Il mandala di sabbia della scrittura contemporanea

ephemera

Non ricordo quando ascoltai per la prima volta la terribile leggenda dei 60 giorni, ma probabilmente all’epoca non avevo ancora pubblicato nulla. Me ne ricordai però quando il mio primo libro arrivò in libreria. Stando alla terribile leggenda, un nuovo titolo immesso nel circuito delle librerie ha una vita media di 60 giorni. Due mesi, insomma. Nel bene e nel male la fortuna di quel libro si decide in quel breve arco di tempo. Recensioni, presentazioni e, soprattutto, la quasi totalità delle vendite. Poi il libro scompare dall’orizzonte, rimpiazzato da altre ephemera che scompariranno a loro volta nel giro di 60 giorni.

Mi dicono ora che questa vita da farfalle si è ulteriormente accorciata. Le librerie impongono ai distributori ritmi ancora più veloci. Ma non c’è bisogno di essere addetti del settore per accorgersi come funziona oggi la promozione editoriale. Basta guardare a quello che accade su Twitter. L’editore E pubblica il romanzo R1. Il lettore L legge R1 e twitta un suo commento, che subito viene ritwittato da E. Per alcuni giorni le timeline dei follower di E si riempiono di tweet che hanno a che fare con R1. Poi R1 scompare dall’orizzonte delle cose note. E si comincia a parlare di R2. E così via.

Mai come oggi l’espressione scripta manent è stata così menzognera. Gli scripta oggi sono quanto di più volatile esista (il che, nel caso di alcuni testi, è un bene). Il punto è che, bello o brutto che sia, un romanzo è un qualcosa che richiede un lavoro lungo, molto più lungo – in proporzione – di quella che poi sarà la sua vita “pubblica” con i lettori. Mesi, a volte anni di passione vengono poi spazzati via in un baleno, come accade ai mandala di sabbia che i monaci tibetani disegnano pazientemente per ore e ore e poi cancellano a colpi di spazzola in pochi secondi per simboleggiare la caducità delle cose.

Mi rendo conto che quello che sto dicendo può essere frainteso. E allora chiarisco: non mi sto lamentando del segno dei tempi, di quanto sia diventata frenetica e schizoide l’editoria contemporanea, di come il mercato sia irrispettoso nei confronti della vera arte o altri discorsi da autobus di questo tipo. No. In realtà il punto verso cui voglio andare a parare è un altro. Ed è una domanda, che in qualche modo entra in risonanza con quella che mi ponevo in un lungo post di qualche tempo fa, per la quale sto cercando risposta.

La domanda è: questo diverso modo di promuovere i libri, di venderli e di discuterne, può arrivare a cambiare il modo in cui gli scrittori scrivono i propri libri? Oppure, formulandola in un altro modo: il metodo di lavoro adottato dallo scrittore che sa che l’attenzione che verrà dedicata al suo romanzo in fieri si giocherà in una manciata di giorni è lo stesso metodo che adotterebbe se potesse contare su un’attenzione più scrupolosa e continuata nel tempo?

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