Orlando e Agricane: raccontare un duello

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Finalmente ho capito perché da piccolo non mi piaceva l’opera dei pupi: i contendenti erano troppo simili tra loro. Non si capiva mai chi fosse l’eroe e chi l’avversario. Certo, sempre cavalieri sono e nel ciclo carolingio, poi, gli scambi di armature sono frequenti come quelli delle maglie tra calciatori. Ma anche Darth Vader e Obi Wan Kenobi sono entrambi cavalieri (jedi) però quando duellano li puoi distinguere senza problemi. Invece se cercate su Google “Duello tra Orlando e Agricane” vengono fuori immagini come questa, dove non è ben chiaro chi sia il paladino cristiano e chi il guerriero tartaro.

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Il duello tra Orlando e Agricane è uno dei passaggi più belli dell’Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo. Del povero Boiardo, vorrei dire, perché lui si mise lì, a macinare ottave onestamente, e tirò giù questo poema che magari ha una lingua un po’ pasticciata ma ha anche dei personaggi con uno spessore e una complessità che ai suoi tempi se li sognavano. Poi arriva Ariosto, zitto zitto, prende la storia lì dove Boiardo l’ha lasciata, fa pure il modesto (via, ho solo scritto la continuazione dell’Innamorato. È come Rambo IIRocky II e si sa che i sequel sono sempre meno riusciti dell’originale) e tira fuori l’Orlando furioso che è quel capolavoro che è. Il fatto è che Ariosto c’ha le ottave d’oro, gli escono così, da manuale e appunto lì finisce, sui manuali. L’Orlando furioso, infatti, oltre a essere un capolavoro, si presta bene a essere studiato. Come I promessi sposi: è una scuola di tecnica narrativa già pronta, basta solo smontarla e vedere come è fatta.

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Ma torniamo a puntare il nostro riflettore su Boiardo e sul suo Orlando innamorato. Il duello tra Orlando e Agricane, dicevamo. Orlando, innamorato cotto di Angelica, segue la donzella fino a casa e dopo una prima serie di peripezie (siamo già al canto diciottesimo del primo libro e Angelica abita nel Catai, non proprio dietro l’angolo) si ritrova ad affrontare Agricane re dei Tartari. La cosa che mi piace di più, nell’invenzione del Boiardo, è che i due campioni, dopo essersele date di santa ragione per tutto il giorno, si fermano a riposare. Provate a immaginare Achab che tra gli arpioni saettanti dice a Moby Dick: basta, sono stanco, vado sottocoperta e riprendiamo domani. Eppure è questo quello che succede alla trentanovesima ottava del diciottesimo canto dell’Orlando innamorato:

Ma poi che il sole avea passato il monte,
E cominciosse a fare il cel stellato,
Prima verso il re parlava il conte:
– Che farem, – disse – che il giorno ne è andato? –
Disse Agricane con parole pronte:
– Ambo se poseremo in questo prato;
E domatina, come il giorno pare,
Ritornaremo insieme a battagliare. –

La scena mi ricorda un po’ il duello, altrettanto senza esclusione di colpi, che si consuma tra Alberto Sordi e Monica Vitti in Amore mio aiutami, quando lei comprensibilmente stanca di prenderle e lui altrettanto stanco di darle crollano entrambi esausti sulla sabbia. Una battaglia che si sospende non per il raggiungimento di una tregua, ma per naturale esaurimento delle energie.

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E così ecco Orlando e Agricane, nemici fino a un attimo prima, che ora stanno sdraiati uno accanto all’altro sull’erba, «come fosse tra loro antica pace». Orlando, da bravo paladino cristiano, indica il cielo stellato e fa notare ad Agricane «il bel lavoro che fece la divina monarchia». Agricane, che sente odore di predicozzo, lo interrompe con una battuta ironica degna del genere eroicomico che si sarebbe sviluppato quasi due secoli dopo. Agricane dice a Orlando che ha capito che l’altro vuole conversare di temi profondi, ma:

Io de nulla scienzia sono esperto,
Né mai, sendo fanciul, volsi imparare,
E roppi il capo al mastro mio per merto;
Poi non si puoté un altro ritrovare
Che mi mostrasse libro né scrittura,
Tanto ciascun avea di me paura.

E prosegue dicendo che «dottrina al prete ed al dottore sta bene» ma un cavaliere deve soprattutto primeggiare in destrezza e forza corporea. Il duello tra Orlando e Agricane si sta trasformando letteralmente in una tenzone (dibattito, contrapposizione di diverse tesi). Posate le armi, i due continuano a battagliare opponendo le loro diverse idee di cavalleria: quella di Orlando, che è un tutt’uno con la nobiltà dell’animo e la difesa dei valori sacri, e quella di Agricane, che è agilità, astuzia e prestanza fisica.

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La conversazione prosegue. Scopriamo così che la lingua di Orlando è affilata quanto la sua spada («Ed è simile a un bove, a un sasso, a un legno / Chi non pensa allo eterno Creatore») e Agricane si rivela meno bestia di quanto voglia apparire («Ogni cavallier che è senza amore, / Se in vista è vivo, vivo è senza core. –»). Si confidano come liceali e viene fuori che sono entrambi innamorati della stessa compagna di classe, cioè, della stessa principessa. L’armistizio cessa di colpo e riprendono le ostilità.

Boiardo spende numerose ottave per descrivere la battaglia tra i due, non risparmiando i particolari cruenti. All’inizio Agricane è in vantaggio, ma dopo alcuni fendenti tocca a Orlando assestare il colpo esiziale.

Il crudel brando nel petto dichina,
E rompe il sbergo e taglia il pancirone;
Benché sia grosso e de una maglia fina,
Tutto lo fende in fin sotto il gallone:
Non fo veduta mai tanta roina.
Scende la spada e gionse nello arcione:
De osso era questo ed intorno ferrato,
Ma Durindana lo mandò su il prato.

Agricane sa di essere spacciato. La lama di Durindana (che belle le storie in cui le spade hanno un nome) lo ha quasi tagliato in due. Il re è cieco, pallido, ha i minuti contati. Qui accade una cosa che è facile liquidare come propaganda del tempo (era un’epoca in cui lo sconto di civiltà non era retorica giornalistica ma realtà), ma che Boiardo risolve con un paio di ottave particolarmente riuscite: Agricane chiede a Orlando di battezzarlo.

Da il destro lato a l’anguinaglia stanca
Era tagliato il re cotanto forte;
Perse la vista ed ha la faccia bianca,
Come colui ch’è già gionto alla morte;
E benché il spirto e l’anima li manca,
Chiamava Orlando, e con parole scorte
Sospirando diceva in bassa voce:
– Io credo nel tuo Dio, che morì in croce.

Batteggiame, barone, alla fontana
Prima ch’io perda in tutto la favella;
E se mia vita è stata iniqua e strana,
Non sia la morte almen de Dio ribella.
Lui, che venne a salvar la gente umana,
L’anima mia ricoglia tapinella!
Ben me confesso che molto peccai,
Ma sua misericordia è grande assai. –

Se sorvoliamo su quell’anima tapinella, che effettivamente suona un po’ stucchevole, va riconosciuto che i versi E se mia vita è stata iniqua e strana, / Non sia la morte almen de Dio ribella sono di grande bellezza, degni della Commedia. La conversione in punto di morte di re Agricane, insomma, ci appare ancora oggi come sincera e tutta la scena che ne segue con i due avversari che pregano insieme, tra lacrime, commozione e battesimi improvvisati alla fonte, chiude degnamente questa incredibile scena di combattimento.

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Non vorrei che si perdesse infatti l’unità narrativa che ci ha accompagnato dal canto diciottesimo al canto diciannovesimo lungo una manciata di ottave. Boiardo ha descritto un unico lungo duello tra due contendenti che dapprima se le danno, poi si concedono una poetica tregua notturna, poi ricominciano a darsele con più ferocia di prima. Il duello si chiude poi con un finale inaspettato: lo sconfitto Agricane è in realtà quello che si salva (in senso religioso) mentre il vincitore Orlando ha cominciato il suo lungo viaggio verso la follia.

Niente male per un’opera che è “solo” il prequel del Furioso.

5 pensieri su “Orlando e Agricane: raccontare un duello

  1. Tutto bello a parte la rima cuore-amore:
    «Ogni cavallier che è senza amore,
    Se in vista è vivo, vivo è senza core. -»
    Dovrebbe essere vietata per legge.

      1. Può capitare. Consolati però: il resto è molto ben fatto, arguto e brillante.

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