Platania’s 115th Dream

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Un divertissement del 2008 sbucato fuori dallo sheol dei miei archivi. Il titolo è ispirato a questo. L’inizio del testo l’ho sognato davvero, il resto l’ho immaginato da sveglio. (FP)

1. Sono sul terrazzo della vecchia casa dei miei genitori. Insieme a me ci sono mia moglie e un mio collega, molto esuberante. Parla solo lui. Racconta buffi aneddoti di lavoro e gesticola con grande teatralità. In una delle rare pause, mia moglie si gira verso di me e dice, in modo che anche lui possa sentire chiaramente: «Sai, è proprio simpatico questo tuo collega». Il mio collega ricambia con uno sguardo di finta umiltà. Io sorrido, sono contento. Effettivamente lui è un tipo simpatico. C’è solo un piccolo problema: lui non è un mio collega. Anzi, a dirla tutta, non so proprio chi sia.

2. Ma anche questo particolare, ora, mi sembra secondario. Ci sono altre cose poco chiare. La prima: che ci siamo venuti a fare nella vecchia casa dei miei genitori? La seconda: dove sono i miei genitori? La terza: perché ancora non si fa vivo il GIOvane Scrittore Italiano POco Noto (da qui in poi, per brevità, GIOSIPON) con cui ho un appuntamento?

3. GIOSIPON mi ha telefonato qualche giorno fa e mi ha detto che mi deve parlare. Io non conosco personalmente GIOSIPON, anzi non so proprio che aspetto abbia. Ho cercato su Google Image ma non ho trovato nulla. C’era solo un risultato per GIOSIPON ma l’immagine corrispondente era quella di un’installazione di arte contemporanea. Così, mentre l’impostore che finge di essere un mio collega parla e parla, io lancio occhiate ansiose dal terrazzo in attesa di vedere comparire finalmente GIOSIPON, ben sapendo che comunque non ho alcun modo di riconoscerlo.

4. Mia moglie ride, felice. Mi volto verso lei e verso il mio sedicente collega. Lui inanella aneddoti di lavoro che non sono mai realmente accaduti, non a me almeno, coinvolgendomi sempre come protagonista. «Di’ un po’ – mi fa – ti ricordi quella volta che hai collegato il cellulare di Paletti al forno a microonde della mensa?». Cose così. Seguono sviluppi fantascientifici che il tipo (va ammesso: un grande attore) riproduce fedelmente con mimica facciale e grande condimento di aggettivi. Questo qui – penso guardando l’uomo che parla – è il classico raccontatore di barzellette. È proprio un barzellettiere, è anche vestito come un barzellettiere. Mia moglie ormai è totalmente conquistata. Io ho messo su un sorriso di comodo e aspetto solo che GIOSIPON si palesi e mi liberi da questo maleficio.

5. Cosa avrà da dirmi GIOSIPON? Me lo chiedo mentre l’impostore ha smesso di raccontare aneddoti e si è avventurato in un gioco di prestigio con un mazzo di carte tirato fuori da chissà dove. L’idea che GIOSIPON debba parlarmi mi mette comunque in agitazione. GIOSIPON è uno scrittore. Io sono uno scrittore. Se uno scrittore si mette in contatto con un altro scrittore è perché c’è qualcosa di grosso che bolle in pentola. Opportunità. Successo. Soldi. Io sto male. Devo trovare un modo per uscire da tutto questo.

6. Quindici anni fa mi venne una strana specie di malattia dell’anima. Avrei potuto risolvere la cosa con le droghe o con il sesso. Invece mi rannicchiai dietro il divano della vecchia casa dei miei genitori e mi lessi di un fiato il libro di un francese strabico che si intitolava come uno stato di malessere. Quella è stata la prima volta che ho pensato che la letteratura era un forma terribile e meravigliosa di magia. E che io volevo essere uno stregone.

7. GIOSIPON non si vede.

8. È inutile restare qui ad ascoltare i deliri di questo impostore che fa finta di essere un mio collega. Faccio un cenno a mia moglie e lo molliamo lì, sulla terrazza della vecchia casa dei miei. Ci caliamo in strada con alcune lenzuola annodate e raggiungiamo a piedi il centro della città. A un certo punto vedo, tra i tavolini all’aperto di un bar, il mio agente che sta parlando con uno Scrittore Italiano Piuttosto FAmoso PUbblicato Da Un Grande Editore (da qui in poi, per brevità, SIPFAPUDUGE). Io associo le fattezze del mio agente a una serie di ambizioni di successo letterario che molto probabilmente non vedrò realizzate e che comunque non si realizzeranno per sua intercessione. Tuttavia sono sempre felice quando vedo il mio agente. Il mio agente, invece, non è mai particolarmente contento di vedermi, non so perché. E stavolta lo è meno che mai.

9. Il mio agente ha una caratteristica: non parla quasi mai, ma riesce comunque a farsi capire con le espressioni del viso. Stavolta, appena il mio agente mi vede mette su una faccia sorpresa e stanca che significa chiaramente: «Ma guarda tu se dovevi passare proprio ora che sto parlando con SIPFAPUDUGE. Cerca di toglierti di mezzo il prima possibile».

10. Io e SIPFAPUDUGE ci conosciamo. Ci siamo incontrati un paio di volte e ci siamo scambiati cortesi apprezzamenti reciproci. A me piace davvero ciò che scrive SIPFAPUDUGE e non ho motivo di sospettare che SIPFAPUDUGE menta quando sostiene che anche a lui piace ciò che scrivo. L’autenticità di questa reciproca stima, tuttavia, non produce effetti. E quali effetti dovrebbe produrre, del resto? Un aumento del mio successo? E perché mai conoscere SIPFAPUDUGE dovrebbe portare a questa conseguenza?

11. Saluto l’Agente che fa un sorriso che significa «Ciao». Saluto SIPFAPUDUGE dicendo «Ehi, che piacere incontrarti!». SIPFAPUDUGE si alza un po’ dalla sedia, mi sorride e dice: «Ciao come stai?». C’è qualche secondo di silenzio. Poi dico: «Avevo un appuntamento con GIOSIPON». Aspetto una qualche reazione ma SIPFAPUDUGE non sembra particolarmente colpito. Probabilmente non sa neanche chi sia GIOSIPON. Penso anche, però, che quando finalmente vedrò GIOSIPON e gli dirò che ho incontrato SIPFAPUDUGE farò un figurone. È faticoso essere scrittori.

12. «Che stai facendo?», mi chiede mia moglie. «Sto parlando con il mio agente», rispondo io. «Tu non hai un agente», dice lei. C’è un momento di buio. Guardo nuovamente le due persone davanti a me. Sono due persone che non ho mai visto prima. Questa è un’agnizione, credo. Quei due non sono SIPFAPUDUGE e il mio agente. Anche perché io, effettivamente, non ho un agente. «Non mi sento molto bene», dico a mia moglie. Questa è una litote, ne sono abbastanza sicuro.

13. È stata una buona giornata oggi. Le medicine hanno fatto il loro dovere e io sono stato bravo per tutto il giorno. Ora ce ne stiamo in veranda, io e mia moglie, a goderci il fresco della sera. Sul mio Mac portatile sto guardando ancora una volta il video di I don’t wanna grow up di Tom Waits, quello dove Tom ha la lente d’ingrandimento davanti alla bocca e gira in tondo su una biciclettina da bambino piccolissima per lui. «Sai come mi piacerebbe finire? – dico a mia moglie – come Tom Waits in questo video». È così che vorrei passare gli ultimi giorni della mia vita, girando in tondo in un cortile sabbioso da qualche parte nella contea di Sonoma, aspettando il Big One che inghiottirà la California, e facendo a gara sulle biciclettine insieme a Tom Waits, a chi gira più veloce, a chi spaventa più polli nell’aia, a chi canta i blues più tristi e allucinati.

14. Mi arriva un’e-mail da Tom Waits. Ci sono un paio di frasi in slang che non capisco bene e poi c’è scritto: «la mia mini-bici sta facendo la ruggine, cosa aspetti ad arrivare?». Ma io non ci sarò Tom, non ce ne andremo in giro insieme per il cortile a spaventare i polli. Capitano cose, si alzano muri e il topolino bianco nel labirinto deve improvvisamente cambiare percorso. È mezzanotte, il sole sorge sui territori a ovest. Non è mezzanotte. Sui territori a ovest non c’è che tenebra.

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