Di scrittura, alberi da frutto e mogli svenute

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Ieri pomeriggio ero in libreria, una volta tanto non per comprare libri per me ma per rimpolpare la già nutrita collezione del piccolo Giovanni: un altro paio di volumi del Dr. Seuss e l’ennesima versione di Canto di Natale di Dickens (ormai non conto più le copie che ho a casa, tra versioni integrali, adattamenti per ragazzi, edizioni in inglese, etc.). Poi, finito il giro nella sezione bambini & ragazzi, non resisto e vado a vedere tra gli scaffali di narrativa se c’è  almeno una copia del mio ultimo libro. C’è. E come al solito precipito nel giro di un istante dallo stupore allo sconforto.

Non è tanto il fatto che uno che si fregia dell’ormai indecifrabile etichetta di scrittore dovrebbe quanto meno essere superiore a ovvietà del genere (stupirsi nel vedere il proprio libro in libreria); non è tanto il fatto che, come sempre, ho avuto la tentazione di posizionare il libro in modo che la copertina fosse più visibile (non l’ho fatto, tranquilli); non è tanto il fatto che non so mai se essere felice perché la più grande catena di librerie di Italia perfino nei suoi punti vendita meno frequentati ha effettivamente una copia del mio libro o se essere triste perché ce ne ha una sola, o ancora se essere atterrito perché se c’è una copia significa che nessuno l’ha ancora comprata e allora forse sarebbe stato meglio non trovarcela affatto almeno avrei potuto sperare che prima c’era e che l’avessero già venduta. Non è tanto questo, dicevo.

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Il punto è che ogni volta che mi vedo lì, in ordine alfabetico tra Pirandello e Sylvia Plath, mi rendo conto contemporaneamente che ci sono (evviva!) e che esserci non significa nulla (doh!).  Giunto a questo punto dei miei pensieri, mi tornano sempre in mente almeno due citazioni celebri che mi fanno tornare il buonumore. La prima è una battuta sarcastica del Krapp beckettiano:

Diciassette copie vendute, di cui undici con lo sconto speciale a biblioteche circolanti nei territori oltremare. Mi sto facendo conoscere. (Pausa).

La seconda citazione è un dialogo tra Holly Golightly e Fred in Colazione da Tiffany di Truman Capote:

– Non sono mai andata a letto con uno scrittore. No, aspetta… Lo conosci Benny Shacklett?
A un mio cenno di diniego, aggrottò le sopracciglia.
– Strano. Ha scritto un gran bel po’ di roba, per la radio. Mi dica, lei è un vero scrittore?
– Dipende da cosa si intende per vero.
– Insomma, tesoro, c’è chi lo compra quello che tu scrivi?

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Sono abbastanza sicuro che ci sia qualcuno che compri quello che scrivo, altrimenti non si spiegherebbero i contratti che ho firmato e i diritti d’autore e gli anticipi che ho percepito (a meno di non voler pensare a una sorta di incapacità mentale degli editori, cosa che – confesso – talvolta ho ipotizzato). Ma le grandi domande restano: Perché si scrive? E che cos’è uno scrittore?

La risposta a quest’ultima domanda la riservo per il finale del post. Quanto all’altra, temo che sia mal posta. La vera domanda non è perché si scrive? bensì come si fa a non scrivere? Io c’ho provato qualche volta. C’è stato un momento nella mia vita in cui ho pensato seriamente che davvero non ne valesse la pena. Poi ecco che sei lì che giri il sugo e due aggettivi entrano in risonanza, oppure stai guardando un film e ti rendi conto che da quasi un quarto d’ora stai sovrapponendo alle battute degli attori le tue battute, oppure sull’autobus il signore davanti a te starnutisce e a te viene in mente un personaggio. Ed ecco che tutta la dannata cosa ricomincia daccapo.

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Allora ho pensato a questa metafora. Gli scrittori sono come ciliegi. Voi avete mai visto un ciliegio dai cui rami pendono, che so, pesche o mele o banane? No. Un ciliegio non può che fare ciliegie. Se sta lì, nella terra, ben curato e innaffiato, non può che fare ciliegie (che poi siano buone o cattive ciliegie è tutt’altro discorso). Certo, potremmo sradicarlo, lasciarlo mangiare dai parassiti, lasciarlo seccare, e allora le ciliegie non le farebbe, ma – fuor di metafora – questo mi sembrerebbe troppo anche per il più miserabile degli imbrattacarte.

Insomma, è inutile stare a farsi troppe domande. Geni e miserabili, finissimi interpreti della realtà umana e miseri scribacchini, autori e artigiani, poeti laureati e cani, scriviamo perché non siamo capaci di non farlo (sì, lo so, c’è uno dei tredicimila aforismi di Kraus che dice più o meno la stessa cosa). Philip Roth ci ha messo più di cinquant’anni a trovare la determinazione per smettere. E chissà che non ci ricaschi, prima o poi.

E la moglie svenuta del titolo del post? Mi serve per rispondere alla domanda “Che cos’è uno scrittore”. Qualche anno fa camminavo lungo una via vicino casa insieme a mia moglie. A un certo punto lei ha detto che non si sentiva bene, si è appoggiata alla ringhiera di un cortile che stavamo costeggiando, e nel giro di pochi secondi si è accasciata a terra. Doveva essere estate o tarda primavera, perché ricordo che mia moglie indossava un paio di pantaloncini corti e una t-shirt. Dopo il primo istante di spavento ho capito che era semplicemente svenuta. Avevo  fatto un corso di primo soccorso, qualche tempo prima, e tra le altre cose mi avevano insegnato cosa fare e soprattutto cosa non fare quando si soccorreva una persona svenuta. Ovviamente in quel momento non ricordavo quasi nulla. Ricordavo solo che ci avevano insegnato che lo svenimento è una condizione momentanea, che non c’è rischio per lo svenuto a meno che non sopravvengano altre complicazioni o non ci si trovi in un contesto critico (tipo se uno sviene mentre sta camminando sul cornicione di un palazzo, per dire). La cosa durò solo pochi secondi. Ricordo le labbra di mia moglie, bianchissime, come non gliele avevo mai viste. E le sue palpebre che restavano chiuse pur vibrando con grande velocità. Sotto, evidentemente, le pupille si muovevano all’impazzata. E poi ricordo che apriva e chiudeva lentamente la bocca come se tentasse di parlare senza riuscirci. Poi, a un certo punto, capii che aveva ripreso coscienza. Era seduta sul marciapiede, aveva completamente riaperto gli occhi, si guardava spaesata intorno. «Tutto bene? – le chiesi – Sei svenuta». Lei fece un paio di respiri profondi, poi afferrò le mie braccia e si rialzò. E niente, tornammo a casa e la cosa finì lì.

Non ho mai detto a mia moglie che per tutto il tempo, mentre lei era svenuta, c’era una parte di me che cercava di fare quello che poteva per proteggerla e un’altra parte di me che diceva: «Federico, ricorda bene tutti i particolari di questa cosa, ti potrebbero tornare utili quando un giorno, in un romanzo, dovrai descrivere una persona che sviene». Ecco, uno scrittore è questo.

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