Scrittori e cattolici: Simonetta Sciandivasci

simonetta_sciandivasciTi riconosci nella definizione di “scrittrice cattolica” e più in generale cosa pensi di questa classificazione?

Credo nei ruoli, non nelle classificazioni e meno ancora nelle definizioni. Il ruolo è una scelta che è sempre un’assunzione di responsabilità e in questo senso credo di potermi e dovermi riconoscere solo in quello di scrittrice: non me lo sono dipinto addosso, ma è un obbligo dato dal fatto che ho pubblicato un libro (cosa che non è un accidente, ma l’esito di una volontà precisa). La mia posizione sul cattolicesimo è meno lineare: non vado a messa, se non di rado, non prego, non ho alcun afflato mistico, ma Dio – non uno qualsiasi, non un’entità, ma il Dio cristiano e cattolico – mi entusiasma, mi appassiona. Credo sia la più riuscita opera d’arte dell’uomo. Questi, tuttavia, sono dati intellettualistici che non suffragano sufficientemente la fede. Ci si può sentire caratterizzati dalla fede se il suo veicolo è un’adesione di spirito, che però io – con rammarico – non sento. Per me vale l’esse est percipi: la verità è percezione. Non percepisco, purtroppo, Dio e questa è la più grave pecca che mi attribuisco. Tuttavia, mi sento determinata da Dio, anche se soltanto in un senso culturale, che ritengo opportuno difendere, ma che crea anche uno scarto tra me e Lui. La presenza di questo scarto mi impedisce di dirmi cattolica. Se lo fossi, tuttavia, non credo che mi riconoscerei nella definizione “scrittrice cattolica”: non intravvedo il ruolo conseguente e, se pure lo intravvedo, lo trovo respingente. La scrittura può e deve ammettere un relativismo in conseguenza del suo essere una delle espressioni della stessa realtà, può permettersi di eludere la ricerca della verità, per accedere alla quale la religione cattolica deve, invece, proporsi come la sola via percorribile. Su questa differenza si issa un equilibrio che non credo andrebbe spostato.

Esiste una corrente cattolica nella storia della letteratura italiana? Si può parlare di “romanzo cattolico”?

Se così fosse, commetteremmo l’errore di ascrivere al cattolicesimo un canone letterario o, peggio, di farne un genere. Esistono i romanzi. Che dentro ci sia Dio o vi si rilevi la sensibilità cattolica del suo autore, è un fatto da cui non deve e non può discendere una categorizzazione. Sarebbe come dire che il romanzo di un autore comunista è, ipso facto, un romanzo comunista. Esistono scrittori che si dicono cattolici: mi chiedo sempre se intendano ribadire semplicemente che sono scrittori e cattolici, o se scrivono per il cattolicesimo e la loro scrittura è da esso determinata, spronata. Se fosse vera quest’ultima ipotesi, nella dicitura “romanzo cattolico” dovremmo semplicemente far rientrare la raccolta dei loro libri? Mi sembrerebbe un’operazione povera di senso e struttura.

Come entra il tuo essere cattolica in quello che scrivi? Ritieni di avere qualcosa in più da dire rispetto agli scrittori non cattolici o lo vivi come un vincolo?

Essere cattolici non è un vincolo, ma vincoli comporta: il più importante di essi è credere in una sola verità, tanto per incanto e attrazione quanto per responsabilità. Proprio questa responsabilità toglierebbe alla scrittura narrativa la libertà che deve distinguerla dalla fede.

Essere una scrittrice significa anche entrare in relazione con editori, lettori, critici, giornalisti e altri scrittori. Se la scrittrice è anche cattolica le cose si complicano o si semplificano?

Non mi sono mai proposta come scrittrice cattolica, quindi non posso risponderti. Se lo avessi fatto, mi sarei aspettata una diffidenza maggiore da parte di chi avesse un’inquadratura diversa: in questo non avrei ravvisato nulla di censorio, ma solo un normale principio selettivo. È evidente che un editore tende a pubblicare un lavoro che sente più vicino alla sua idea di mondo: giusto o sbagliato che sia, lo ritengo naturale. Esistono, tuttavia, editori che non si limitano a pubblicare solo quello che sentono vicino a loro e quindi, in qualche modo, giustificabile. La questione si complica con i lettori, che spesso si aspettano una coerenza che un intellettuale, proprio in quanto tale, deve anche essere capace di scalfire, perché non esistono assoluti e ogni pensiero è perfettibile. La relazione con i lettori è quella più complicata e ovviamente condiziona anche quella tra scrittore ed editore: sono i lettori ad avere la tendenza a catalogare un autore e spesso lo fanno in modo arbitrario.

Simonetta Sciandivasci è nata a Tricarico (MT) nel 1985. Scrive per Il Foglio, Il GiornaleOff, Pagina99 e Donneuropa. Il suo primo libro, “La domenica lasciami sola”, edito da Baldini&Castoldi, è uscito a ottobre 2014.

Scrittori e cattolici: di che si tratta | tutte le interviste

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