Nove Racconti Egoisti / 9. Mutazioni/III La mia vita dopo la catastrofe

morendo

(la mia vita dopo la catastrofe)

Sono passati due mesi dall’ultima catastrofe. La sesta della mia vita (oppure sempre la stessa che si è ripetuta per sei volte con nomi diversi sotto forme diverse?). Solo oggi ho ritrovato la lucidità necessaria per poterne parlare, sebbene anche stavolta, come ogni volta, questa sofferta pratica sarà del tutto inutile.

Descrivere la catastrofe è impossibile. Non esistono aggettivi che la definiscano in modo soddisfacente (ricordo che dopo la seconda catastrofe mi cimentai nella compilazione di un elenco di attributi, ma abbandonai presto l’impresa per via della sua manifesta impossibilità. Ho ritrovato quella lista qualche giorno fa – un caso? – e ho mormorato “tutto ciò è blasfemo”. Spero di chiarire più avanti il senso di questa affermazione); non è possibile usare dei sinonimi: la catastrofe è la catastrofe, ricorrere ad un’altra parole sarebbe come parlare d’altro (ed è per questo motivo che, nella trattazione che segue, pur consapevole di quanto appesantisca il testo la continua ripetizione della parola “catastrofe”, non cederò all’invitante tentazione di utilizzare termini quali “disastro”, “sciagura”, “tragedia”, troppo leggeri per sostenere il senso della catastrofe); è molto difficile (ma non impossibile, fortunatamente) trovare dei verbi da affiancare alla catastrofe. Il primo successo, in questa direzione, si verificò quando, pochi giorni dopo la quarta catastrofe, riuscii a comporre la frase “la catastrofe è accaduta”. La rilessi avidamente, con gli occhi tremanti di commozione, e mi resi conto che, per la prima volta nella mia vita, ero riuscito a scrivere, a proposito della catastrofe, qualcosa di logicamente esatto. Da allora iniziai con metodo a dedicarmi all’analisi della catastrofe, studio che costituisce, in pratica, la vera occupazione della mia esistenza.

Curioso notare come questo pio lavoro di ricerca venga da me sempre minimizzato in presenza di estranei. Nel lungo periodo di quiete che intercorse tra la terza e la quarta catastrofe, durante un viaggio in Irlanda, mi fermai per diversi giorni nella cittadina di Killarney. L’incantevole bellezza del luogo non era sufficiente a giustificare un soggiorno così lungo, ma io fui conquistato da quella solida tranquillità e decisi di sfruttarla per mettere ordine nei miei copiosi appunti sulla catastrofe.

La mattina seguente al mio arrivo mi svegliai molto presto. Rifiutando l’invito del verde struggente che si apriva intorno alla piccola pensione restai nella mia stanza e iniziai a lavorare ai miei quaderni. Verso le dieci entrò la donna per le pulizie. Doveva pensare che fossi uscito, infatti si sorprese nel vedermi. Probabilmente credette di aver spezzato la mia concentrazione perché disse: “I’m sorry. Were you studying?”. E io, alzandomi velocemente e infilandomi una camicia per uscire, la tranquillizzai: “Don’t worry. I was writing silly things”. Solo sciocchezze. Ecco come parlo agli altri della catastrofe.

Si tratta di un aneddoto secondario, me ne rendo conto. Forse, però, nulla è secondario quando si parla della catastrofe. Eppure spesso penso che sarebbe meglio non parlarne e basta. Le poche righe che ho scritto fino ad ora presentano già un imperdonabile difetto: sono retoriche. Io sono la vittima della catastrofe, è vero, ma in questa sede sono anche lo studioso che cerca di analizzarla (ammesso che ciò sia possibile). Nonostante ciò non riesco ad astenermi dal ritoccare quanto vado scrivendo con una sfumatura passionale che poi, a freddo, mi appare soprattutto dannosa (la retorica, almeno quella troppo facile, mi ha sempre irritato, come quella volta che un amico di mio padre, vedendomi triste perché tutti i miei compagni di scuola sarebbero presto partiti per le vacanze mentre io ero costretto a rimanere in città, mi disse, con un insopportabile tono da superuomo americano: “FREGATENE DI QUELLO CHE SUCCEDE NELLE VITE DEGLI ALTRI. È SU DI TE CHE È PUNTATA LA CINEPRESA, RAGAZZO. SEI TU IL PROTAGONISTA DEL FILM”. Dovevo avere circa dodici anni, ma già reagii a quelle parole con snobistica indifferenza. Eppure, quanto mi fu utile tornare mentalmente a quella frase durante i giorni duri della catastrofe).

Se scrivo queste righe è perché credo di aver finalmente intuito, dopo tanti anni, la strategia della catastrofe (l’ipotesi mi fa tremare, non lo nego. Se la catastrofe segue una strategia allora non è escluso che io possa approntare una difesa. Dunque esiste un modo per resistere alla catastrofe? Forse, addirittura, la si può evitare…). La catastrofe potrebbe spazzarmi via in un colpo solo. Eppure io sono sopravvissuto ad ogni catastrofe. I primi tempi credevo ingenuamente che ciò dipendesse dalla mia capacità di resistenza e di difesa. Ora so che è la catastrofe che mi risparmia.

La quinta catastrofe è stata una delle più dure (questo, però, è un giudizio soggettivo ed emotivo, forse dovrei ometterlo); la mia vita dopo la quinta catastrofe fu caratterizzata da una particolarità sconvolgente: io – individuo di sinistra (un idealista spesso pigro, lo riconosco, ma che mai aveva nutrito dubbi sul colore delle sue idee) – iniziai ad essere attratto dalla destra. Non mi riferisco, sia chiaro, all’abbrutimento politico di questa ideologia, ma è innegabile che cominciai a mostrare debolezze estetiche in quella direzione (non so se c’è un nesso tra quanto ho appena scritto e quanto sto per raccontare, ma mi tornano alla memoria le ultime parole di un mio vecchio amico. Sono dieci anni che si è ritirato in uno sdegnato isolamento in un vecchio casale della pianura padana. Si congedò da tutto dicendo: “Mi piaceva davvero viaggiare, ascoltare storie, conoscere nuove persone. Credevo fermamente che l’esperienza formasse l’individuo e ne accrescesse la saggezza. Non è vero. Di esperienze ne ho fatte tante. La saggezza è quella di sempre. Sto solo diventando più cattivo”).

Mi ritrovai a passeggiare per l’EUR quasi tutti i giorni. C’era qualcosa, in quel quartiere di Roma, che mi attirava. Quello spazio bianco vastissimo, quelle geometrie così regolari, quel senso di vuoto e di astrazione. Una volta restai un pomeriggio intero chiuso nella mia auto a fissare la frase scolpita sulla facciata di un enorme palazzo: “LA TERZA ROMA SI DILATERA’ SOPRA ALTRI COLLI LUNGO LE RIVE DEL FIUME SACRO FINO ALLE SPONDE DEL TIRRENO”. Il contrasto tra la mia vigorosa avversione al fascismo e il fascino esercitato su di me dall’immaginario fascista era (ed è tuttora) soggiogante.

Iniziai a leggere i filosofi tedeschi (la mia nuova disorientante infatuazione mi portava ingenuamente a considerare “di destra” tutto ciò che era tedesco). Sul davanzale della finestra della cucina scrissi, con un grosso pennarello, la bella frase di Hegel: “C’È UN GRANDE MOVIMENTO. MA È UN MOVIMENTO DI VERMI”.

Ora posso affermare che questa mia curiosità per la destra non è frutto della follia, ma è una conseguenza diretta della catastrofe.

Il mio – sconosciuto fino a quel momento – culto per la forza fisica appartiene allo stesso periodo ed è riconducibile alla stessa causa. Passavo giornate intere sollevando pesi davanti ad uno specchio. A volte mi esercitavo anche di notte, ma stavo attento a non rinunciare alle ore di sonno (dormire regolarmente è importante per la salute del corpo. Da qualche parte avevo letto la storia di un uomo che non dormiva mai, ma non credo che ciò sia fisicamente possibile). Smisi completamente di bere alcolici e di fare uso di droghe. Non ricordo di essere mai stato così in forma come in quel periodo. Mi sentivo una tigre.

Poi, per la sesta volta nella mia vita, è accaduta la catastrofe.

Mi sono soffermato su certi particolari perché li ritengo utili per capire la strategia della catastrofe. Che io sia la vittima della catastrofe è ormai chiaro. Ma, come ho già detto, la catastrofe, anche se potrebbe farlo senza alcun problema, non mi ha ancora eliminato.

Io credo che la catastrofe voglia compiere un delitto perfetto. Dunque, ecco il suo piano: cancellare, lentamente, ogni parte di me. Dopo la prima catastrofe non posso più recarmi in determinate città senza provare un terribile dolore. Dopo la seconda ho perso il piacere di ascoltare musica. La terza mi ha reso un solitario. La quarta mi ha impedito di trovare sollievo nei ricordi. La quinta ha compromesso le mie sicurezze ideologiche. Ora, a due mesi dalla sesta catastrofe, la sola vista di determinati oggetti mi fa soffrire. Catastrofe dopo catastrofe il territorio della mia vita si restringe. Ad un certo punto non resterà più nulla di ciò che ero; e di ciò che sarò nulla potrà salvarmi. Quella sarà la mia fine. E le mani della catastrofe saranno pulite.

Spesso, negli ultimi tempi, ho sentito forte la tentazione di pregare. Ma a quale dio posso rivolgermi? Se per me esiste un dio, allora non può essere che un dio malato, come me, un dio, come me, rassegnato e tuttavia ancora impaurito. Ma io non credo in nessun dio. Se la catastrofe è un dio allora io credo nella catastrofe (ed ecco perché quando ho ritrovato la lista degli aggettivi per la catastrofe ho parlato di blasfemia: non esistono aggettivi che possano inchiodare un dio).

La notte scorsa ho fatto un sogno che non posso trascurare. Mi trovavo imprigionato in un enorme secchio. Non c’era via di fuga. Ero, non so come dirlo meglio, disperato ma tranquillo. Nei prossimi giorni voglio provare a descrivere questo sogno in tutti i suoi particolari. Probabilmente non sarà altro che una perdita di tempo, ma ho notato che occupazioni come questa riescono a distrarre la mia mente e la mia anima. Questa tregua, del resto, non durerà a lungo. La catastrofe, inevitabilmente, accadrà ancora.

* * *

Federico Platania
NOVE RACCONTI EGOISTI

 SPAZI
spazio/1 (la mia vita nel secchio)
spazio/2 (la mia vita nel tubo)
spazio/3 (la mia vita nel punto)

ASSENZE
l’insonne (la mia vita senza risvegli)
il disperante (la mia vita senza attese)
l’irriconosciuto (la mia vita senza ricompense)

MUTAZIONI
Aprendo (la mia vita dopo la rabbia)
Galleggiando (la mia vita dopo il tuffo)
Morendo (la mia vita dopo la catastrofe)

NOTA ALL’INDICE: veniamo al mondo ed occupiamo uno spazio. Quello che c’è in questo spazio non ci è sufficiente. Sentiamo che manca qualcosa. Per colmare questa assenza siamo costretti a cambiare: noi stessi, gli altri, tutto. Questa mutazione corrisponde ad un nuovo spazio. E il ciclo ricomincia. Spazi. Assenze. Mutazioni. Non è curioso che ognuna di queste parole contenga la lettera “Z”, l’ultima del nostro stanco alfabeto? Da questa considerazione non è difficile intuire che l’intera esisxxx::… .. .

Questo testo chiude la mia raccolta inedita “Nove Racconti Egoisti” che ho pubblicado a puntate sul mio blog. La prima puntata qui. Nell’immagine: un’opera del ciclo «Nero e Oro» di Alberto Burri (1993, part.)

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