Nove Racconti Egoisti / 4. Assenze/I La mia vita senza risvegli

PARTE SECONDA

Assenze

L’insonne

(la mia vita senza risvegli)

Non dormo più dal 25 ottobre del 1982. Sono passati quindici anni, ma la villa è rimasta come allora: la sanguinaria fiorisce ricca nel giardino, gli orologi della sala di legno vengono caricati regolarmente tutte le mattine, i cani vecchi muoiono e i loro cuccioli crescono.

Già in passato avevo mostrato tendenze insonni. Sui treni e sulle navi, quando i miei compagni di viaggio si abbandonavano sfiniti al sonno, io vegliavo su di loro e sul paesaggio che scorreva intorno. E così durante il servizio militare: non dormivo che una o due ore a notte e ascoltavo il respiro grigio della camerata mentre l’alba cresceva come un vapore di seta dietro i vetri. Il fisico mi assisteva: durante il giorno riuscivo a fare tutto ciò che dovevo senza crollare per la stanchezza, accompagnando ogni azione con una piacevole ebbrezza da mancanza di sonno.

Portai questa abitudine sempre con me, anche quando mi ritirai nella villa di famiglia. Non era la rinuncia volontaria al sonno a procurarmi piacere, quanto l’idea di essere l’unica persona cosciente in un ambiente in cui tutti gli altri non lo erano (lo scompartimento di un treno, la cabina di una nave, la camerata di una caserma, una casa, una nazione); già all’età di vent’anni, alla domanda “chi sei?” rispondevo “io sono colui che è sveglio quando gli altri dormono”.

In questa veglia continua le giornate non scorrono né lente né veloci. Le giornate non esistono più. Esiste un unico lunghissimo giorno che è iniziato in quel lontano ottobre del 1982, quando smisi completamente di dormire, e che, probabilmente, mi accompagnerà fino alla morte. Il sole, da allora, è tramontato centinaia di volte, ma non ha mai avuto effetto su di me. E ogni notte, quando il buio si riprende la città, per me e come se non accadesse nulla.

Ignoro il motivo esatto per cui ho smesso di dormire, così come altri ignorano il motivo esatto della loro conversione ad una religione, ad un’idea, ad un amore. Una persona, che era stata mia amica, ha detto un giorno: “tu non dormi perché hai paura di sognare” e da allora, per me, è come se quella persona fosse morta.

Ma, paradossalmente, fu proprio quella persona, con un’altra frase, a dare un senso alla mia insonnia, il giorno in cui disse: “ora che non dormi hai più tempo degli altri per fare ciò che vuoi”. Fu esattamente allora che decisi, con una determinazione che ancora oggi mi affascina, di non fare più assolutamente niente. Sono ricco e posso permettermelo.

Al mattino mi viene servita quella che altri chiamano “colazione” e che per me non è altro che uno degli infiniti pasti della mia infinita giornata. Poi non faccio altro che passeggiare per i lunghi corridoi della mia villa dove, di tanto in tanto, incrocio i gesti misurati dei domestici con i quali non scambio che poche e inutili parole. Alla compagnia degli uomini preferisco quella dei cani che vado a visitare spesso, nel giardino. A volte mi diverto a camminare a quattro zampe insieme a loro, a farmi leccare sul viso, rotolandomi nella terra.

Poi viene la notte. Nei tempi in cui la mia insonnia era ancora acerba ero spaventato da essa. Ritenevo questo mio non dormire qualcosa di innaturale e dannoso (a quei tempi ero giovane e ingenuo. Ora che ho identificato la mia intera esistenza con questa veglia continua comprendo che l’insonnia è un privilegio, un segno di distinzione, se non una forma di potere almeno una manifestazione di esso).

Ma già allora c’era nella notte un contenuto speciale: la consideravo il campo migliore su cui provare la mia particolare natura. Osservavo con ansia il tramonto del sole e quando il buio nel cielo era uniforme mi sdraiavo sul letto (perché solo nel luogo abitualmente preposto al riposo io godevo pienamente del mio non-esercizio del sonno). I rintocchi della pendola della sala di legno mi aggioravano sull’orario. Erano i primi giorni della mia insonnia totale e constatavo con apprensione che anche quella notte non avrei dormito. Dopo una certa ora il tempo cessava di avere importanza: le due, le tre, le quattro. L’avvicinarsi del giorno non mi preoccupava più. Mi dispiaceva solo che rimanesse sempre meno notte da farsi sveglio.

Ora che la mia insonnia è adulta, la notte è la festa della mia vita. Compio di notte gli stessi percorsi del giorno. Già alle due non c’è più nessuno sveglio in casa. Anche il più preoccupato dei domestici ha ceduto al riposo, anche il più attento dei cani, stordito dalla luna, si sdraia nella cuccia, anche i fiori hanno richiuso le corolle e nell’ebbrezza onnipotente della veglia io mi illudo che perfino il muro di cinta dorma, e così la strada, gli alberi e le valli circostanti.

Passeggio per tutta la villa, dal cancello all’estremità più lontana del giardino, dalla cantina alla soffitta, senza toccare nulla, senza modificare nulla. Lascio che la polvere ricopra i libri d’architettura, i ritratti di famiglia, gli specchi, gli orologi della sala di legno. Studio con la passione di un monaco il silenzio dei corridoi, il buio delle stanze.

Ma soprattutto penso. Penso a tutte le cose che potrei fare. A tutte le cose che i miei soldi e il mio tempo (che come osservò giustamente chi una volta fu mio amico “è più di quello degli altri”) mi consentirebbero di fare. Il tesoro più prezioso che io abbia è proprio questo elenco – che cresce notte dopo notte – di azioni che potrei compiere e che non compirò mai: viaggi da intraprendere, persone da amare, libri da leggere, errori da commettere, progetti da realizzare e poi giù, ad un grado maggiore di approfondimento, una scatola che si chiude, una finestra che si apre, due corpi che si stringono in un abbraccio, labbra che si muovono in preghiere, maledizioni. Parole.

Niente di tutto questo avverrà mai nello sconfinato granaio vuoto che è la mia vita, una vita senza risvegli e senza abbandoni, una vita in cui la parola “domani” ha un significato meno terribile che per altri, semplicemente per il fatto che non c’è domani, che è sempre “oggi”, da quindici anni e chissà per quanti anni ancora.

Eppure stanotte io ho tradito il mio patto con l’inazione. Stanotte io ho fatto qualcosa: ho scritto questi appunti. L’ho fatto con la festosa vergogna che accompagna le prime masturbazioni dell’adolescenza. Ma è stato un cedimento che non si ripeterà (e perché, poi, parlo di “cedimento”? È stata un’azione consapevole che ho eseguito, in fondo, con tranquillità, perché sapevo fin dall’inizio che si trattava di un caso isolato).

Solo ora che ho commesso un’azione (e che azione: scrivere), solo ora che ho seminato un’imperfezione in questi lunghi anni di ozio perfetto, solo ora che ho coscienziosamente creato la mia eccezione a conferma della mia regola, il mio “far niente” acquista un valore sacro e innegabile.

Adesso posso anche sbarazzarmi di queste pagine. Le brucerò, prenderò la cenere e la mescolerò al cibo che tra poco (sono quasi le sei del mattino) verrà servito ai miei cani. Loro divoreranno tutto, come sempre, e quando svuoteranno i loro intestini nella terra grassa del giardino, sotterrando queste parole proibite, io potrò tornare tranquillamente a non dormire.

Questo testo fa parte della mia raccolta inedita “Nove Racconti Egoisti” che sto pubblicando a puntate sul mio blog. La prima puntata qui. Nell’immagine: un’opera del ciclo «Nero e Oro» di Alberto Burri (1993, part.)

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