Una lunga estate Gadda

Gadda on the beach
Gadda on the beach

Non so se si possa parlare di stagionalità degli scrittori, ma sono abbastanza certo di non aver mai letto una riga di Gadda al di fuori dell’estate. Per me Gadda è leggibile solo in quelle surreali ore postprandiali infilzate dal sole o in quelle notti passate tra il ronzio del condizionatore e quello delle zanzare. Se l’estate scorsa avevo riletto per la terza volta La cognizione del dolore quest’anno ho deciso di tentare per la seconda volta la lettura del Pasticciaccio.

Dopo la rilettura il mio primo giudizio resta immutato: la vicenda “gialla” non riesce ad appassionarmi, ma continuo a trovare incredibile l’uso del dialetto che Gadda fa in questo romanzo. L’impressione è sempre la stessa: è come vedere una persona che – per improvviso cedimento della panciera – offra al mondo la visione mortificante di un prolasso di trippe. È così: Gadda attacca un paragrafo con un italiano pulito, ai limiti del forbito, e poi – zac! – sbraca sul romanesco. Riporto exempli gratia uno dei primi paragrafi:

Al suo entrare, la Lulù, la canina pechinese, un gomitolo, aveva abbaiato: con molta stizza, anche: be’, lasciati i ringhi, gli aveva fiutato a lungo le scarpe. La vitalità di questi mostriciattoli è una cosa incredibile. Verrebbe voglia di accarezzarli, poi di acciaccarli. A tavola eran quattro: lui don Ciccio, i coniugi e la nipote. La nipote, però, non era quella dell’ultima volta, cioè del giorno di San Francesco, ma molto più giovine: appena uscita dall’infanzia. Quella dell’ultima volta, cioè a San Francesco, era una nipote per modo di dire; pareva una sposa di campagna, coronata di trecce nere, forte, ampia, da tener lei tutto il letto: certi occhi! un davanti! un didietro! Da sognarseli di notte. Questa qui era una ragazzina co la treccia appennolone, che annava a scola da le moniche.

Ma tra La cognizione e il Pasticciaccio per me c’è un abisso. E ho rafforzato un’impressione che avevo già avuto all’epoca di entrambe le prime letture (rigorosamente compiute d’estate, of course) e cioè che – dovendo scegliere – non avrei dubbi: il vero capolavoro di Gadda è La cognizione del dolore. Magari la prossima estate lo rileggo per la quarta volta.

 

 

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