesse – nel vero senso del termine – e l’obiettivo e la via.

Sebald cita poi un passo di Hans Erich Nossack: «E un giorno finimmo in un sobborgo risparmiato dalle bombe. La gente se ne stava seduta al balcone e sorseggiava il caffè. Era come in un film, era irreale». E qui non posso non venire in mente quelle immagini davvero irreali dei turisti sui lettini che sorseggiavano cocktail mentre alle loro spalle si vedevano le macerie ricoperte di fango del post-tsunami nel 2005.

Sebald è maestro nel partire da dettagli quotidiani, ordinari, come i ritratti di gente comune raccolti negli Emigranti o i diari di viaggio in luoghi della memoria in Vertigine Gli anelli di Saturni, l’immaginaria biografia di un storico dell’arte in Austerlitz. Con Storia naturale della distruzione Sebald ingaggia la sua scrittura su piano reale e vastissimo. E la sua prosa si conferma capace di immagini potenti:

Una volta ho sentito un ex bombardiere raccontare che dal suo oblò nella cabina posteriore si poteva ancora vedere Colonia in fiamme, mentre l’aereo stava già sorvolando la costa olandese: una chiazza di fuoco nell’oscurità, simile alla coda di una cometa immobile.

Nell’immagine: Reinhald Sigle, «Luftkrieg III» (legno, colla e vernice, 2003)

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