Sunset Limited: la differenza tra dubitare e farsi domande

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È un periodo fertile per il dialogo tra atei e credenti ed è allora il caso di rispolverare quello che considero uno dei testi più pregiati dello scrittore statunitense Cormac McCarthy: Sunset Limited. «Romanzo in forma drammatica», come viene definito sulla quarta di copertina dell’edizione Einaudi del 2008, di fatto un vero e proprio testo teatrale per due attori. Ne esiste anche una versione per la TV con Samuel L. Jackson e Tommy Lee Jones (quest’ultimo ne ha firmato anche la regia).

BIANCO – Lei è un eretico?
NERO – Stai cercando di mettermi nel sacco, professore.
BIANCO – No, per niente. È un eretico o no?
NERO – Non più di quanto dovrebbe esserlo chiunque. Anche chi ha una fede grande così. Non sono uno che dubita. Però sono uno che fa domande.
BIANCO – E che differenza c’è?
NERO – Be’, secondo me chi fa domande vuole la verità. Mentre chi dubita vuole sentirsi dire che la verità non esiste.

McCarthy tocca in questo testo alcuni vertici della sua arte di scrivere dialoghi superando certi schemi ossessivamente tautologici (“Ce la caveremo, vero, papà?” / “Sì. Ce la caveremo”) che appesantivano La strada. Qui ogni battuta, anziché confermare la precedente, la mette in discussione.

Nero è un vecchio ex-carcerato negro («Deve proprio usare questa parola?» / «Be’, la storia è mia, no? E comunque, a me non mi pare che c’erano tanti afroamericani o persone di colore, lì dentro. Per come me lo ricordo io, eravamo solo un mucchio di negri»), Bianco è un professore bianco che ha appena tentato di suicidarsi gettandosi sotto un convoglio della Sunset Limited, una linea ferroviaria che esiste realmente negli Stati Uniti, in servizio tra Los Angeles e New Orleans, ma il cui nome letteralmente significa anche “tramonto ristretto”: una misera prospettiva, un orizzonte limitato della propria visione esistenziale.

Il professore non crede più in niente, non ha amici, legami, le uniche cose che per lui avevano un senso nella vita non ce l’hanno più («Le cose culturali, per esempio. I libri, la musica, l’arte. Cose di questo genere (…) Queste sono le cose che per me hanno valore. Sono la base della civiltà. O quantomeno, un tempo avevano valore. Probabilmente oggi non ne hanno più così tanto. (…) La gente ha smesso di dar loro valore. Io ho smesso di dar loro valore»). Ma il tentativo di suicidio fallisce, il vecchio negro lo salva secondo una dinamica che nel testo non viene chiarita. Sta di fatto che i due si ritrovano a casa del negro, in un quartiere popolare di New York. Loro due soli, in questa povera stanza, seduti al tavolo su cui è posata una Bibbia.

Già. Il negro crede in Dio, il bianco è ateo. Il nodo narrativo si gioca su questa contrapposizione. Il negro dichiara apertamente di voler convertire l’aspirante suicida, l’altro sfugge tutti i suoi attacchi, ma nessuno dei due riesce a sopraffare l’avversario, come in una partita a scacchi (eh, il bianco e il nero…) in perenne situazione di stallo.

NERO – Ma se dai un bicchiere pieno a un ubriacone e intanto gli dici che non è quello che vuole davvero, secondo te lui cosa ti risponde?
BIANCO – Penso di potermelo immaginare, cosa mi risponde.
(…)
NERO – Esatto. Perché quello che vuole davvero non lo può avere. Oppure è convinto che non lo può avere. E quindi si ingozza di quello che non vuole davvero.
BIANCO – E invece cos’è che l’ubriacone vuole davvero?
NERO – Avanti, lo sai anche da solo.
BIANCO – No, non lo so.
NERO – Sì, invece.
(…)
BIANCO – No che non lo so.
NERO – Vuole quello che vogliono tutti.
BIANCO – E cioè?
NERO – Essere amato da Dio.
BIANCO – Io non voglio essere amato da Dio.
NERO – Ecco, perfetto. Lo vedi che sei andato subito al punto? Neanche l’ubriacone. Secondo lui, almeno. L’ubriacone vuole solo un bicchiere di whiskey. Ma tu sei un uomo intelligente, professore.

Ogni tanto il bianco minaccia il nero di alzarsi e lasciare l’appartamento. È chiaro a tutti, lettore compreso, che l’abbandono del tavolo intorno a cui avviene il dialogo, l’abbandono della partita, comporterebbe un nuovo tentativo di suicidio, con più probabilità di andare a segno. Il nero fa di tutto per tenere il bianco al tavolo, farlo parlare, arriva addirittura a preparargli una saporita colazione afroamericana (cucina tipica il cui nome inglese è “soul food”, altro doppio significato: cibo dell’anima). Ma anche questi momenti di armistizio tra i due non fanno calare la tensione del duello.

NERO – E qual è il mondo che conosci tu?
BIANCO – Non credo che lo voglia sapere.
NERO – Sì invece.
BIANCO – Non penso proprio.
NERO – Avanti.
BIANCO – Come vuole. Per me il mondo è fondamentalmente un campo di lavori forzati da cui ogni giorno si estraggono a sorte dei detenuti – completamente innocenti – perché vengano giustiziati. Non è così che la vedo. È così che è. Esistono pareri diversi? Certo. Resistono a un esame approfondito? No.

La grandezza di questo testo di McCarthy sta proprio nel fatto che i due antagonisti sono immobili. Nessuno cede un centimetro di terreno all’altro. Non è un testo ideologico, non dimostra nulla, non vi convince di nulla di cui non siate convinti già, non è un conte philosophique come pure è stato definito. A meno che non si parli di pessimismo filosofico, riconoscendo che qui sulla Terra ci sono due visioni ben distinte (il bianco e il nero, di nuovo), entrambe vissute come autentiche dai rispettivi personaggi, che mai potranno incontrarsi.

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