La formazione dello scrittore

Tra i libri che aveva mio padre ce n’era uno intitolato La nausea. Io credevo, senza ironia, che fosse un testo di medicina. Mi sembrava impossibile che qualcuno potesse dare un titolo del genere a un romanzo e forse fu proprio quello a incuriosirmi (più tardi avrei scoperto che Jean Paul Sartre voleva intitolare quel libro Factum sulla contingenza. Ma Gallimard, l’editore, disse: sei matto? Non venderebbe una copia!). Insomma lessi La nausea e fu come se un meteorite si schiantasse nel salotto di casa mia. Quella è stata la prima volta che ho pensato che la letteratura era un forma terribile e meravigliosa di magia. E che io volevo essere uno stregone. Volevo imparare anche io, con la sola forza delle parole, a scagliare meteoriti nei salotti degli altri lettori.

Partecipo anch’io alla serie La formazione dello scrittore su Vibrisse. Ecco il mio intervento completo.

Scrittori e cattolici: Simonetta Sciandivasci

simonetta_sciandivasciTi riconosci nella definizione di “scrittrice cattolica” e più in generale cosa pensi di questa classificazione?

Credo nei ruoli, non nelle classificazioni e meno ancora nelle definizioni. Il ruolo è una scelta che è sempre un’assunzione di responsabilità e in questo senso credo di potermi e dovermi riconoscere solo in quello di scrittrice: non me lo sono dipinto addosso, ma è un obbligo dato dal fatto che ho pubblicato un libro (cosa che non è un accidente, ma l’esito di una volontà precisa). La mia posizione sul cattolicesimo è meno lineare: non vado a messa, se non di rado, non prego, non ho alcun afflato mistico, ma Dio – non uno qualsiasi, non un’entità, ma il Dio cristiano e cattolico – mi entusiasma, mi appassiona. Credo sia la più riuscita opera d’arte dell’uomo. Questi, tuttavia, sono dati intellettualistici che non suffragano sufficientemente la fede. Ci si può sentire caratterizzati dalla fede se il suo veicolo è un’adesione di spirito, che però io – con rammarico – non sento. Per me vale l’esse est percipi: la verità è percezione. Non percepisco, purtroppo, Dio e questa è la più grave pecca che mi attribuisco. Tuttavia, mi sento determinata da Dio, anche se soltanto in un senso culturale, che ritengo opportuno difendere, ma che crea anche uno scarto tra me e Lui. La presenza di questo scarto mi impedisce di dirmi cattolica. Se lo fossi, tuttavia, non credo che mi riconoscerei nella definizione “scrittrice cattolica”: non intravvedo il ruolo conseguente e, se pure lo intravvedo, lo trovo respingente. La scrittura può e deve ammettere un relativismo in conseguenza del suo essere una delle espressioni della stessa realtà, può permettersi di eludere la ricerca della verità, per accedere alla quale la religione cattolica deve, invece, proporsi come la sola via percorribile. Su questa differenza si issa un equilibrio che non credo andrebbe spostato.

Esiste una corrente cattolica nella storia della letteratura italiana? Si può parlare di “romanzo cattolico”?

Se così fosse, commetteremmo l’errore di ascrivere al cattolicesimo un canone letterario o, peggio, di farne un genere. Esistono i romanzi. Che dentro ci sia Dio o vi si rilevi la sensibilità cattolica del suo autore, è un fatto da cui non deve e non può discendere una categorizzazione. Sarebbe come dire che il romanzo di un autore comunista è, ipso facto, un romanzo comunista. Esistono scrittori che si dicono cattolici: mi chiedo sempre se intendano ribadire semplicemente che sono scrittori e cattolici, o se scrivono per il cattolicesimo e la loro scrittura è da esso determinata, spronata. Se fosse vera quest’ultima ipotesi, nella dicitura “romanzo cattolico” dovremmo semplicemente far rientrare la raccolta dei loro libri? Mi sembrerebbe un’operazione povera di senso e struttura.

Come entra il tuo essere cattolica in quello che scrivi? Ritieni di avere qualcosa in più da dire rispetto agli scrittori non cattolici o lo vivi come un vincolo?

Essere cattolici non è un vincolo, ma vincoli comporta: il più importante di essi è credere in una sola verità, tanto per incanto e attrazione quanto per responsabilità. Proprio questa responsabilità toglierebbe alla scrittura narrativa la libertà che deve distinguerla dalla fede.

Essere una scrittrice significa anche entrare in relazione con editori, lettori, critici, giornalisti e altri scrittori. Se la scrittrice è anche cattolica le cose si complicano o si semplificano?

Non mi sono mai proposta come scrittrice cattolica, quindi non posso risponderti. Se lo avessi fatto, mi sarei aspettata una diffidenza maggiore da parte di chi avesse un’inquadratura diversa: in questo non avrei ravvisato nulla di censorio, ma solo un normale principio selettivo. È evidente che un editore tende a pubblicare un lavoro che sente più vicino alla sua idea di mondo: giusto o sbagliato che sia, lo ritengo naturale. Esistono, tuttavia, editori che non si limitano a pubblicare solo quello che sentono vicino a loro e quindi, in qualche modo, giustificabile. La questione si complica con i lettori, che spesso si aspettano una coerenza che un intellettuale, proprio in quanto tale, deve anche essere capace di scalfire, perché non esistono assoluti e ogni pensiero è perfettibile. La relazione con i lettori è quella più complicata e ovviamente condiziona anche quella tra scrittore ed editore: sono i lettori ad avere la tendenza a catalogare un autore e spesso lo fanno in modo arbitrario.

Simonetta Sciandivasci è nata a Tricarico (MT) nel 1985. Scrive per Il Foglio, Il GiornaleOff, Pagina99 e Donneuropa. Il suo primo libro, “La domenica lasciami sola”, edito da Baldini&Castoldi, è uscito a ottobre 2014.

Scrittori e cattolici: di che si tratta | tutte le interviste

Cori da stadio e colpi di tosse

Si potrebbero scrivere libri interi sulle differenze tra musica classica e musica leggera, sul piano tecnico e su quello storico. Ma se ci limitassimo a volerle mettere a confronto sul piano sociale, ecco che basterebbero due episodi come quelli qui descritti per spiegare tutto.

Fai click qui per scoprire i due episodi. Ne parlo nella mia consueta rubrica per le orecchie, sull’ultimo numero di Fili D’Aquilone.

Platania’s 115th Dream

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Un divertissement del 2008 sbucato fuori dallo sheol dei miei archivi. Il titolo è ispirato a questo. L’inizio del testo l’ho sognato davvero, il resto l’ho immaginato da sveglio. (FP)

1. Sono sul terrazzo della vecchia casa dei miei genitori. Insieme a me ci sono mia moglie e un mio collega, molto esuberante. Parla solo lui. Racconta buffi aneddoti di lavoro e gesticola con grande teatralità. In una delle rare pause, mia moglie si gira verso di me e dice, in modo che anche lui possa sentire chiaramente: «Sai, è proprio simpatico questo tuo collega». Il mio collega ricambia con uno sguardo di finta umiltà. Io sorrido, sono contento. Effettivamente lui è un tipo simpatico. C’è solo un piccolo problema: lui non è un mio collega. Anzi, a dirla tutta, non so proprio chi sia.

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Le singolari persone di Carvelli

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In Italia si legge poca poesia e io contribuisco al fenomeno. Mi capita raramente di aver voglia di leggere una raccolta di versi, anche quando mi viene consigliata da persone di cui mi fido. Spesso un verso incontrato per caso, magari in esergo a un testo di narrativa o twittato da qualcuno, mi accende la curiosità verso un’opera o un autore, ma poi, nella maggior parte dei casi, la cosa finisce lì. Premetto questo per onestà, perché sto per parlare, appunto, di una raccolta di poesie, Le persone di Roberto Carvelli, appena uscita per l’editore Kolibris di Ferrara.

Conosco Carvelli da molti anni e, in amicizia, capita spesso che ci si scambi reciprocamente i testi su cui stiamo lavorando per avere un giudizio. Così avevo letto alcune poesie de Le persone ben prima che venissero stampate (anzi, me le aveva lette lui stesso, in un dopocena a casa mia). Erano sembrate subito – a me lettore occasionale di poesia, lo ripeto – testi importanti nell’ambito della produzione dell’autore. Ora che le rileggo, nell’edizione definitiva, confermo quella prima impressione. E aggiungo: se in quasi tutte le opere in prosa di Carvelli c’è un’urgenza del narrare che dà leggerezza e dinamicità ai testi qui c’è una ponderazione nuova, un prendersi il tempo necessario, che rende la scrittura densa.

Ha ragione Claudio Damiani, nella prefazione al volume, quando dice «È come se Carvelli potesse parlare di noi solo attraverso le impronte che lasciamo». È proprio così: la forza di questi versi sta nella loro capacità di nominare le cose, ricostruendo attraverso esse un’immagine di noi.

Vi propongo un paio di poesie dalla raccolta, affinché vi facciate un’idea voi stessi.

La vestizione

Le persone nel mondo,
in questo preciso momento,
stanno rivelando,
a partire dai vestiti,
le loro condizioni di vita.
Chi si allaccia i gemelli dei polsini.
Chi verifica la tenuta
di uno strappo sui calzoni
che forse gli renderà
vergognoso qualche incontro.
Chi fa chilometri per lustrare a un fiume
biancheria che altri laveranno a pulsante.
Chi abbottona il gilè,
chi si arma di corpetti seducenti,
chi una tuta e di corsa al parco,
chi la talare,
chi una mimetica.
Uno vaglia la cravatta,
una si avvita in un burqa o un sari.
Qualcuno abbina i colori, qualcuno accoppia il possibile.
Uno incolla le suole
mentre un altro
calza cuoio nuovo.
Qualcuno prepara una cerimonia bianca,
uno veste un morto
togliendogli il pigiama di anni.
Un bambino rimane sporco
mentre un altro ostenta
un’affettazione adulta.
Un anziano deve farsi allacciare le scarpe,
un disabile fa manovre titaniche
di autosufficienza.
Vestaglie, pagliaccetti e pigiami
rimangono ai piedi del letto
mentre una tutina sporca
fa il suo ingresso
nel cestello della lavatrice.
Nel mondo,
mentre scriviamo
dei vestiti
parlano
al posto dei portafogli
comprovando
che non siamo tutti uguali.

L’apocalisse ha le ore contate

L’apocalisse ha le ore contate.
Le persone l’aspettano
compilando cruciverba,
sciogliendo rebus,
portando a volare gli aeroplani nei parchi,
facendo l’amore
con meccaniche ridotte
e disinteresse per il sudore.
L’aspettano al varco
lavorando all’uncinetto o a maglia,
cancellando dalla lista della spesa
la parola “limoni”,
appuntando “chiamare Piero”
sul frigorifero.
L’apocalisse
ha paura di questi gesti
che disinnescano ogni gravità.
Per non morire,
per resistere
al peso della fine,
è bene essere semplici
e fare quel che si farebbe
se si sapesse
che il mondo
non ha mai fine.

(Nell’immagine in alto: un fotogramma da «Acceptance» di Bill Viola, 2008)

Una lunga estate Gadda

Gadda on the beach

Gadda on the beach

Non so se si possa parlare di stagionalità degli scrittori, ma sono abbastanza certo di non aver mai letto una riga di Gadda al di fuori dell’estate. Per me Gadda è leggibile solo in quelle surreali ore postprandiali infilzate dal sole o in quelle notti passate tra il ronzio del condizionatore e quello delle zanzare. Se l’estate scorsa avevo riletto per la terza volta La cognizione del dolore quest’anno ho deciso di tentare per la seconda volta la lettura del Pasticciaccio.

Dopo la rilettura il mio primo giudizio resta immutato: la vicenda “gialla” non riesce ad appassionarmi, ma continuo a trovare incredibile l’uso del dialetto che Gadda fa in questo romanzo. L’impressione è sempre la stessa: è come vedere una persona che – per improvviso cedimento della panciera – offra al mondo la visione mortificante di un prolasso di trippe. È così: Gadda attacca un paragrafo con un italiano pulito, ai limiti del forbito, e poi – zac! – sbraca sul romanesco. Riporto exempli gratia uno dei primi paragrafi:

Al suo entrare, la Lulù, la canina pechinese, un gomitolo, aveva abbaiato: con molta stizza, anche: be’, lasciati i ringhi, gli aveva fiutato a lungo le scarpe. La vitalità di questi mostriciattoli è una cosa incredibile. Verrebbe voglia di accarezzarli, poi di acciaccarli. A tavola eran quattro: lui don Ciccio, i coniugi e la nipote. La nipote, però, non era quella dell’ultima volta, cioè del giorno di San Francesco, ma molto più giovine: appena uscita dall’infanzia. Quella dell’ultima volta, cioè a San Francesco, era una nipote per modo di dire; pareva una sposa di campagna, coronata di trecce nere, forte, ampia, da tener lei tutto il letto: certi occhi! un davanti! un didietro! Da sognarseli di notte. Questa qui era una ragazzina co la treccia appennolone, che annava a scola da le moniche.

Ma tra La cognizione e il Pasticciaccio per me c’è un abisso. E ho rafforzato un’impressione che avevo già avuto all’epoca di entrambe le prime letture (rigorosamente compiute d’estate, of course) e cioè che – dovendo scegliere – non avrei dubbi: il vero capolavoro di Gadda è La cognizione del dolore. Magari la prossima estate lo rileggo per la quarta volta.

 

 

22/11/’63

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Ho letto 22/11/’63 di Stephen King perché mi interessa l’argomento e alla fine mi sono reso conto che l’assassinio di JFK, benché al centro del vortice narrativo, resta un elemento minoritario del romanzo. Da lettore appassionato al tema la cosa mi ha un po’ deluso, da scrittore sono rimasto ammirato: non saprei spiegare meglio perché, ma mi ha sempre affascinato l’idea di scegliere un soggetto per un romanzo e poi ricamarci sopra centinaia di pagine che vanno in tutt’altra direzione. Spero di avere di fronte a me una carriera ancora sufficientemente lunga per coronare questo mio sogno.

Non sono un lettore assiduo di King, anzi, ed è possibile che quello che sto per dire venga smentito da kinghiani stellati, ma mi sembra che in questo romanzo lo scrittore americano abbia invertito il suo usuale schema narrativo che consiste nell’usare le categorie del fantastico per raccontare altro. In 22/11/’63, invece, King usa altro (l’assassinio di JFK, appunto) per costruire un racconto fantastico.

22/11/’63 è soprattutto la storia di amore attraverso i piani temporali che lega i due protagonisti del romanzo ed è anche una bella variazione sul tema “viaggi nel tempo”. Qui infatti (attenzione, quasi spoiler) viene proposta l’ipotesi che i viaggi nel tempo sono possibili (niente paradosso del nonno, dunque) ma che la Storia ha un forte istinto di conservazione e fa di tutto per impedire di essere modificata (dunque: se torni indietro nel tempo per uccidere tuo nonno probabilmente non ci riuscirai, non perché altrimenti sarebbe un paradosso, ma perché gli eventi congiureranno contro di te).

Ottocento pagine che si lasciano leggere, anche se lo stile di King – con tutta l’ammirazione che provo nei confronti di chi sa dominare trame fluviali – continua a lasciarmi insoddisfatto. Mi sembra che King si lasci un po’ troppo prendere la mano dal suo proverbiale keep it simple. Però c’è soprattutto una cosa che mi ha lasciato perplesso (e qui è proprio spoiler): nella postfazione King si dichiara certo, quasi al novantanove per cento, che Lee Harvey Oswald sia l’unico esecutore dell’assassinio di Kennedy. Non mi interessano le tesi di King, ma non posso fare a meno di notare che lo scrittore sia stato in qualche modo costretto a scegliere questa posizione: se ti metti in testa di scrivere un romanzo su un tizio che torna indietro nel tempo per sventare l’assassinio di Kennedy puoi uscirne fuori solo se accetti l’idea che quell’assassinio sia stato commesso da un uomo solo. Se il protagonista avesse invece dovuto sventare un intero complotto allora la mole narrativa sarebbe stata ingestibile, anche per uno come Stephen King. E dunque: keep it simple.