Scrittori e cattolici: Elio Paoloni

Elio Paoloni

Ti riconosci nella definizione di “scrittore cattolico” e più in generale cosa pensi di questa classificazione?

Qualsiasi aggettivo accostato al termine scrittore è grottesco e riduttivo. Ma uno scrittore dichiaratamente cattolico è una tale rarità che la qualifica, a quanto pare, va rimarcata; anche se, a ben vedere, ogni scrittore che valga qualcosa ha un senso religioso della vita. Potrei in ogni caso definirmi papista. Trovo che l’epiteto affibbiatoci dagli scismatici d’Albione mi descriva perfettamente: come altri sbandati, vedi Giovanni Lindo Ferretti, mi sono imbattuto nel Cardinale Ratzinger e l’ho seguito incantato. Già da tempo tuttavia ero giunto a ritenere che ogni cosa insegnata dalla Chiesa è benefica per qualsiasi società, fede o non fede. Le capacità di elaborazione, gli orizzonti lontani, i tempi lenti, le prospettive che non si limitano ai decenni ma ai secoli, i processi di elaborazione durati duemila anni sono una garanzia di saggezza se non di verità. Quello che distingue i cattolici, infatti, è la fiducia nel magistero: seguiamo gli eredi del più rissoso, cocciuto e tardo dei discepoli, al quale, non a caso, Cristo affidò la sua Chiesa. E i Papi puttanieri e incestuosi non intaccano, in prospettiva, la capacità di custodire e trasmettere la parola di Cristo, ovvero ciò che ci fonda, ciò che ha reso gli uomini Persone. Anche l’elezione del tanguero avrà le sue imperscrutabili ragioni, in termini di Provvidenza. Trovo insomma che ogni abbozzo di morale laica è insufficiente e a volte dannoso e solo la prospettiva della trascendenza indirizza al bene. Quanto a credere davvero alla resurrezione della carne, beh, nella tripartizione gnostica noi grafomani siamo ‘psichici’, destinati al rovello, al dubbio, alla disperazione.

Esiste una corrente cattolica nella storia della letteratura italiana? Si può parlare di “romanzo cattolico”?

Non sono uno storico della letteratura; a naso mi sembra che di romanzi ‘cattolici’ ce ne siano molti di più negli altri paesi, quelli che non ospitano il Vaticano. D’altro canto come dubitare che il nostro più grande romanzo sia pervaso di cattolicesimo? Quello che so di poter dire è che la critica ufficiale ignora pervicacemente tutto ciò che di religioso, in senso lato, può esserci anche negli scrittori più ‘insospettabili’. Uno a caso: Pasolini. Si tratta di rimozioni generalizzate: tra i fiumi di parole nei servizi e negli omaggi a Lucio Dalla, nessuna che ricordasse la sua profonda religiosità, la circostanza che non perdesse una messa e fosse devoto a Padre Pio, per cui aveva servito messa e al quale, alla fine, si rivolgeva spesso in preghiera. Quando fece da padrino a un battesimo un prete di Manfredonia pianse di commozione: «In tanti anni di sacerdozio mai ho visto servire e seguire la Santa Messa con la partecipazione e la fede di quell’uomo». E che dire dell’eroe del dandismo, il decadente Huysmans, del quale troverete innumerevoli edizioni di A ritroso, manifesto degli scettici, ma neanche uno dei libri scritti dopo la conversione, sui quali la critica glissa, tacendo sistematicamente sulla chiusa dello stesso A ritroso, che ribalta il senso del libro: “Signore, abbi pietà del cristiano che dubita, dell’incredulo che vorrebbe credere, del forzato della vita che si imbarca da solo, nella notte, sotto un firmamento che non è più rischiarato dai consolanti fari dell’antica speranza”.

Come entra il tuo essere cattolico in quello che scrivi? Ritieni di avere qualcosa in più da dire rispetto agli scrittori non cattolici o lo vivi come un vincolo?

Il mio essere cattolico ‘a giornate’ (quelle poche in cui riesco a recitare il Credo con convinzione) mi consente, spero, di affrontare i temi caldi in maniera originale, non ortodossa, problematica. Ritengo che i miei ultimi scritti (inediti, ça va sans dire) possano essere fecondi quanto divertenti. Non mi sento vincolato, anzi sì, in un certo senso: avverto il piacere/dovere di dire certe cose, di cantarla chiara. Ma è una ricchezza, non un limite. Limitati – e fortemente – sono gli scrittori che ostentano distacco non solo dalla religione ma dalla morale ‘borghese’: dalle tradizioni, dalla bellezza, dal bene. I condannati al noirismo in senso lato. Neri i libri, neri loro, neri i lettori. Libri che ignorano programmaticamente bellezza, grazia, bontà. Non si tratta solo di un genere commerciale più o meno vendibile. Certi autori sono gli untori della disperazione, a volte nascosta sotto affreschi di liberissimi erotismi.

Essere uno scrittore significa anche entrare in relazione con editori, lettori, critici, giornalisti e altri scrittori. Se lo scrittore è anche cattolico le cose si complicano o si semplificano?

Si complicano enormemente: per la maggior parte degli intellettuali sei un povero fesso (se poi ti opponi all’aborto sei un lurido maschilista, un oscurantista, in breve un fascista). Naturalmente puoi sempre far finta di niente alle gomitate metaforiche che accompagnano ogni riferimento alla Chiesa e alla religione. Per gli editori sei uno che difficilmente riuscirà a vendere: questi son tempi gender; tempi sciolti, disinvolti. Ma va peggio se tenti la strada degli editori cattolici, che inorridiscono di fronte a certe libertà: quando ho proposto al direttore di Civiltà Cattolica, che conosco dai tempi del gruppo Sudcreativo, una recensione del libro di Mozzi e Binaghi, mi ha risposto che in certi organi non possono essere accettati linguaggi disinvolti come il mio.

Elio Paoloni vive nel Salento. Ha pubblicato “Sostanze” (Manni) e “Piramidi” (Sironi). Collaboratore di Stilos, Fernandel, il Domenicale, Corriere della Sera (dorso pugliese), è presente tra l’altro nelle antologie “Resistenza 60” (Fernandel), “Dizionario affettivo della lingua italiana” (Fandango). Suoi racconti anche su Maltese, L’Immaginazione, Tratti.

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Scrittori e cattolici: Francesco Longo

FrancescoLongoTi riconosci nella definizione di “scrittore cattolico” e più in generale cosa pensi di questa classificazione?

“Scrittore” e “cattolico” sono le due parole più cariche di responsabilità di tutto il vocabolario. Temo che mi sentirò per sempre un aspirante scrittore e per sempre un aspirante cattolico. Sarà che le etichette mi fanno venire i brividi, ma preferisco tenere i due ambiti separati. Ciò detto, avere un debole nei confronti di Gesù alla lunga colonizza tutti gli aspetti della vita, quindi anche la scrittura. Di fatto, molti grandi scrittori non sono cattolici né l’essere cattolico è una garanzia di qualità letteraria. Quindi penso che questa classificazione non ci aiuta moltissimo.

Esiste una corrente cattolica nella storia della letteratura italiana? Si può parlare di “romanzo cattolico”?

La storia della letteratura italiana è imbevuta di cristianesimo, prima ancora della nascita del genere romanzo. Con i Promessi sposi si ha l’impressione che esisterà per sempre il “romanzo cattolico”, ma il Novecento ha preso una piega triste, è stato un secolo davvero buio. La linea del “romanzo cattolico” che forse poteva irrobustirsi – chi lo sa – si è dispersa. Al punto che stiamo qui a chiederci se esiste o no questo unicorno narrativo.

Come entra il tuo essere cattolico in quello che scrivi? Ritieni di avere qualcosa in più da dire rispetto agli scrittori non cattolici o lo vivi come un vincolo?

Un vincolo proprio no. Il cristianesimo non è altro se non proprio un processo di liberazione dalle briglie (certo, da legacci soprattutto interni). Se ci sono violenze, guerre e morti nel mondo è perché Dio tiene alla nostra libertà in un modo che per me è quasi irragionevole, figuriamoci se essere cattolico può indurre a vincoli. Ma ecco la risposta. Non ho da dire cose in più, anzi, forse ho esperienze in meno; però non posso ignorare che il cristianesimo, e prima ancora l’ebraismo, fanno luce sull’antropologia umana come nessun altro, non c’è niente al mondo che risponda meglio di queste due spiritualità alla domanda: chi è l’uomo? Sapere un po’ come funziona l’essere umano – fragilità, bassezze, slanci, inganni, aspirazioni mescolate a cadute vergognose – può aiutare a scolpire personaggi in modo non manicheo, senza giudicarli, cercando di restituire la complessità del cuore umano. “Un baratro è l’uomo e il suo cuore un abisso” dice il Salmo 63: non è la più grande verità che dovrebbe tenere in mente uno scrittore quando si siede a scrivere?.

Essere uno scrittore significa anche entrare in relazione con editori, lettori, critici, giornalisti e altri scrittori. Se lo scrittore è anche cattolico le cose si complicano o si semplificano?

Nel mondo dell’editoria non ho trovato né muri né scivoli. Non credo che in Italia ci sia una guerra tra cattolici e non credenti, anche se il mito di un assedio in atto è alimentato da tutti e due gli schieramenti. Nessuno mi giudica o mi emargina perché credo nello Spirito Santo, anzi, a parte questa intervista, nessuno me lo ha neanche mai chiesto. E se poi qualcuno mi volesse del male per questo motivo, magari sarebbe un buon segno. Il Signore Gesù ha promesso ai suoi discepoli: “sarete odiati da tutti a causa del mio nome”. Mi sa che non scherzava.

Francesco Longo è autore di “Il mare di pietra. Eolie o i 7 luoghi dello spirito” (Laterza 2009). Ha pubblicato “Vita di Isaia Carter, avatar” (Laterza 2008, con Cristiano de Majo) e “2005 dopo Cristo” (Einaudi 2005, con lo pseudonimo collettivo Babette Factory). È giornalista di Internazionale, collabora con il Corriere della Sera, è redattore di Nuovi Argomenti.

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Scrittori e cattolici: Eraldo Affinati

Eraldo AffinatiTi riconosci nella definizione di “scrittore cattolico” e più in generale cosa pensi di questa classificazione?

Non mi riconosco in questa classificazione. Credo che, dal punto di vista letterario, non sia particolarmente significativa.

Esiste una corrente cattolica nella storia della letteratura italiana? Si può parlare di “romanzo cattolico”?

Prendiamo Alessandro Manzoni, dichiaratamente cattolico. Eppure se definissimo i Promessi sposi  un “romanzo cattolico” ne ridurremmo, con ogni evidenza, la portata. Sarebbe come leggere quest’opera  attraverso una lente deformante.

Come entra il tuo essere cattolico in quello che scrivi? Ritieni di avere qualcosa in più da dire rispetto agli scrittori non cattolici o lo vivi come un vincolo?

Credo di avere una sensibilità religiosa. Per questo, ad esempio, ho scritto un libro su Dietrich Bonhoeffer.

Essere uno scrittore significa anche entrare in relazione con editori, lettori, critici, giornalisti e altri scrittori. Se lo scrittore è anche cattolico le cose si complicano o si semplificano?

Dipende da come quello scrittore si pone nei confronti della realtà in cui vive.

Eraldo Affinati è nato a Roma nel 1956. Fra i suoi libri, quasi tutti pubblicati da Mondadori, ricordiamo “Bandiera bianca”, “Campo del sangue”, “Un teologo contro Hitler,” “La città dei ragazzi”, “Berlin”, “Peregrin d’amore”, “Elogio del ripetente”, “Vita di vita”. Insieme alla moglie, Anna Luce Lenzi, ha fondato la Penny Wirton, una scuola di insegnamento gratuito dell’italiano agli stranieri.

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Scrittori e cattolici: Simonetta Sciandivasci

simonetta_sciandivasciTi riconosci nella definizione di “scrittrice cattolica” e più in generale cosa pensi di questa classificazione?

Credo nei ruoli, non nelle classificazioni e meno ancora nelle definizioni. Il ruolo è una scelta che è sempre un’assunzione di responsabilità e in questo senso credo di potermi e dovermi riconoscere solo in quello di scrittrice: non me lo sono dipinto addosso, ma è un obbligo dato dal fatto che ho pubblicato un libro (cosa che non è un accidente, ma l’esito di una volontà precisa). La mia posizione sul cattolicesimo è meno lineare: non vado a messa, se non di rado, non prego, non ho alcun afflato mistico, ma Dio – non uno qualsiasi, non un’entità, ma il Dio cristiano e cattolico – mi entusiasma, mi appassiona. Credo sia la più riuscita opera d’arte dell’uomo. Questi, tuttavia, sono dati intellettualistici che non suffragano sufficientemente la fede. Ci si può sentire caratterizzati dalla fede se il suo veicolo è un’adesione di spirito, che però io – con rammarico – non sento. Per me vale l’esse est percipi: la verità è percezione. Non percepisco, purtroppo, Dio e questa è la più grave pecca che mi attribuisco. Tuttavia, mi sento determinata da Dio, anche se soltanto in un senso culturale, che ritengo opportuno difendere, ma che crea anche uno scarto tra me e Lui. La presenza di questo scarto mi impedisce di dirmi cattolica. Se lo fossi, tuttavia, non credo che mi riconoscerei nella definizione “scrittrice cattolica”: non intravvedo il ruolo conseguente e, se pure lo intravvedo, lo trovo respingente. La scrittura può e deve ammettere un relativismo in conseguenza del suo essere una delle espressioni della stessa realtà, può permettersi di eludere la ricerca della verità, per accedere alla quale la religione cattolica deve, invece, proporsi come la sola via percorribile. Su questa differenza si issa un equilibrio che non credo andrebbe spostato.

Esiste una corrente cattolica nella storia della letteratura italiana? Si può parlare di “romanzo cattolico”?

Se così fosse, commetteremmo l’errore di ascrivere al cattolicesimo un canone letterario o, peggio, di farne un genere. Esistono i romanzi. Che dentro ci sia Dio o vi si rilevi la sensibilità cattolica del suo autore, è un fatto da cui non deve e non può discendere una categorizzazione. Sarebbe come dire che il romanzo di un autore comunista è, ipso facto, un romanzo comunista. Esistono scrittori che si dicono cattolici: mi chiedo sempre se intendano ribadire semplicemente che sono scrittori e cattolici, o se scrivono per il cattolicesimo e la loro scrittura è da esso determinata, spronata. Se fosse vera quest’ultima ipotesi, nella dicitura “romanzo cattolico” dovremmo semplicemente far rientrare la raccolta dei loro libri? Mi sembrerebbe un’operazione povera di senso e struttura.

Come entra il tuo essere cattolica in quello che scrivi? Ritieni di avere qualcosa in più da dire rispetto agli scrittori non cattolici o lo vivi come un vincolo?

Essere cattolici non è un vincolo, ma vincoli comporta: il più importante di essi è credere in una sola verità, tanto per incanto e attrazione quanto per responsabilità. Proprio questa responsabilità toglierebbe alla scrittura narrativa la libertà che deve distinguerla dalla fede.

Essere una scrittrice significa anche entrare in relazione con editori, lettori, critici, giornalisti e altri scrittori. Se la scrittrice è anche cattolica le cose si complicano o si semplificano?

Non mi sono mai proposta come scrittrice cattolica, quindi non posso risponderti. Se lo avessi fatto, mi sarei aspettata una diffidenza maggiore da parte di chi avesse un’inquadratura diversa: in questo non avrei ravvisato nulla di censorio, ma solo un normale principio selettivo. È evidente che un editore tende a pubblicare un lavoro che sente più vicino alla sua idea di mondo: giusto o sbagliato che sia, lo ritengo naturale. Esistono, tuttavia, editori che non si limitano a pubblicare solo quello che sentono vicino a loro e quindi, in qualche modo, giustificabile. La questione si complica con i lettori, che spesso si aspettano una coerenza che un intellettuale, proprio in quanto tale, deve anche essere capace di scalfire, perché non esistono assoluti e ogni pensiero è perfettibile. La relazione con i lettori è quella più complicata e ovviamente condiziona anche quella tra scrittore ed editore: sono i lettori ad avere la tendenza a catalogare un autore e spesso lo fanno in modo arbitrario.

Simonetta Sciandivasci è nata a Tricarico (MT) nel 1985. Scrive per Il Foglio, Il GiornaleOff, Pagina99 e Donneuropa. Il suo primo libro, “La domenica lasciami sola”, edito da Baldini&Castoldi, è uscito a ottobre 2014.

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Scrittori e cattolici: Maurizio Cotrona

maurizio-cotronaTi riconosci nella definizione di “scrittore cattolico” e più in generale cosa pensi di questa classificazione?

Eviterei la definizione di “scrittore cattolico”. Non perché me la senta stretta, anzi, sono io ad essere troppo stretto. Essere cattolico si concretizza per me essenzialmente in tre istanze di base: convivere con il peso e l’ebbrezza di una totale libertà; accettare che qualsiasi oggetto in natura oltrepassa le nostre possibilità di comprensione/conoscenza (incluso se stessi); credere che per gli uomini esiste la possibilità del bene, sempre. Diciamo che mi sforzo di essere all’altezza di queste premesse.

Esiste una corrente cattolica nella storia della letteratura italiana? Si può parlare di “romanzo cattolico”?

Non so, tutti gli scrittori che mi piacciono li sento come “cattolici”, anche se magari non lo sono. Per me esistono romanzi “materialistici” e romanzi “non materialistici” . Posso dirti che non mi aspetto grande letteratura da uno scrittore materialista. Una versione “meccanica” dell’esistenza non può – senza contraddire le proprie premesse – che generare una scrittura noiosa, chiusa al mistero e all’imprevisto. Così come, per gli stessi motivi, non mi aspetto grande letteratura da chi propone una visione negativa dell’uomo.

Come entra il tuo essere cattolico in quello che scrivi? Ritieni di avere qualcosa in più da dire rispetto agli scrittori non cattolici o lo vivi come un vincolo?

Credo di aver risposto sopra. Non lo vivo come un vincolo, al contrario. Per me “cattolico” è sinonimo di “libero”. L’unica scrittura capace di non annoiarmi, di conservare la tensione, è quella che include la possibilità del bene e quella del male, dello sprofondamento e del volo, perché non pretende di “padroneggiare” il proprio materiale narrativo, ma lo riconosce “eccedente” e per questo è capace di sorprendere e sorprendersi ad ogni rigo. Come dice il Papa? Che “essere gesuita significa essere una persona dal pensiero incompleto, dal pensiero aperto”. Credo che sia una grande qualità anche per uno scrittore e questa è la direzione in cui cerco di muovermi.

Essere uno scrittore significa anche entrare in relazione con editori, lettori, critici, giornalisti e altri scrittori. Se lo scrittore è anche cattolico le cose si complicano o si semplificano?

Non mi sono mai proposto come scrittore cattolico e non credo di essere mai stato percepito come tale, per cui non ho una risposta da darti. Certamente esistono persone che – quando sentono odore di Dio – storcono il naso. Una volta una lettrice mi ha detto apertamente: “quando ho letto questa pagina ho pensato per un attimo che tu fossi cattolico”. Per lei “cattolico” era un’offesa. Io non l’ho contraddetta, ho fatto come Pietro prima del canto del gallo.

Maurizio Cotrona, nato a Taranto nel 1973, vive a Roma dal 2006. Nel 2011 ha pubblicato il romanzo “Malafede” (Lantana Editore), vincitore del Premio PugliaLibre 2011. È membro dell’associazione culturale “BombaCarta” e maestro della scuola di lettura per ragazzi “Piccoli maestri”.

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Scrittori e cattolici: Alberto Bellini

Alberto-Bellini_seppia_02_lowTi riconosci nella definizione di “scrittore cattolico” e più in generale cosa pensi di questa classificazione?

Mi si addicono entrambi: sostantivo e aggettivo. Ma non li salderei per farne una classificazione o un manifesto. E questo per due motivi: primo perché i singoli romanzi dovrebbero entrare in dialogo tra loro per ben altri motivi che l’orientamento religioso dell’autore; e secondo perché questa etichetta rischia di suscitare una sorta di diffidenza preventiva per via di quella parola (“cattolico”) nei confronti della quale oggi molti, intellettuali e non, dimostrano una suscettibilità forse eccessiva. Inoltre l’approccio cattolico alla letteratura non ha e non dovrebbe avere predilezioni di genere, di tematica o di ambientazione (per la letteratura anglosassone lo dimostrano Tolkien e C.S. Lewis) ma affrontare l’intero spettro dell’esperienza umana secondo una certa comune sensibilità; e questo, indubbiamente, rende ancor più fragile qualunque classificazione.

Esiste una corrente cattolica nella storia della letteratura italiana? Si può parlare di “romanzo cattolico”?

Non credo esista una corrente cattolica nella letteratura italiana. Certo, il cattolicesimo ha segnato la storia culturale di questo paese ma un conto sono le più o meno diffuse reminiscenze civili legate a questa eredità; un altro è l’esito, tradotto in opere artistiche oltre che in atti concreti di vita, di una fede radicata in Cristo, illuminata da una ragione lucida ma umanissima. Dalla Divina Commedia a Casa d’altri di Silvio D’Arzo (mio conterraneo), da La messa dell’uomo disarmato di Luisito Bianchi fino a Zaccuri e Mozzi, ci sono qui e là nella nostra letteratura risorgenze preziose di quest’ultimo atteggiamento umano e artistico ma non parlerei di una corrente. Non credo sia nemmeno utile ipotizzare l’esistenza di un romanzo cattolico per il futuro. Non aiuterebbe gli scrittori cattolici e soprattutto non gioverebbe ai lettori. Personalmente non sopporterei di leggere un pessimo romanzo perfettamente in linea con le mie convinzioni di fede, che è precisamente il rischio sotteso ad un movimento artistico consapevole.

Come entra il tuo essere cattolico in quello che scrivi? Ritieni di avere qualcosa in più da dire rispetto agli scrittori non cattolici o lo vivi come un vincolo?

Il mio essere cattolico filtra in ciò che scrivo nella misura in cui esso è il frutto della mia sensibilità, che è insieme una visione dell’uomo e della storia, un senso del tempo e del limite, un’idea di bellezza e di grandezza, peraltro sempre bisognosa di conferme. Parlo in termini molto generali di un’antropologia che, a differenza di altre concezioni dell’uomo, può esistere solo facendo riferimento a una dimensione ultrastorica dell’esistenza. È più semplice di quanto possa sembrare, primo perché non potrei fare diversamente, e secondo perché il mio compito è scrivere storie, non trattati di teologia morale. Non vivo quindi tutto ciò come un vincolo e non credo di aver qualcosa in più da dire rispetto agli scrittori non cattolici. Vorrei però che chi mi legge cogliesse la presenza, in filigrana, di una nota irriducibile di speranza che è cristiana proprio in quanto non riconducibile a risorse puramente umane.

Essere uno scrittore significa anche entrare in relazione con editori, lettori, critici, giornalisti e altri scrittori. Se lo scrittore è anche cattolico le cose si complicano o si semplificano?

La mia esperienza è troppo limitata per risponderti. A costo di apparire un illuso ti dico come vorrei che funzionassero le cose. Vorrei che, al di là delle lobby culturali e degli schieramenti ideologici, i libri di qualità, indipendentemente da quanto si sa o non si sa dei loro autori, si facessero largo da soli; che le storie ben scritte, capaci di toccare temi alti e di parlare all’uomo della sua condizione più vera, potessero trovare sempre un’occasione di dialogo col pubblico dei lettori, siano essi critici, librai, scrittori o semplici amanti delle storie. Ribaltando la prospettiva aggiungo a margine che, a mio parere, la stampa e gli operatori culturali di ispirazione cattolica dovrebbero prestare più attenzione nel selezionare e nel valorizzare i romanzi spontaneamente, talvolta inconsapevolmente, cristiani o cristiano-cattolici.

Alberto Bellini è nato a Modena nel 1978. Mentre consegue la laurea in Lettere presso l’università di Bologna svolge diversi lavori, tra cui il commesso, il fotografo di matrimoni e il grafico. Attualmente si occupa di immagine e comunicazione per un’industria ceramica. È sposato e ha due figli. Ha esordito nel 2013 con “Niente che sia al suo posto” (Gallucci).

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Scrittori e cattolici: Giovanni Cocco

Riprende, dopo una pausa di alcuni mesi, il mio ciclo di interviste Scrittori e cattolici. Si riparte con Giovanni Cocco che con il suo romanzo “La Caduta” edito da Nutrimenti si è classificato al terzo posto dell’edizione 2013 del Premio Campiello. (FP)

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Ti riconosci nella definizione di “scrittore cattolico” e più in generale cosa pensi di questa classificazione?

No. Per uno che detesta le etichette, gli steccati e le classificazioni l’espressione scrittore cattolico non significa nulla. Quando utilizzo la parola “cattolico” (e succede sempre più spesso) lo faccio per due motivi: primo, per marcare una differenza rispetto a ciò che mi circonda e cioè l’impegno ostentato, esibito e autoproclamato da tanti coetanei, sempre e solo in un unica direzione; secondo, per riassumere, in una parola, il coté da cui provengo. Che non per questo mi appartiene, nella stessa misura in cui io non appartengo a lui, ma che è stato determinante nel mio processo di formazione. In questo senso la parola cattolico potrebbe essere sostituita da almeno altre venti. Quanto alla mia collocazione ideologica o politica, essa, ammesso che ve ne sia una, non attiene in alcun modo a ciò che scrivo.

Esiste una corrente cattolica nella storia della letteratura italiana? Si può parlare di “romanzo cattolico”?

Non lo so e non mi interessa e la premessa alla prima risposta (quella relativa alle classificazione, o meglio, alla non classificazione) vale anche per questa. Rimane un fatto che autori come Pomilio, Coccioli, Pontiggia e Testori sono stati emarginati, talvolta in vita e spesso dopo la morte, in luogo di autori meno significativi. Quanto alle ragioni, non sto più a chiedermele da tempo.

Come entra il tuo essere cattolico in quello che scrivi? Ritieni di avere qualcosa in più da dire rispetto agli scrittori non cattolici o lo vivi come un vincolo?

Data la premessa mi pare inutile rispondere. Aggiungo che scrittore cattolico è un’espressione priva di senso come quella di “scrittore gay” o “scrittore zingaro” o “scrittore locale”. Uno o è scrittore o non lo è affatto.

Essere uno scrittore significa anche entrare in relazione con editori, lettori, critici, giornalisti e altri scrittori. Se lo scrittore è anche cattolico le cose si complicano o si semplificano?

Che cosa l’etichetta appiccicata addosso comporti, di questo non ho idea. Mi limito a osservare che le sole richieste di collaborazione arrivate (e subito respinte al mittente) in questi mesi sono arrivate da testate classificabili come “di destra”. Sempre che queste distinzioni, oggi, abbiano ancora senso. E sempre che la cosa, ne dubito, freghi davvero a qualcuno. Non certo a me.

Giovanni Cocco è nato a Como nel 1976 e vive a Lenno, sulla sponda occidentale del Lario. Prima di dedicarsi all’editoria ha svolto i lavori più disparati. Ha pubblicato “Angeli a perdere” (No Reply, 2004), “La Cadut”a (Nutrimenti, 2013, Premio Selezione Campiello) e “Ombre sul lago” (Guanda, 2013, in coppia con Amneris Magella). I suoi libri sono in corso di traduzione in 10 paesi.

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Scrittori e cattolici: Mariapia Veladiano

mariapia-veladianoTi riconosci nella definizione di “scrittrice cattolica” e più in generale cosa pensi di questa classificazione?

Non mi riconosco. Scrivo e in quel che scrivo passa l’ascolto della vita così come mi appartiene, da persona che crede. Come capita allo scrittore che non crede o che è agnostico. E nessuno parla di “scrittori agnostici” o “scrittori atei”. E poi ci sono infiniti modi di essere agnostici o atei o cattolici. Nell’immaginario collettivo poi questa classificazione è di sicuro fuorviante. Offre una scorciatoia interpretativa, ammiccante se il lettore è cattolico, respingente se non lo è.

Esiste una corrente cattolica nella storia della letteratura italiana? Si può parlare di “romanzo cattolico”?

Esistono moltissimi autori che hanno scritto a partire da un immaginario cattolico, o semplicemente a partire da una cultura in cui il cattolicesimo ha un ruolo di costruzione enorme. In questo dibattito sono stati citati Dante e Manzoni e siamo d’accordo. Io sono vicentina: credo che Piovene in questo senso sia più cattolico di Fogazzaro. E Virgilio Scapin ancora di più. Non c’è pagina sua che non faccia da specchio a questo mondo. E certo non era credente. Detto questo, no, non credo proprio che si possa parlare di “romanzo cattolico”.

Come entra il tuo essere cattolica in quello che scrivi? Ritieni di avere qualcosa in più da dire rispetto agli scrittori non cattolici o lo vivi come un vincolo?

Qualcosa in più proprio no. C’è un orizzonte personale di sentimenti e conoscenze che entrano nella scrittura e di sicuro il fatto di essere credente ha parte in questo orizzonte. Certo poi può capitare che un romanzo costruisca la storia proprio intorno a temi anche teologici. È il caso del mio secondo libro appena pubblicato, Il tempo è un dio breve. Si parla di amore e dolore innocente, è un tema teologico. E quindi i personaggi ne discutono. Ma da un lato le parti più teologiche sono affidate ai dialoghi con un bambino, volutamente, perché l’interrogare bambino è pre-religioso, e dall’altro tutti i personaggi che dichiarano di credere, di fatto si interrogano a partire dalla sponda della loro comune umanità. Il credere non preserva dal dubbio di ogni uomo sul bene, sul male, sulla vita.

Il fatto di avere scritto un romanzo ad argomento più direttamente teologico non significa proprio che ce ne sarà un altro dello stesso tipo ovviamente. La maggior parte di quel che ho scritto riguarda la crudeltà dell’universo maschile, per dire. A questo sto lavorando.

Essere una scrittrice significa anche entrare in relazione con editori, lettori, critici, giornalisti e altri scrittori. Se la scrittrice è anche cattolica le cose si complicano o si semplificano?

Né l’uno né l’altro. La mia fede è conosciuta ma scrivo per i giornali più diversi. Credo davvero che conti nulla. Interessa quel che si scrive.

Mariapia Veladiano è nata a Vicenza nel 1960. È laureata in filosofia e ha la Licenza in teologia. Ha insegnato italiano e storia per più di vent’anni in un istituto professionale di Bassano del Grappa. Ora è preside a Rovereto. Collabora con “Il Regno” e “Repubblica”. Nel 2011 ha pubblicato il suo primo romanzo “La vita accanto” con Einaudi Stile Libero. Nel 2012 è uscito il secondo, “Il tempo è un dio breve”, ancora con Einaudi Stile Libero.

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Scrittori e cattolici: Valter Binaghi

valter-binaghiTi riconosci nella definizione di “scrittore cattolico” e più in generale cosa pensi di questa classificazione?

Intanto è sicuro che esistono dei cattolici. Cominciamo a definire quelli. Cattolico è colui che, oltre a credere ed affermare che Cristo è il principio e il fine dell’umanità, Colui nel quale l’umanità è chiamata alla comunione con Dio, crede che l’unità della fede cristiana sia garantita dallo Spirito Santo nella Chiesa nata dalla tradizione apostolica, la quale non è etnia né ideologia né cultura ma è fatta per ospitare ogni uomo che viene a questo mondo.

In secondo luogo è sicuro che esistono degli scrittori. Definisco scrittore colui che si assume la responsabilità di una comunicazione pubblica non nella labilità della forma orale o radiotelevisiva ma nella scrittura che è garanzia di ponderatezza e di storicità (scripta manent)

Dunque esistono degli scrittori cattolici solo nella misura in cui la pienezza dell’umanità in Cristo è il presupposto implicito o esplicito della loro comunicazione e l’universalità è il loro orizzonte, nel senso che nessun aspetto della condizione umana è escluso dalla loro indagine.

Esiste una corrente cattolica nella storia della letteratura italiana? Si può parlare di “romanzo cattolico”?

Esiste se esistono scrittori cattolici, ma per definizione non ha niente a che vedere con una poetica storicamente determinata o un’esplicita adesione confessionale alla Chiesa Cattolica. La “scrittura” cattolica è una condizione spirituale, e dipende non solo dalle intenzioni ma anche dai risultati. Sono scrittori cattolici sicuramente Dante e Manzoni, ma anche G.K. Chesterton e Mario Pomilio. Ci sono invece dei cattolici le cui velleità letterarie producono solo sciatta narrativa e presunzione ideologica. Comunque, chi si vergogna di Cristo sulla pagina o nei salotti buoni (“nicodemismo”) certamente non è uno scrittore cattolico, come non lo è chi si serve del cristianesimo per contrabbandare una gnosi personale o settaria, magari apertamente avversa alla tradizione apostolica.

Come entra il tuo essere cattolico in quello che scrivi? Ritieni di avere qualcosa in più da dire rispetto agli scrittori non cattolici o lo vivi come un vincolo?

Poiché Cristo mi rivela la natura umana, ritengo di avere qualcosa in più da dire di chi non conosce o rifiuta questa rivelazione. La rappresentazione dell’umano di molta letteratura contemporanea è una caricatura, ma senza ironia: il compiacimento grottesco per le auto amputazioni che la post-modernità rinnegando Cristo si è inflitta. Da questo punto di vista, indipendentemente dal talento stilistico, è cattiva pedagogia prima che cattiva letteratura. Del resto il disconoscimento del carattere pedagogico (formativo in senso lato) dell’arte fa parte delle caratteristiche di una civiltà in declino. Questa letteratura avvilente e nichilista è molto lontana dalla sensibilità del lettore medio, che in effetti se ne discosta e ripiega sulla cosiddetta letteratura di genere: narrativa senza pretese letterarie, ma capace almeno di intrattenere. Nascono infiniti dibattiti sul fatto che in Italia si legge poco e male, e la conclusione è sempre che l’italiano è più buzzurro della media europea. Mai a nessuno viene in mente (e come potrebbe accadere, sulle pagine culturali di Repubblica?) che forse il difetto è nel manico: è il cattivo scrittore che fa scappare i lettori. Per quel che mi riguarda, preferisco sicuramente trecento pagine di Salgari o Liala a un capitolo di Piperno se devo leggere per forza ma, appunto, leggere non è un obbligo né un merito di per sé.

Essere uno scrittore significa anche entrare in relazione con editori, lettori, critici, giornalisti e altri scrittori. Se lo scrittore è anche cattolico le cose si complicano o si semplificano?

Si complicano e molto, specialmente in Italia. Non con i lettori, ma con l’ambiente editoriale, giornalistico e accademico, che è egemonizzato da una cultura post-marxista, svuotata del suo contenuto originariamente propulsivo, ridotta alle rendite di posizione di un paio di generazioni di reduci che hanno occupato militarmente case editrici, giornali e università, condizionando largamente il senso comune dei media. Oggi per i più cattolico è sinonimo di autoritario, retrogrado, sessuofobo. Ma questa è la caricatura del cattolicesimo fornita dall’intelligentja dominante: gente come Eco, Scalfari e Augias, per intenderci. Fa parte della storia d’Italia una spartizione fra destra e sinistra, dove per cinquant’anni alla prima è andato il potere reale, alla seconda l’egemonia ideologica. Non finirà finché gli ultimi rappresentanti della generazione che ha stretto questo patto sciagurato non saranno usciti di scena. I loro eredi giovani sono scrittorini ed editor senza nerbo, arruolati all’ideologia dominante per convenienza più che per fede, si ricicleranno facilmente in un orizzonte più plurale anche se i risultati resteranno concettualmente modesti, come nel caso dell’ultima icona prodotta dai media di sinistra, Roberto Saviano.

Valter Binaghi (1957-2013), scrittore, musicista e insegnante di filosofia e storia, da giovane si è occupato di controcultura come redattore della rivista “Re Nudo”. Ha pubblicato una decina di romanzi tra cui “I tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti, cronista padano” (Sironi, 2007), “Devoti a Babele” (Perdisa Pop, 2008) e “Melissa. La donna che cambiò la storia” (Newton Compton, 2012). Con Giulio Mozzi ha scritto “10 buoni motivi per essere cattolici” (Laurana, 2011).

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Scrittori e cattolici: Demetrio Paolin

demetrio-paolinTi riconosci nella definizione di “scrittore cattolico” e più in generale cosa pensi di questa classificazione?

Per la mia preparazione, che è filologica, direi che si potrebbe forse parlare non di scrittore cattolico, ma di testi “cattolici”. Mi vengono in mente due autori come Pasolini o Coccioli che non so quanto fossero cattolici come scrittori, ma che hanno prodotto alcuni testi e opere (penso a Davide per Coccioli e al Vangelo secondo Matteo per Pasolini, ma si potrebbero citare Accattone, La Ricotta, etc.) che hanno a che fare con l’immaginario cattolico. Forse sarebbe meglio ancora sostituire l’aggettivo cattolico con ‘cristiano’. Ecco io direi che così forse mi ci potrei ritrovare. Io ad esempio mi sono formato non tanto leggendo i classici greci e latini; Omero non è mai stato padre delle mie muse, ma fin da piccolo, forse perché era un libro che era sempre presente in casa mia, ho letto la Bibbia. E l’ho letta senza schemi: l’ho letta come si leggono delle storie fantastiche e bellissime. Pensa alla storia di Lot, a quella di Saul, pensa alla storia stessa di Cristo. Non avevo, però, come ti dicevo una mediazione da parte della Chiesa, in questo senso pur non sapendolo ero una sorta di protestante involontario (e un po’ per questo che l’aggettivo cattolico non mi definisce pienamente), quindi gli episodi che andavo leggendo sono sedimentati in me anche in modo molto difforme rispetto alla “tradizione”. Nel mio romanzo Il mio nome è Legione c’è ad esempio l’episodio di Abramo e del sacrificio di suo figlio, che io rileggo in un modo estremo e diverso dalla canonica spiegazione. Lo stesso succede nel racconto Fabbrica ne La seconda persona dove il discorso del puro e dell’impuro di Cristo diventa una specie di giustificazione a priori dell’atto incestuoso tra i gemelli. Cioè quello che voglio dire è che la mia esperienza del mondo avviene tramite il confronto con la parola della Bibbia, ma è una esperienza sicuramente eterodossa.

Esiste una corrente cattolica nella storia della letteratura italiana? Si può parlare di “romanzo cattolico”?

Un po’ credo di aver risposto con la prima domanda. E ti dico che sì, mi pare che ci possa essere una convergenza di alcuni autori e temi. Ne avevo scritto sul Corriere della Sera (l’articolo è leggibile qui, NdR), mettendo in evidenza come alcuni autori, che tra l’altro tu hai intervistato prima o che intervisterai dopo di me, gravitavano tutti intorno a temi che avevano a che fare con il cattolicesimo. La cosa che mi premeva sottolineare, in quell’articolo, è come il fulcro del ragionamento fosse il corpo. Il corpo sofferente, il corpo che ha malattie, il corpo che risorge. Mi viene in mente il discorso di Paolo all’Aeropago. Paolo dice che la vera, grande differenza tra il suo dio e gli altri dei, sta proprio nella resurrezione della carne. Ecco. Io penso che uno scrittore cattolico deve misurarsi su questi temi. Alcuni degli autori lo hanno fatto e lo continuano a fare con grande forza e coraggio: penso a Zaccuri, Mozzi, Parazzoli. Sul discorso se esista o meno una corrente cattolica nella storia della letteratura italiana, penso che la risposta sia scontata: la nostra lingua inizia con Francesco e si forma con Dante; mi pare evidente che ci sia una influenza, ripeto, di immaginario anche negli scrittori più lontani dalla fede. Perché io non penso che sia un problema di fede o no quello di scrivere un “romanzo cattolico”, ma sia un problema di come faccio guardare il mondo ai personaggi dei miei romanzi. Per me ad esempio è normale che loro vedano la propria esistenza tramite gli esempi tratti dalla Bibbia.

Come entra il tuo essere cattolico in quello che scrivi? Ritieni di avere qualcosa in più da dire rispetto agli scrittori non cattolici o lo vivi come un vincolo?

In quello che scrivo entra quello che sono. Sono un padre, sono un marito, sono uno studioso di Dante e di Primo Levi. Ho vissuto la mia infanzia in un paese di campagna e ora vivo in città. Ho letto la Bibbia e conosco a memoria Pavese. Tutto entra in gioco nella scrittura; e sinceramente non so se ho qualcosa di più da dire: so che quando ero piccolo mi è stato insegnato che verrà il giorno in cui saremo liberati dalla morte, in cui non ci sarà il male. Ecco io da piccolo quelle parole le ho prese molto sul serio (quando si è piccoli si prendono sul serio troppe cose): e nel proseguire la mia vita ho visto morire persone che amavo, ho visto molti sofferenti, malati e disperati. Ho visto corpi disfarsi, altri finire mangiati dalla droga, o uccisi dai diserbanti. Persone care con cui avevo condiviso banchi di scuola e gite in classe morire in pochi mesi. E io non so se questo mio sentimento di ingiustizia sia legato a quella mancata promessa, ma penso che lì sia il fulcro del mio dire. Il male che indago in ogni scritto non è un male fittizio, non è un ragionamento filosofico, o una posa: è ciò che io ho visto nelle persone a me accanto. Io non ho vincoli di sorta, ma sento che la mia ragione di scrivere affonda le sue radici, quelle più profonde e oscure, quasi inconsce, proprio in quei giorni del catechismo quando il prete diceva che saremo liberati dalla morte. E a me non pare che questo accada, che le persone muoiano anche se le amiamo; così ho iniziato a scrivere perché ho pensato che forse così un resto, un pezzo, una minuzia di chi perdevo si sarebbe salvato. Ora dispero anche di questo.

Essere uno scrittore significa anche entrare in relazione con editori, lettori, critici, giornalisti e altri scrittori. Se lo scrittore è anche cattolico le cose si complicano o si semplificano?

Nessuno mi ha mai fatto gli esami del sangue. Nessuno nell’editoria mi ha mai chiesto quali fossero le mie preferenze sessuali, di cibo o religiose. Ho presentato i miei libri, ad alcuni sono piaciuti a altri no. Ho trovato persone che hanno creduto in me e siamo diventati amici. Lo siamo a prescindere dalla nostra fede; siamo amici, dico, perché nei nostri scritti indaghiamo nei modi diversi, qualcosa che ci preme. Io ho sempre trovato, per il poco che ho frequentato l’editoria, persone che hanno compreso ciò che volevo dire con i miei libri: poi giustamente certe volte non l’hanno ritenuto all’altezza, ma nessuno ha mai bocciato un mio testo perché troppo “cattolico”, molte volte un mio testo è stato bocciato semplicemente perché era brutto.

Demetrio Paolin è nato nel 1974 e vive a lavora a Torino. Tra i suoi libri “Il mio nome è Legione” (Transeuropa, 2009), “La seconda persona” (Transeuropa, 2011) e “Una tragedia negata” (Il Maestrale, 2008). Scrive recensioni per Il manifesto e collabora con il Corriere della Sera.

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