Scrittori e cattolici: Alberto Bellini

Alberto-Bellini_seppia_02_lowTi riconosci nella definizione di “scrittore cattolico” e più in generale cosa pensi di questa classificazione?

Mi si addicono entrambi: sostantivo e aggettivo. Ma non li salderei per farne una classificazione o un manifesto. E questo per due motivi: primo perché i singoli romanzi dovrebbero entrare in dialogo tra loro per ben altri motivi che l’orientamento religioso dell’autore; e secondo perché questa etichetta rischia di suscitare una sorta di diffidenza preventiva per via di quella parola (“cattolico”) nei confronti della quale oggi molti, intellettuali e non, dimostrano una suscettibilità forse eccessiva. Inoltre l’approccio cattolico alla letteratura non ha e non dovrebbe avere predilezioni di genere, di tematica o di ambientazione (per la letteratura anglosassone lo dimostrano Tolkien e C.S. Lewis) ma affrontare l’intero spettro dell’esperienza umana secondo una certa comune sensibilità; e questo, indubbiamente, rende ancor più fragile qualunque classificazione.

Esiste una corrente cattolica nella storia della letteratura italiana? Si può parlare di “romanzo cattolico”?

Non credo esista una corrente cattolica nella letteratura italiana. Certo, il cattolicesimo ha segnato la storia culturale di questo paese ma un conto sono le più o meno diffuse reminiscenze civili legate a questa eredità; un altro è l’esito, tradotto in opere artistiche oltre che in atti concreti di vita, di una fede radicata in Cristo, illuminata da una ragione lucida ma umanissima. Dalla Divina Commedia a Casa d’altri di Silvio D’Arzo (mio conterraneo), da La messa dell’uomo disarmato di Luisito Bianchi fino a Zaccuri e Mozzi, ci sono qui e là nella nostra letteratura risorgenze preziose di quest’ultimo atteggiamento umano e artistico ma non parlerei di una corrente. Non credo sia nemmeno utile ipotizzare l’esistenza di un romanzo cattolico per il futuro. Non aiuterebbe gli scrittori cattolici e soprattutto non gioverebbe ai lettori. Personalmente non sopporterei di leggere un pessimo romanzo perfettamente in linea con le mie convinzioni di fede, che è precisamente il rischio sotteso ad un movimento artistico consapevole.

Come entra il tuo essere cattolico in quello che scrivi? Ritieni di avere qualcosa in più da dire rispetto agli scrittori non cattolici o lo vivi come un vincolo?

Il mio essere cattolico filtra in ciò che scrivo nella misura in cui esso è il frutto della mia sensibilità, che è insieme una visione dell’uomo e della storia, un senso del tempo e del limite, un’idea di bellezza e di grandezza, peraltro sempre bisognosa di conferme. Parlo in termini molto generali di un’antropologia che, a differenza di altre concezioni dell’uomo, può esistere solo facendo riferimento a una dimensione ultrastorica dell’esistenza. È più semplice di quanto possa sembrare, primo perché non potrei fare diversamente, e secondo perché il mio compito è scrivere storie, non trattati di teologia morale. Non vivo quindi tutto ciò come un vincolo e non credo di aver qualcosa in più da dire rispetto agli scrittori non cattolici. Vorrei però che chi mi legge cogliesse la presenza, in filigrana, di una nota irriducibile di speranza che è cristiana proprio in quanto non riconducibile a risorse puramente umane.

Essere uno scrittore significa anche entrare in relazione con editori, lettori, critici, giornalisti e altri scrittori. Se lo scrittore è anche cattolico le cose si complicano o si semplificano?

La mia esperienza è troppo limitata per risponderti. A costo di apparire un illuso ti dico come vorrei che funzionassero le cose. Vorrei che, al di là delle lobby culturali e degli schieramenti ideologici, i libri di qualità, indipendentemente da quanto si sa o non si sa dei loro autori, si facessero largo da soli; che le storie ben scritte, capaci di toccare temi alti e di parlare all’uomo della sua condizione più vera, potessero trovare sempre un’occasione di dialogo col pubblico dei lettori, siano essi critici, librai, scrittori o semplici amanti delle storie. Ribaltando la prospettiva aggiungo a margine che, a mio parere, la stampa e gli operatori culturali di ispirazione cattolica dovrebbero prestare più attenzione nel selezionare e nel valorizzare i romanzi spontaneamente, talvolta inconsapevolmente, cristiani o cristiano-cattolici.

Alberto Bellini è nato a Modena nel 1978. Mentre consegue la laurea in Lettere presso l’università di Bologna svolge diversi lavori, tra cui il commesso, il fotografo di matrimoni e il grafico. Attualmente si occupa di immagine e comunicazione per un’industria ceramica. È sposato e ha due figli. Ha esordito nel 2013 con “Niente che sia al suo posto” (Gallucci).

Scrittori e cattolici: di che si tratta | tutte le interviste

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