Scrittori e cattolici: Francesco Longo

FrancescoLongoTi riconosci nella definizione di “scrittore cattolico” e più in generale cosa pensi di questa classificazione?

“Scrittore” e “cattolico” sono le due parole più cariche di responsabilità di tutto il vocabolario. Temo che mi sentirò per sempre un aspirante scrittore e per sempre un aspirante cattolico. Sarà che le etichette mi fanno venire i brividi, ma preferisco tenere i due ambiti separati. Ciò detto, avere un debole nei confronti di Gesù alla lunga colonizza tutti gli aspetti della vita, quindi anche la scrittura. Di fatto, molti grandi scrittori non sono cattolici né l’essere cattolico è una garanzia di qualità letteraria. Quindi penso che questa classificazione non ci aiuta moltissimo.

Esiste una corrente cattolica nella storia della letteratura italiana? Si può parlare di “romanzo cattolico”?

La storia della letteratura italiana è imbevuta di cristianesimo, prima ancora della nascita del genere romanzo. Con i Promessi sposi si ha l’impressione che esisterà per sempre il “romanzo cattolico”, ma il Novecento ha preso una piega triste, è stato un secolo davvero buio. La linea del “romanzo cattolico” che forse poteva irrobustirsi – chi lo sa – si è dispersa. Al punto che stiamo qui a chiederci se esiste o no questo unicorno narrativo.

Come entra il tuo essere cattolico in quello che scrivi? Ritieni di avere qualcosa in più da dire rispetto agli scrittori non cattolici o lo vivi come un vincolo?

Un vincolo proprio no. Il cristianesimo non è altro se non proprio un processo di liberazione dalle briglie (certo, da legacci soprattutto interni). Se ci sono violenze, guerre e morti nel mondo è perché Dio tiene alla nostra libertà in un modo che per me è quasi irragionevole, figuriamoci se essere cattolico può indurre a vincoli. Ma ecco la risposta. Non ho da dire cose in più, anzi, forse ho esperienze in meno; però non posso ignorare che il cristianesimo, e prima ancora l’ebraismo, fanno luce sull’antropologia umana come nessun altro, non c’è niente al mondo che risponda meglio di queste due spiritualità alla domanda: chi è l’uomo? Sapere un po’ come funziona l’essere umano – fragilità, bassezze, slanci, inganni, aspirazioni mescolate a cadute vergognose – può aiutare a scolpire personaggi in modo non manicheo, senza giudicarli, cercando di restituire la complessità del cuore umano. “Un baratro è l’uomo e il suo cuore un abisso” dice il Salmo 63: non è la più grande verità che dovrebbe tenere in mente uno scrittore quando si siede a scrivere?.

Essere uno scrittore significa anche entrare in relazione con editori, lettori, critici, giornalisti e altri scrittori. Se lo scrittore è anche cattolico le cose si complicano o si semplificano?

Nel mondo dell’editoria non ho trovato né muri né scivoli. Non credo che in Italia ci sia una guerra tra cattolici e non credenti, anche se il mito di un assedio in atto è alimentato da tutti e due gli schieramenti. Nessuno mi giudica o mi emargina perché credo nello Spirito Santo, anzi, a parte questa intervista, nessuno me lo ha neanche mai chiesto. E se poi qualcuno mi volesse del male per questo motivo, magari sarebbe un buon segno. Il Signore Gesù ha promesso ai suoi discepoli: “sarete odiati da tutti a causa del mio nome”. Mi sa che non scherzava.

Francesco Longo è autore di “Il mare di pietra. Eolie o i 7 luoghi dello spirito” (Laterza 2009). Ha pubblicato “Vita di Isaia Carter, avatar” (Laterza 2008, con Cristiano de Majo) e “2005 dopo Cristo” (Einaudi 2005, con lo pseudonimo collettivo Babette Factory). È giornalista di Internazionale, collabora con il Corriere della Sera, è redattore di Nuovi Argomenti.

Scrittori e cattolici: di che si tratta | tutte le interviste

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