Nove Racconti Egoisti / 2. Spazio/II La mia vita nel tubo

burri-nero-e-oro-2

spazio/2

(la mia vita nel tubo)

Il tubo in cui vivo è alto quanto me ed è largo quanto me. È un tubo di acciaio inossidabile, posizionato lungo il suo asse orizzontale su un terreno leggermente inclinato. Da un’estremità del tubo sporge la punta dei miei capelli, da quella opposta le piante dei miei piedi. Indosso un paio di calzoni di una tuta da ginnastica, ma sono scalzo e a torso nudo.

Periodicamente avverto una puntura sotto le piante dei piedi. È un uomo (o una macchina) che mi inietta qualcosa. Suppongo si tratti di una mistura di acqua, vitamine e proteine che ha la funzione di tenermi in vita perché qui nel tubo non mangio mai e non bevo mai.

Il tubo è maleodorante per via degli escrementi. Grazie alla posizione inclinata del tubo, le feci e l’urina scorrono via, anche se lentamente, ma non posso pulirmi in alcun modo.

All’interno del tubo posso compiere un solo movimento: girare su me stesso. L’unica felicità della mia esistenza consiste proprio in questo cambio di posizione: quando non ne posso più di stare a pancia sotto mi giro dall’altra parte e viceversa. La posizione a pancia sotto mi consente una scarsa visibilità dall’estremità superiore e così posso vedere uno scorcio del prato su cui giace il tubo: un prato vastissimo e completamente privo di alberi dove, almeno stando a quanto vedo, non c’è assolutamente niente, eccetto il tubo e me.

Nei giorni di sole il tubo si scalda, ma mai in modo eccessivo. A volte, di notte o in inverno, nel tubo si gela. E tuttavia non sono ancora morto né di caldo né di freddo.

Non ho ricordi del passato, probabilmente perché ho sempre vissuto qui nel tubo. Eppure nella mia memoria si sono materializzate, da molto tempo, le immagini di un pomeriggio di sole, trascorso a giocare a pallone in compagnia di altri ragazzi, su un prato molto simile a quello in cui si trova il tubo in cui vivo.

È difficile dire se io abbia davvero vissuto un pomeriggio come quello o se invece l’abbia semplicemente inventato. Ma mi chiedo: come potrei inventare dal nulla qualcosa che non ho mai visto? Se la mia vita si fosse davvero svolta tutta nel tubo, cosa ne potrei sapere io del gioco del pallone, delle urla dei ragazzi, del sudore, dell’odore forte dei fiori, dei panini che mangiammo stanchi dopo aver corso per ore, delle bottiglie di plastica azzurrina piene di acqua minerale?

Io infatti ricordo tutto questo con una certa precisione. È l’unico modo che ho per passare il tempo qui nel tubo: tentare di ricostruire quel pomeriggio nella mia mente, fin nei minimi dettagli. Sono sicuro di potercela fare: ogni tratto somatico dei ragazzi che giocavano insieme a me, ogni scambio di palla, ogni parola che è stata detta, ogni caduta, ogni pausa. Quando il pomeriggio sarà perfettamente ricostruito allora io spero di poter ricordare anche altri momenti della mia vita. E di momento in momento io sono certo che riuscirò a risalire fino alle circostanze precise che mi hanno costretto a vivere per sempre qui, sdraiato nel tubo di acciaio.

Potrei uscire dal tubo, è vero, nulla me lo impedisce. Ma ho paura. Paura per quello che potrei trovare là fuori e vergogna per la mia persona, per i miei pantaloni irrimediabilmente sporchi, per i miei piedi gonfi a causa delle continue iniezioni, per i miei arti anchilosati e inservibili, per i miei capelli incolti.

Tuttavia, ci fu un giorno in cui provai ad uscire dal tubo: dovetti compiere uno sforzo immane e non mi spostai che di pochi centimetri. Capii allora che la mia forza fisica era esaurita, che ero ridotto a una larva e che se anche fossi uscito dal tubo non avrei potuto fare altro che strisciare per il prato, disperato e sporco.

Io non odio il tubo, né lo amo. Provo verso il tubo una sorta di sconfortante impotenza. So che il tubo fa irrimediabilmente parte della mia vita e non riesco più a immaginarmi senza di esso. Il tubo non è una punizione, non è uno strumento di tortura con il quale boia impietosi mi infliggono questo tormento per semplice sadismo o per mia effettiva colpa. Niente di tutto questo. Il tubo è una disgrazia. Ed è capitata a me.

Dunque non ha senso inveire contro il caso. Qui, nel tubo, io porto avanti la mia esistenza: cambio posizione con regolarità, attendo la puntura dell’ago sotto i miei piedi, me la faccio addosso. Ma soprattutto cerco di ricostruire perfettamente quel pomeriggio di sole in cui, in compagnia di altri ragazzi, ho giocato a pallone su un prato. Forse.

Questo testo fa parte della mia raccolta inedita “Nove Racconti Egoisti” che sto pubblicando a puntate sul mio blog. La prima puntata qui. Nell’immagine: un’opera del ciclo «Nero e Oro» di Alberto Burri (1993, part.)

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...