Il legno della croce, tra storia e mito

Riporto di seguito l’intervento che ho tenuto sabato scorso, 25 gennaio 2014, all’Officina Bombacarta che aveva come tema “il legno”. 

Frammento della Vera Croce conservato nel Tesoro della Hofburg (Vienna)
Frammento della Vera Croce conservato nel Tesoro della Hofburg (Vienna)

Ernst Florens Friedrich Chladni (1756-1827)
Ernst Florens Friedrich Chladni (1756-1827)

La prendo molto alla lontana e comincio a parlare della storia del legno della Croce a partire dalle ricerche di un fisico tedesco del Settecento, Ernst Chladni. In vita, Chladni non era molto considerato dalla comunità scientifica perché aveva una teoria sull’origine cosmica di alcuni minerali terrestri che all’epoca sembrava assurda. Oggi sappiamo invece che Chladni aveva ragione e i suoi studi sono alla base della ricerca scientifica sui meteoriti. Comunque a noi Chladni interessa soprattutto, in questo contesto, per i suoi esperimenti sulla vibrazione delle superfici.

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Chladni sottopose a vibrazione alcune lastre di vari materiali dopo averle ricoperte di sabbia finissima, scoprendo così che la sabbia si raccoglieva sempre in alcuni punti della lastra e mai in altri.

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Un’applicazione pratica di questi esperimenti fu trovata dai liutai e più in generale dai costruttori di strumenti musicali di legno. Ogni pezzo di legno ha le sue caratteristiche. Le linee di Chladni danno indicazioni su come lavorarlo per ottenere il suono migliore.

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Il legno insomma è qualcosa di vivo e di imperfetto. Ha la sua bellezza e i suoi nodi. La meraviglia delle venature e i buchi dei tarli. E’ una metafora dell’umanità. Siamo belli, ma difettosi. Non è casuale che Dio abbia deciso di far incarnare suo figlio proprio in quel tempo e in quel luogo della storia dell’uomo in cui sapeva che la morte che lo attendeva sarebbe avvenuta per crocifissione. Dunque, abbracciando un pezzo di legno.

Al di là del fatto che si creda o meno, la crocifissione di Gesù è un fatto storico. Dunque, è davvero esistita una croce di legno sulla quale Gesù è morto. Per illustrare i vari momenti della storia del legno della vera croce userò le immagini tratte dal ciclo di affreschi che Piero della Francesca dipinse tra il 1452 e il 1466 nella Basilica di San Francesco ad Arezzo.

Jacopo da Varazze (1228-1298), arcivescovo di Genova
Jacopo da Varazze (1228-1298), arcivescovo di Genova

Le fonti principali della storia della vera croce sono quelle che troviamo nella Legenda Aurea di Jacopo da Varazze, una delle più note collezioni di vite di santi.

Piero della Francesca, Morte di Adamo
Piero della Francesca, Morte di Adamo

La leggenda inizia con la morte di Adamo. Adamo, in punto di morte, chiede al figlio Seth di tornare al Giardino dell’Eden e chiedere all’arcangelo Michele l’olio della guarigione. Ma l’arcangelo gli consegnerà, invece, tre semi dell’Albero della Vita da deporre nella bocca di Adamo al momento della sua sepoltura. E’ il mistero della morte del primo uomo, che genera nei sopravvissuti una paura ancestrale e fino a quel momento sconosciuta (Era già morto Abele ma era stato ucciso, e di nascosto. Quella di Adamo è invece una morte pubblica e naturale). Una paura che solo la fede e la speranza possono far superare.

Piero della Francesca, Salomone e la Regina di Saba
Piero della Francesca, Salomone e la Regina di Saba

La leggenda prosegue con il ritrovamento del legno da parte di Re Salomone. I semi deposti nella bocca di Adamo sono infatti germogliati e hanno dato vita a un vero e proprio albero. Salomone ordinò che il tronco dell’albero venisse tagliato e utilizzato per la costruzione del Tempio di Gerusalemme, ma il legno ricavato risultava sempre misteriosamente o troppo lungo o troppo corto per l’utilizzo che se ne voleva fare (questo legno ribelle ricorda incredibilmente quello della favola di Pinocchio). Esasperati, gli operai decisero di gettare il legno nel fiume e utilizzarlo come un ponte di fortuna. Quando la trave venne attraversata dalla Regina di Saba, la donna riconobbe la vera origine di quel pezzo di legno e ne profetizzò l’utilizzo. Nel dipinto l’incontro tra Salomone e Saba vuole con tutta probabilità illustrare la breve, fragile pacificazione tra la Chiesa cristiana d’Occidente e quella d’Oriente (Concilio di Firenze, 1431-1445)

Piero della Francesca, Seppellimento della Croce
Piero della Francesca, Seppellimento della Croce

Salomone allora decide di sotterrare e nascondere il legno. Qui sono davvero ben visibili i “nodi” di Chladni. Ma al momento della condanna di Gesù la vecchia trave verrà rinvenuta dagli israeliti e utilizzata per la costruzione della Croce.

Piero della Francesca, Sogno di Costantino (particolari).
Piero della Francesca, Sogno di Costantino (particolari).

Dal mito si passa ora alla Storia. Il dipinto successivo nel ciclo di affreschi di Piero della Francesca, infatti, è quello del sogno di Costantino. Mentre marciava verso Roma per combattere contro Massenzio, Costantino e il suo esercito ebbero una visione, una croce di luce sopra il sole e la scritta “In hoc signo vinces”. La notte precedente la battaglia che si sarebbe consumata a Ponte Milvio (28 ottobre 312), Costantino sognò un angelo che gli ordinava di adottare come vessillo il segno della croce.

Ecco alcune fonti storiche contemporanee:

«Costantino nel sonno fu avvertito di iscrivere il celeste segno di Dio sugli scudi e di affrontare così il combattimento» (Lattanzio, “De mortibus persecutorum”, 316 d.C.)

«Allora in sogno gli si mostrò Cristo figlio di Dio con il segno che era apparso nel cielo e gli ordinò di costruire un oggetto a immagine del simbolo che si era palesato in cielo e servirsene in battaglia» (Eusebio di Cesarea, “Vita Constantini”, 337 d.C.)

Eusebio, in particolare, prosegue poi raccontando con quanto fervore Costantino diede disposizione affinché tutti dipingessero delle croci sugli stendardi e su ogni altro equipaggiamento militare.

Piero della Francesca, Vittoria di Costantino su Massenzio
Piero della Francesca, Vittoria di Costantino su Massenzio

Nel dipinto di Piero della Francesca, Costantino è al centro della composizione è la Croce che porta in mano è davvero piccola. E’ tra l’altro l’unica croce che compare nell’affresco e tuttavia è sufficiente a respingere le truppe di Massenzio che, secondo le fonti storiche, ammontavano addirittura al triplo rispetto a quelle dell’imperatore.

Piero della Francesca, Vittoria di Costantino su Massenzio (part.)
Piero della Francesca, Vittoria di Costantino su Massenzio (part.)

La “fortuna” della Croce come simbolo del Cristianesimo inizia qui. Per i primi tre secoli erano stati altri i simboli che indentificavano i cristiani, il pesce soprattutto, ma anche l’ancora o il grappolo d’uva. Dalla Battaglia di Ponte Milvio in poi, e in particolar modo con l’Editto di Milano, il cristianesimo diventa una religione tollerata dall’Impero – anzi Costantino se ne fa patrono – e la Croce diventa un simbolo che può essere esposto pubblicamente.

E quindi torna l’interesse per la vera Croce. Erano passati tre secoli dalla morte di Gesù e la topografia di Gerusalemme era completamente mutata. Qui c’è una ricostruzione dell’area del Calvario così com’era nel 33 d.C.

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Si vede lo sperone del Golgota con le tre croci e alla fine del filare di alberi il sepolcro di Giuseppe di Arimatea. Poi tutta l’area fu ricoperta dagli edifici dell’Impero, ma le comunità cristiane continuarono a preservarne la memoria.

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Secondo la leggenda fu Elena, madre di Costantino, a ritrovare la vera Croce, nel corso di un suo pellegrinaggio a Gerusalemme. Alcuni storici sostengono che Elena fosse cristiana ben prima della conversione di suo figlio. Probabilmente la croce fu ritrovata durante gli scavi delle fondazioni della chiesa che Costantino volle costruire sul luogo della Resurrezione, dove oggi sorge appunto – dopo una serie di vicissitudini che sarebbe troppo lungo qui elencare – la Basilica del Santo Sepolcro. Eusebio conferma che la Croce fu ritrovata insieme alle due croci dei ladroni, al titulus (cioè all’insegna con l’iscrizione del condannato) e ad alcuni chiodi.

Piero della Francesca, Ritrovamento delle tre croci
Piero della Francesca, Ritrovamento delle tre croci

Nel dipinto di Piero, Gerusalemme diventa Arezzo. A sinistra c’è la scena del ritrovamento mentre a destra c’è il momento in cui delle tre croci è necessario stabilire quale fosse quella di Gesù. Secondo la leggenda – anche se ce ne sono diverse versioni – la vera croce fu identificata grazie al fatto che resuscitò un cadavere (altre fonti dicono: restituì la salute a una moribonda, etc.).

Il Complesso Costantiniano (335 d.C.)
Il Complesso Costantiniano (335 d.C.)

Il complesso Costantiniano vede la luce nel 335 d.C. dopo dieci anni di lavori. Le cose tornano al loro posto: il tempio di Giove lascia posto alla rotonda dell’anastasis e il tempio di Venere viene sostituito dalla cappella che custodisce la reliquia della vera Croce.

Il dipinto di Piero è in realtà fuorviante. Sembra quasi che le tre croci furono trovate intatte e ancora montate a perpendicolo. Ciò che fu rinvenuto, invece, furono con tutta probabilità dei grandi frammenti di legno, dei pezzi di trave. Questa testimonianza della pellegrina Egeria ci fa capire come la reliquia della Croce fosse in realtà un pezzo di legno di dimensioni tali da poter essere sorretto da un solo uomo tra le sue braccia:

«Il vescovo era seduto sulla sua sedia davanti a una tavola coperta di un drappo di lino, mentre i diaconi gli si raccoglievano intorno. Venne preso il cesto argentato che fungeva da reliquiario, lo si aprì e sulla tavola fu collocato il sacro legno della Croce, assieme al Titulus […] Poi, una volta posto il legno sulla tavola, il vescovo, rimanendo seduto, prese saldamente nelle proprie mani le due estremità del sacro legno e le porse allo sguardo dei diaconi che gli stavano intorno. Tutti ci facemmo avanti uno alla volta, inchinandoci davanti alla tavola, poi baciammo il sacro legno e procedemmo oltre». (Egeria, Peregrinatio, 380 d.c.)

Nel 614 d.C. i persiani, guidati da Cosroe II, entrano a Gerusalemme. Durante il saccheggio non viene risparmiata neanche la chiesa del Sepolcro. La vera Croce entra nel bottino di guerra e viene caricata su una carovana verso Ninive. Secondo alcune fonti la Croce verrà custodita dallo stesso re Cosroe II nel suo palazzo a Dastkart.

Toccherà all’imperatore Eraclio, nel 622 d.c., sconfiggere i Persiani di Cosroe, riconquistare Gerusalemme e recuperare la Croce. Piero della Francesca dipinge una scena di battaglia violentissima e cruenta, quasi irreale, dove i guerrieri riempiono tutto lo spazio disponibile, con un senso di horror vacui.

Piero della Francesca, Battaglia di Eraclio e Cosroe
Piero della Francesca, Battaglia di Eraclio e Cosroe
Piero della Francesca, Esaltazione della Croce
Piero della Francesca, Esaltazione della Croce

Nel 629 d.C. Eraclio riporta la Croce a Gerusalemme. E’ l’ultimo dipinto del ciclo di Piero della Francesca. La testimonianza del vescovo Sebeos descrive efficacemente l’eccitazione con cui fu accolto il ritorno della reliquia in città:

«Eraclio rimise la Croce nella sua sede e collocò tutti gli oggetti della liturgia, ognuno al suo posto. Nessuno fu in grado di intonare gli inni divini a causa della profonda commozione che prese tutti gli abitanti della città». (Sebeos, Storia di Eraclio).

Termina il ciclo di affreschi e dunque la leggenda della Croce così come l’ha riportata Jacopo da Varazze. Ma c’è ancora un episodio. Tramontato l’impero Persiano c’è ora l’Islam all’orizzonte. Nel 637 d.C. Gerusalemme cade nelle mani del califfo Omar e da allora comincia un periodo tormentato per la città, funestata anche da alcuni forti terremoti. In questa fase della Croce si perdono le tracce.

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Nell’ambito della Prima Crociata (1096-1099) sarà Goffredo di Buglione a rimettersi sulle tracce della vera Croce sapendo che era stata nascosta all’interno della chiesa del Santo Sepolcro dal patriarca greco. Le fonti sono discordi, secondo alcuni sotto un pavimento, secondo altri dietro un muro, comunque la Croce fu ritrovata.

«In quel tempo, volle Iddio che un piccolo frammento della croce del Signore fosse ritrovato in un luogo segreto, dove era stato nascosto in tempi antichi da parte di alcuni sant’uomini. Questo frammento, ritagliato in forma di croce, e in parte coperto d’oro e d’argento, fu portato in processione fino al Sepolcro» (Fulcherio di Chartres, Historia Hierosolomytana, 1100)

Ma anziché custodire la Croce al sicuro, comincia qui l’uso di portarla in battaglia alla testa delle truppe. Nel 1187, al termine della battaglia di Hattin tra Crociati e Musulmani, le truppe vincenti di Saladino si impossesseranno della Croce. Da quel momento nessuno ne saprà più nulla.

Se è vero che nessuno sa dove sia oggi la vera Croce è anche vero che nel corso dei secoli molti frammenti sono stati staccati e conservati. Attualmente ne sono censiti oltre mille. Qui sulla mappa ne ho riportato una distribuzione approssimativa.

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Calvino, il teologo protestante, disse che «i presunti frammenti della vera Croce sono così tanti che se li si mettesse insieme non basterebbe una nave per trasportarli». Ma nell’800 uno studioso francese, Georges Rohault de Fleury, si prese la briga di contarli e misurarli davvero e vide che la quantità di legno in nostro possesso è assolutamente al di sotto delle dimensioni delle croci che usavano i romani all’epoca della morte di Gesù. Ci sarebbe qui da aprire un capitolo lunghissimo, dedicato all’autenticità delle reliquie, ma ovviamente non c’è tempo.

Mi limito allora a chiudere il mio intervento con una frase dello storico dell’arte inglese Kenneth Clark, il quale nel suo Civilisation: a personal view (1969) disse:

Dal nostro punto di vista quasi tutte le reliquie del mondo si fondano su affermazioni di nessun valore storico; e tuttavia, al pari di ogni altro elemento, anch’esse conducono a quel movimento e a quella diffusione di idee dalle quali la civiltà occidentale deriva parte notevole del suo valore.

Potremmo trasformare questa affermazione in: tutto ciò che ci fa crescere nella vera fede, anche se falso, è autentico.

Le planimetrie contenute all’interno del testo vengono da un breve ma interessantissimo documentario di Raffaella Zardoni (ATS Pro Terra Sancta) trovato su YouTube. La maggior parte dei dati storici e delle ricostruzioni deriva dal testo “Vera Cruz” di Andrea Cattaneo Della Volta Adorno (Book Time Edizioni, 2013). Per i riferimenti al ciclo di affreschi di Piero della Francesca mi sono rifatto invece a “Piero della Francesca: la leggenda della Vera Croce in San Francesco ad Arezzo” di Anna Maria Maetzke (Skira, 2000).

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