Nove Racconti Egoisti / 5. Assenze/II La mia vita senza attese

burri-nero-e-oro-5

il disperante

(la mia vita senza attese)

È sempre molto faticoso parlare di me. Soprattutto perché, dopo tanti anni, ancora non riesco a vederne l’utilità.

Lavoro come rappresentante per una piccola ditta farmaceutica. I prodotti che devo promuovere non sono i migliori sul mercato (come sono tenuto a dire ai miei clienti) ma non sono neanche peggiori di altri. Questo è tutto ciò che saprei dire. Eppure, se qualcuno mi chiedesse di parlare della mia vita, questo non gli sembrerebbe sufficiente (il problema, del resto, è puramente accademico perché fino ad ora nessuno mi ha chiesto mai di parlare della mia vita).

Ai tempi della scuola avevo degli amici (ora non ne ho più); avevo, quindi, delle persone alle quali potevo parlare di me, sebbene essi non mi abbiano mai chiesto esplicitamente di farlo. Furono loro a esprimere i primi ed unici giudizi su di me, dicendo che sopportavano a fatica i miei atteggiamenti falsamente malinconici (proprio così dissero, al termine di un lungo pomeriggio di studio: “noi sopportiamo a fatica i tuoi atteggiamenti falsamente malinconici”). Da allora iniziai ad analizzare i miei comportamenti, cercando di sorprendermi nei vari momenti della giornata, nel tentativo di capire se l’osservazione dei miei amici corrispondesse a verità. Alla fine arrivai alla conclusione che avevano torto, ma non glielo dissi mai (sarebbe servito a qualcosa?).

Qualche mese dopo il termine degli studi ricevetti una lettera da parte dei miei amici in cui essi mi comunicavano che avrebbero continuato a vedersi, organizzando feste, viaggi e serate di vario genere, ma da tutto questo io ero esplicitamente escluso perché (cito testualmente) “noi non vogliamo avere più nulla a che fare con i disperati come te” (vorrei sapere cosa direbbero i miei amici se sapessero che proprio stanotte io ho interrotto il mio sonno perché ho sentito dentro di me l’irrinunciabile istinto di alzarmi, prendere la mia agenda di lavoro e scrivere, tra due degli appuntamenti di domani, la frase “lasciate entrare la luce”. Proprio questo ho fatto io stanotte, anche se devo ammettere che già stamattina quella stessa frase mi appariva priva di significato eppure, in un certo senso, quasi compromettente).

Non avevo mai preso in considerazione l’idea di continuare a vedere i miei amici dopo il conseguimento della laurea, pertanto la loro lettera mi lasciò indifferente. Io – però – non sono un disperato. È disperato colui che ha perso la speranza. Io la speranza non l’ho mai avuta. Per tutta la mia vita non ho mai sperato in niente. Dunque io non sono un disperato. Sono un disperante.

La mia è una grammatica della pienezza. Io sono completamente me stesso, assolutamente me stesso, in ogni momento della mia esistenza. Ma in questo me stesso io non ripongo nessuna aspettativa. Non credo nel progresso, ma neanche nella decadenza. Non riesco ad immaginare niente di peggiore (o di migliore) di questo mondo, di questa vita (ed ecco, dunque, dove sbagliavano i miei amici: i miei atteggiamenti non possono essere falsamente malinconici, per il semplice fatto che non sono falsi. Io non mento mai. Oppure mento sempre).

Lasciate entrare la luce. Quando stanotte ho scritto quella frase ne ero pienamente convinto (così come sono sempre pienamente convinto di tutto quello che faccio), ma sapevo anche che scrivere quella frase era assolutamente inutile (così come tutto è assolutamente inutile).

Nella mia vita nulla accadrà mai poiché nulla accade mai. Le cose non accadono. Le cose esistono, immanenti, assolute, per tutto il tempo della loro esitenza. Prima di questo tempo, semplicemente, non esistono ancora. Dopo questo tempo, semplicemente, non esistono più.

Vivo senza attese questa vita senza sfumature. Non credo nel lavoro che faccio, ma lo faccio perché ho bisogno di soldi per sopravvivere. Non credo nella famiglia (e infatti non ne ho una), non credo negli esseri umani (e infatti non parlo con nessuno), non credo in Dio (e infatti non prego mai, o almeno così mi sembra), non credo in nessun ideale.

Lavoro cinque giorni alla settimana (a volte anche sei) senza risparmiarmi. Il sabato e la domenica li passo dentro casa. Fuori non c’è niente di interessante (anche dentro, del resto, non c’è niente di interessante). I giorni in cui non lavoro sono dedicati alla pulizia del mio appartamento. Lavo a fondo i pavimenti, la cucina, il bagno, cambio le lenzuola. E soprattutto spolvero. Non sopporto la polvere. È un simbolo dello scorrere del tempo. È un inganno. Il tempo non passa. Un giorno, improvvisamente, il tempo finisce, questo sì, ma non passa.

La settimana scorsa, però, mentre pulivo accuratamente gli angoli del soffitto, ho evitato di distruggere una piccola ragnatela e così, da qualche giorno, c’è un altro essere vivente, oltre a me, nel mio appartamento: un ragno.

Una volta ho visto un documentario in cui spiegavano come vedono i ragni. Questi animali non distinguono né le forme, né i colori. Tutto ciò che osservano arriva ai loro occhi bianco e sfumato. In questa distesa indefinita si muovono macchie leggermente più scure: sono le mosche, necessarie alla sopravvivenza. Questo è il mondo visto dai ragni: una nebbia bianca solcata da grigi fantasmi.

Questo testo fa parte della mia raccolta inedita “Nove Racconti Egoisti” che sto pubblicando a puntate sul mio blog. La prima puntata qui. Nell’immagine: un’opera del ciclo «Nero e Oro» di Alberto Burri (1993, part.)

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...