Un salto mortale finito nel vuoto

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L’8 maggio del 2008 moriva Luigi Malerba e io lo ricordavo con un breve articolo sul blog dei Libri in testa. Domani I Libri In Testa dedicheranno la loro serata a un romanzo di questo scrittore: «Salto mortale». Nell’articoletto di sei anni fa immaginavo che, come spesso accade dopo la scomparsa di un autore, i libri di Malerba sarebbero tornati sui banchi delle librerie. A oggi, invece, almeno “Salto mortale” è ancora introvabile. (FP)

È morto durante la notte Luigi Malerba. Aveva ottantuno anni. Di questo scrittore ho letto solo due libri, eppure sono stati sufficienti a farmene riconoscere l’importanza nell’ambito della nostra letteratura contemporanea.
Il primo dei miei due incontri con Malerba è stato Salto mortale, un romanzo sperimentale in grado, tuttavia, di catturare l’attenzione del lettore come una narrazione classica, romanzo che ho poi ritrovato citato – e giustamente – in alcuni saggi di letteratura che vedevano in questo testo una sorta di variante italiana dello stile beckettiano.
In questo libro del 1968 la forma della frase è minata ma non ancora fatta esplodere. La punteggiatura va e viene, qualche volta sboccia una rima, alcune parti di frasi si staccano dal corpo del testo, diventano maiuscole, assumono dignità di titolo. Un narrare che esplode qua e là con esiti clowneschi, mai banalmente comici. A tratti, leggendo questo libro, sembra di scivolare sul ghiaccio, senza appigli, né nella trama (vorticante), né nel raziocino (assente), né nello stile (ingannevole).
E’ un caso che tutti i protagonisti maschili si chiamino Giuseppe mentre l’unica protagonista femminile cambia nome ad ogni pagina? (Rosetta, Rosanna, Rosina, etc.). E che dire della lettera kappa, tanto cara a certa letteratura, qui usata come intercalare imprecante?
Un ottimo esempio di come si possano fare acrobazie sperimentali senza cadere e farsi male.
L’altro incontro fu La scoperta dell’alfabeto, il libro d’esordio di Malerba, un raccolta di racconti del 1963 in cui il mondo contadino è raccontato in modo lontano dalla retorica del buon selvaggio e dal folclore della sana vita nei campi.
Episodi brevissimi, che da soli vivono come racconti e uniti si trasformano in un grande romanzo. Qui Malerba ci fa vivere da dentro l’ignoranza dei contadini, come una ferita, come un dolore. Il dolore di non conoscere la parole, le parole giuste per dire quello che pure si ha dentro e che proprio per questa povertà lessicale sfugge lasciando solo una nebbia di sentimenti.
Come il povero Govi deriso da tutti perché non sa parlare di nulla, o quell’altro che vorrebbe dire “alto come una giraffa” ma non conosce il nome di questo animale. O, ancora, l’uomo che non ha mai visto il mare, ma che una notte lo sogna non sapendo poi come descriverlo agli altri. Sono solo alcuni degli esempi di un libro bellissimo, abitato da un’ansia quasi antropologica.
So – da pareri di altri – che nel corso del tempo lo stile di Malerba ha abbandonato il felice sperimentalismo degli esordi per piegarsi a una narrazione forse più velleitaria. Con la scomparsa dell’autore è presumibile che molti suoi titoli torneranno sui banchi delle librerie. Sarà una buona occasione per verificare questo cambio di scrittura.

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