Nove Racconti Egoisti / 6. Assenze/III La mia vita senza ricompense

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l’irriconosciuto

(la mia vita senza ricompense)

E questa sarebbe la mia vita? Temo di sì. Ma allora lasciate almeno che ve la racconti.

Fossi morto a diciott’anni non avrei avuto niente da ridire. Fino a quel momento la mia vita era stata una canzonetta orecchiabile: giorni ben ritmati e compleanni con le trombe (ecco, ho appena cominciato a parlare della mia vita e già mi è passata la voglia. Che fare ora? Lasciare il discorso a metà? Non ci riuscirei mai. È la solita vecchia storia: sono io la causa principale, se non unica, dei miei guai. Se non avessi iniziato a raccontare i fatti miei, ora non sarei costretto a portare a compimento la questione, contro voglia per di più. Eppure sento che nel corso di quanto andrò dicendo incapperò in una frase che mi permetterà di uscire tranquillamente da tutta la faccenda).

Bene. Il problema ha cominciato ad affliggermi una volta raggiunta l’età della ragione. Da allora ho un solo desiderio: aiutare gli altri. Ma gli altri non si lasciano aiutare. Perché accade questo? Il mio aiuto viene considerato inefficace? Oppure, peggio, controproducente? Oppure ancora gli altri possono cavarsela da soli e non hanno bisogno di me? Da anni ormai mi dibatto tra queste domande. Le risposte che trovo sono sempre più convincenti, ma non servono a niente.

In tutta la mia vita nessuno mi ha mai detto grazie, perché mai qualcuno si è lasciato aiutare da me. Io li vedo in difficoltà. Mi accosto a loro. Offro il mio aiuto. Loro lo rifiutano. Insisto. Si innervosiscono. Insisto ancora. Mi dicono che devo lasciarli in pace. Li lascio in pace. Provano a farcela da soli. Non ce la fanno, a volte non ce la fanno. Eppure, sembra quasi che preferiscano fallire da soli, soffrire da soli, piuttosto che essere felici grazie a me (ecco, mi sto spiegando, riesco a spiegarmi meglio di quanto speravo, ma ancora non ho trovato la frase risolutiva).

Lo riconosco: a volte offro il mio aiuto in maniera indiretta, oserei dire quasi cifrata, ma lampi occasionali di cinismo mi fanno pensare che se gli altri volessero capirebbero, eccome se capirebbero. E invece niente. Non si lasciano aiutare. Dritti per le loro strade. Veloci come cavalli. Cadono, sì, a volte cadono, ma si rialzano e riprendono a correre che è un piacere vederli. Ma allora perché? Perché ho questa profonda convinzione che con il mio aiuto starebbero ancora meglio?

Se io fossi un uomo solo (davvero solo intendo dire), se al mondo non ci fosse nessuno oltre a me, probabilmente non mi tormenterei così. Non vedrei gli altri, non li conoscerei, non crescerebbe in me il desiderio di aiutarli. Non dovrei ascoltare i loro umilianti rifiuti, se io fossi solo al mondo. Ma la mia è una solitudine imperfetta: quando sono solo non lo sono mai abbastanza da potermi considerare tranquillo e al sicuro; quando non sono solo, lo sono comunque ancora troppo affinché io possa dire di essere insieme ad un’altra persona. La mia solitudine oscilla tra un falso sinonimo di “quiete” e un falso sinonimo di “unione” (e sento che mi sto avvicinando alla frase che mi consentirà di concludere dignitosamente la mia serie di riflessioni).

La cosa che mi fa più rabbia (sì, dopo tutto sono ancora capace di provare rabbia, non è confortante?), la cosa che mi fa più rabbia, dicevo, è che, a volte, gli altri sfruttano il mio aiuto e fanno finta di niente (certo, un piccolo aiuto. Che aiuti grandi sarei in grado di dare, invece, se solo me li chiedessero!). E così, per il fatto che questi minimi aiuti – che pure gli servono – se li prendono senza chiedermeli, si sentono autorizzati a non ringraziarmi. È solo questo che mi addolora in fondo. Non volete che vi aiuti? Va bene, soffro, ma rispetto la vostra decisione. Mi sfruttate solo quando vi fa comodo e nel modo in cui vi fa comodo? E va bene, va bene anche questo. Però, dopo, almeno due parole, qualcosa come “che bello sapere che ci sei…” oppure “come faremmo senza di te…”. Ecco. Tutto qui. Non chiedo altro. E invece niente.

Alcuni hanno detto che è colpa mia. Mi hanno detto che non basta credere di saper aiutare le persone, bisogna anche dimostrarlo, e dimostrarlo prima di offrire il proprio aiuto. Mi hanno detto che esiste un modo giusto ed un modo sbagliato di offrire il proprio aiuto e che il mio, per ora, è il modo sbagliato. Mi hanno detto anche, però, che non devo disperare: arriverà il giorno in cui qualcuno accetterà il mio aiuto. Mi hanno detto aspetta e vedrai. Ed ecco finalmente la frase che cercavo fin dall’inizio, la frase attraverso la quale giungerò al termine di questa breve narrazione. Non prima, però, di avervi raccontato il mio sogno ricorrente.

Mi trovo su una scacchiera infinita. Sono completamente vestito di bianco. Accanto a me altre persone, tutte vestite di bianco, come me. Guardo all’orizzonte, dove si perde l’implacabile alternarsi delle caselle. Non c’è nessuno. Bello, mi dico, i buoni senza i cattivi. Il gioco comincia. Ci muoviamo cautamente sulle caselle. Avanziamo. Improvvisamente, la persona davanti a me si sposta su una casella che si apre sotto i suoi piedi, come una botola. Sta per precipitare nel vuoto (non so perché, ma “sento” che sotto la scacchiera c’è il vuoto). La persona accanto a lei, però, fa in tempo ad allungare un braccio e ad afferrarla in tempo. Si tira su, si rialza, continua a camminare. Sono un po’ turbato, ma proseguo anch’io. L’episodio si ripete più volte: altre persone rischiano di precipitare a causa dei trabocchetti nascosti nelle caselle, ma, sempre, la persona accanto allunga un braccio ed evita il peggio. Mi rassicuro. Poi capita anche a me. Appoggio il piede su una casella. Il pavimento si apre. Sto per cadere. Tendo fiducioso la mano verso la persona che mi sta accanto. Aspetto di essere salvato. Ma quella non si muove. E io precipito. Durante l’interminabile caduta nel buio penso “Ora morirò. Almeno sarà finita. Almeno questo”. E invece cado in piedi, su una scacchiera identica a quella da cui provengo. Non ricordo nulla e tutto ha nuovamente inizio: cammino, avanzo, vedo gli altri che si aiutano a vicenda, poi la casella sotto di me si apre ed io precipito nel vuoto.

Di solito devo cadere cinque o sei volte prima di rendermi conto che si tratta solo di un sogno. E mi sveglio, già, mi sveglio. Fossi morto a diciott’anni non avrei avuto niente da ridire. Invece mi sveglio. Mi sveglio ancora.

Mi hanno detto aspetta e vedrai. Vedrai che arriverà il giorno in cui qualcuno accetterà il tuo aiuto, il tuo grande aiuto. E quel giorno, finalmente, capirai il senso, ti sorprenderai a pronunciare parole che credevi non avresti mai usato, non sognerai più le scacchiere, scoprirai il sapore appagante della tranquillità, quello inebriante della soddisfazione, troverai, nella natura delle cose, armonie che ti conquisteranno e potrai pensare, senza vergogna, alla felicità.

Mi hanno detto aspetta e vedrai. Ho aspettato. Non ho visto.

Questo testo fa parte della mia raccolta inedita “Nove Racconti Egoisti” che sto pubblicando a puntate sul mio blog. La prima puntata qui. Nell’immagine: un’opera del ciclo «Nero e Oro» di Alberto Burri (1993, part.)

Un pensiero su “Nove Racconti Egoisti / 6. Assenze/III La mia vita senza ricompense

  1. Lei ha scritto la mia storia,con un’unica differenza: la vita non mi ha piegata. Voglio realizzare un progetto ambizioso e globale: creare una comunità (si chiamerà “l’alveare”)dove tanti giovani (piccole “api operaie”) potranno veder crescere e concretizzare quei sogni che, per una stupida mancanza di denaro, non scendono sulla terra e restano sospesi lassù, nel mondo della fantasia. Ogni ragazzo che, per merito della comunità dovesse raggiungere il successo, avrebbe l’obbligo di lasciare una piccola cifra mensile a disposizione di altri giovani…una specie di cordata della solidarietà. E’ una “febbre” che avverto da bambina, quasi una missione e forse sto per riuscirci, grazie al mio talento. Voglio essere ricordata come una grande benefattrice, non come una grande scrittrice ( quello è solo il mezzo). Sono datata ed è probabile che, come in un gioco a staffetta, io debba cedere ad altri la fiaccola della speranza, ma almeno potrò morire col sorriso sulle labbra. Le assicuro che lo sento profondamente e la capisco. Un abbraccio sincero.

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