Nove Racconti Egoisti / 7. Mutazioni/I La mia vita dopo la rabbia

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PARTE TERZA

Mutazioni

aprendo

(la mia vita dopo la rabbia)

Quando ho varcato la soglia del casale il sole stava tramontando. Non è stato un caso: sono partito dalla città in un orario che mi permettesse di arrivare qui al tramonto. Tutte le volte che io e i miei genitori venivamo qui in campagna a far visita ai nonni arrivavamo a quest’ora. Nonna mi faceva trovare sempre una torta o una crostata di fragole. La metteva a raffreddare proprio lì, su quel davanzale. Mio nonno, all’inizio, non parlava mai. Poi, a metà della cena, mi dava una pacca sulla spalla e mi diceva “sta crescendo il ragazzo, sta crescendo”.

Mio nonno e mia nonna non hanno mai pensato, neanche per un momento, di andare a vivere in città. Sono nati, vissuti e morti qui, mio nonno quindici anni fa, mia nonna dieci. Questo casale, per loro, era tutto. Per i miei era un bene di famiglia. Io avevo addirittura dimenticato che esistesse.

Quando il mese scorso ho sentito che la mia rabbia era finita sono tornati alla mia memoria i giorni di infanzia nel casale in campagna. Se c’è un nesso tra le due cose ancora non riesco a vederlo.

Sì, la mia rabbia è finita. Forse per il troppo uso. Forse per la piana constatazione che questo uso era inefficace. Di tutte le cose che potrei dire sulla questione, una spicca sulle altre: non provo rimpianti per questa mia perdita, anzi mi sento curioso e vagamente eccitato. E ciò non può che stupirmi perché io, per tutta la mia vita, sono stato profeta, testimone ed esecutore della rabbia.

In passato giunsi ad amare la mia rabbia, considerandola la materia da cui ero stato generato. Fu sempre qualcosa di più di un sentimento: se non il fine ultimo, almeno la direzione da seguire.

C’è odore di chiuso e di legno buono. Spalanco, dopo non so quanti anni, le finestre del tinello. Dall’oscurità riemergono il tavolo, le panche, il caminetto, le grosse pentole di rame appese al muro. Il cielo è già scuro e conserva le ombre intorno ad ogni cosa. Mi piaceva venire qui quando ero piccolo. Molto più che andare al mare o uscire con gli amici. Quando andavo in campagna non volevo mai tornare in città. Invece poi ci tornavo sempre. E alla fine ci ho costruito la mia vita (costruito? Non sarebbe più giusto dire che la mia vita l’ho dovuta estirpare, con forza, come una radice dalla terra?).

Ingiustizie, mancanza di equilibrio, assurdità, dolore senza significato. Ho conosciuto tutto questo, ma tutto questo non è mai stato sufficiente a farmi muovere. Sempre è stata necessaria una scintilla che scoccasse tra me e il mio sdegno. Questa scintilla era la rabbia. La rabbia faceva la differenza tra l’io-attore e l’io-spettatore. La rabbia mi definiva come uomo. Cosa accadrà ora che non sono più “arrabbiato”?

Adesso esco. Voglio fare una passeggiata nella vigna, o in quel che ne è rimasto. I miei nonni avevano due cani. Venivo spesso su questo prato a giocare con loro (come si chiamavano? Corsaro il primo, mi sembra. E l’altro? Povere bestie, sepolte da qualche parte sotto questa terra. Non ci sono rimasto che io a potermi ricordare di loro. E già me ne ricordo male. Quando morirò sarà come se non fossero mai esistite).

La rabbia, dissolvendosi, ha lasciato dentro me un grande vuoto. E tuttavia io sento che si tratta di un vuoto fertile, un vuoto sul quale si può costruire.

Ecco la legnaia. Contro questo muro, durante la Seconda Guerra Mondiale, fu fucilato un fascista. Fu mio nonno a raccontarmi la storia, quando non avevo neanche dieci anni. Mi disse che vide una dozzina di partigiani avvicinarsi al casale. In mezzo a loro, un repubblichino procedeva a testa bassa con le mani legate (io ero troppo piccolo per sapere cosa fosse un repubblichino. Mi immaginavo semplicemente un soldato basso di statura).

Due partigiani andarono da mio nonno e gli chiesero una vanga per scavare la fossa. Il fascista si appoggiò al muro. Ci fu il riturale dell’ultima sigaretta, come nelle barzellette. Pochi secondi prima che i fucili sparassero, il fascista si pisciò addosso per la paura. Sembra che accadesse spesso.

Mio padre non voleva che mio nonno mi raccontasse certe cose. “È solo un bambino – diceva – si impressionerà”. Cosa direbbe mio padre se sapesse che ripensare a quel fatto mi lascia del tutto indifferente?

Tocco il muro della legnaia. Lo sfioro con la mano. Cerco di sentire i fremiti di quel condannato a morte. Niente. È passato. È tutto passato. Mi piego sulle ginocchia. Gratto la terra, questa terra che nasconde un fascista morto, due cani senza nome e chissà che altro. Provo a sentire qualcosa. Niente. È solo terra.

Tengo un diario dall’età di diciotto anni. È l’unica vera abitudine della mia vita. Iniziai a scriverlo il giorno in cui io e la mia prima ragazza ci lasciammo. Qualche giorno fa, rileggendo le pagine relative a quel periodo, ho scoperto che, scrivendo, mi riferivo alle cose della mia vita accompagnandole spesso con aggettivi indicativi. Non scrivevo più, ad esempio, “un ricordo”, “una scelta”, “un dolore”, ma “questo ricordo”, “questa scelta”, “questo dolore”. Il vuoto lasciato dal mio primo amore mi costringeva a quel bizzarro artificio stilistico per sentirmi più vicino a cose che mi appartenevano comunque. Come cambierà il mio linguaggio dopo il vuoto della rabbia?

È buio. Rientro nel casale. Non c’è corrente. Meglio. Accenderò una candela. Al piano di sopra ci sono diversi letti, ma almeno per questa notte dormirò qui, nel tinello, nel sacco a pelo che ho portato da casa.

La vigna e l’orto sono messi piuttosto male. Domani andrò in paese a comprare qualcosa da mangiare e degli attrezzi. I tubi dell’acqua sono rotti e il tetto ha bisogno di tegole nuove. Inizierò da lì.

Questo testo fa parte della mia raccolta inedita “Nove Racconti Egoisti” che sto pubblicando a puntate sul mio blog. La prima puntata qui. Nell’immagine: un’opera del ciclo «Nero e Oro» di Alberto Burri (1993, part.)

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