Bollettino beckettiano irregolare: va on line il venerdì, ma non ogni venerdì.
In questo numero:
Uno speciale su Carlo Fruttero;
Primo amore a Dublino;
Il primo festival mondiale beckettiano;
John Hurt su Krapp;
Il manoscritto di Watt.
Bollettino beckettiano irregolare: va on line il venerdì, ma non ogni venerdì.
In questo numero:
Uno speciale su Carlo Fruttero;
Primo amore a Dublino;
Il primo festival mondiale beckettiano;
John Hurt su Krapp;
Il manoscritto di Watt.
Leggo su Corriere.it che a Fontainebleu hanno rinvenuto un vero tesoro per gli studiosi del clima: una raccolta di rilevazioni meteorologiche datate dal 1787 al 1841. I documenti andranno ad aggiungersi a un già ricco archivio climatico che comprende tra i suoi materiali anche qualche curiosità, come alcune schede meteorologiche compilate da Jean-Paul Sartre. La notizia non mi sorprende: sapevo infatti che il grande filosofo esistenzialista aveva prestato servizio nell’esercito, durante la Seconda Guerra Mondiale, proprio come meteorologo.
All’epoca Sartre aveva già pubblicato il romanzo La nausea e la raccolta di racconti Il muro ma era sostanzialmente ancora sconosciuto. Il 2 settembre del 1939 raggiunge la caserma di Essey-lès-Nancy in Lorena. Per Sartre la Seconda Guerra Mondiale sarà sempre la drôle de guerre, la strana guerra. «Sono in prima linea, a portata dei cannoni nemici, a dieci chilometri dal Reno – annoterà Sartre nei suoi taccuini il 20 ottobre del 1939 – Ci sparerebbero addosso, se sparassero. E invece non sparano. Tutto qui».
Sartre viene assegnato al reparto meteorologia con il compito di eseguire rilevamenti quotidiani a uso dell’artiglieria. Insieme a lui tre colleghi, armati di barometri, palloni sonda e strumenti di precisione. Il gruppo avanza, ma sempre arretrato rispetto alla prima linea. La guerra, la strana guerra, è laggiù oltre l’orizzonte. Il nemico potrebbe arrivare da un momento all’altro, ma – come nel Deserto dei Tartari - non arriva mai.
«Eccomi soldato e applicato, ma non combattente – scrive Sartre al direttore della Nouvelle Revue Française Jean Paulhan - Lancio palloni come fossero colombe, vicino alle batterie d’artiglieria, e li seguo con il binocolo per determinare la direzione dei venti».
Lontano dai pericoli del conflitto e con molto tempo libero a disposizione, Sartre sfrutterà i suoi dieci mesi da soldato-meteorologo per studiare e scrivere. Riempirà quindici taccuini con riflessioni, poesie, annotazioni diaristiche, spunti per opere future. Di questi quindici quaderni sei sono giunti fino a noi (in Italia I taccuini della strana guerra sono stati pubblicati dall’editore Acquaviva nel 2002). Leggendoli si scopre come il grande affresco narrativo-filosofico dei Cammini della libertà (costituito dai romanzi L’età della ragione, Il rinvio e La morte nell’anima) sia nato proprio in questo periodo insieme all’affinamento della sua dottrina esistenzialista e della sua natura di nuovo umanesimo.
È sempre curioso scoprire la genesi delle intuizioni dei grandi pensatori e i Taccuini sono ricchi di queste radici. Un banale battibecco con un commilitone, scrupolosamente annotato con data 24 ottobre 1939 offre a Sartre lo spunto per riflettere compiutamente su alcuni concetti filosofici. L’aneddoto dell’alterco occupa poche righe cui seguono però dieci pagine fitte di riflessioni su motivo, movente, fine oggettivo e habitus delle cose.
(Nella foto: Jean-Paul Sartre soldato, 1939. La foto viene da qui)
Ieri, all’età di 86 anni, è morto Carlo Fruttero. Era noto soprattutto per i romanzi scritti in coppia con Franco Lucentini, ma Fruttero è stato anche direttore di collane editoriali e traduttore. Ed è soprattutto in quest’ultima veste che noi appassionati di Beckett lo ricordiamo. Carlo Fruttero, infatti, era il teatro di Beckett in lingua italiana avendo lo scrittore torinese tradotto pressoché tutta la drammaturgia beckettiana. Continua a leggere
Oggi voglio parlare di e-book. Lo so, siete senza parole per la mia bruciante originalità. Come mi sarà venuto in mente di parlare di un argomento di cui non parla nessuno? E bé, che volete farci, sono fatto così, mi piace sorprendere.
Insomma, alla fine anch’io mi sono procurato un e-book reader e ho cominciato a e-leggere. Prima di averlo tra le mani immaginavo che i benefici che ne avrei tratto sarebbero stati tutti legati a ciò che un e-book ha in più rispetto a un tradizionale libro di carta: possibilità di portarsi appresso una intera biblioteca dentro un aggeggio che pesa poche decine di grammi, possibilità di effettuare ricerche all’interno del testo, minor costo dei libri, annullamento dei tempi di distribuzione.
Tutto vero, ma oggi già posso dire che questo è niente rispetto ai veri benefici di cui sto facendo esperienza e che non hanno nulla a che fare con ciò che un e-book ha in più rispetto a un libro tradizionale e che riguardano invece tutto ciò che un libro di carta ha in meno rispetto a un e-book. Va bene, messa così sembra un paradosso da Alice nel paese delle meraviglie. Provo a dirlo in un altro modo.
(Pubblicato sul numero 35 di «Storie», giugno 1999)
La pellicola è vecchia, probabilmente non resisterà alla proiezione e si frantumerà come quegli spezzoni di film recuperati alla Cineteca di Roma. Ricciuti l’ha trovata per caso in un basso dei Quartieri Spagnoli. La famiglia che vive in quella casa, però, non vuole disfarsene. Il giornalista, che sta realizzando un documentario sul cinema muto napoletano, insiste: “Ma che ve ne fate? Non potete proiettarla, non potete vederla…”. Loro rispondono con tenerezza e ironia: “‘A tenimmo astipata… p’a notte ‘e Natale…”.
Quella pizza cinematografica la conservano davvero come le statuette del presepio, in cantina, sommersa dalla naftalina. Ricciuti la spunta per trentamila lire e corre al centro di restauro dove con cura archeologica visiona, fotogramma per fotogramma, la pellicola. E’ un film del 1911, intitolato La sartina di Montesanto, tratto da un romanzo popolare di Mastriani. Ad un tratto, in una sequenza, appare una giovane attrice, magrolina, eppure dal volto serio, quasi marziale: è Tina Pica, giovanissima, in quello che è molto probabilmente, il suo debutto cinematografico. Il ruolo, inevitabilmente, è quello della cameriera.
Apparso per la prima volta sul blog «Vibrisse» nel 2006.
Leggere un libro per me significa riuscire a gestire quattro oggetti.
Il primo oggetto è il mio paio di occhiali. Porto gli occhiali da quando andavo in terza elementare. Li considero un’estensione del mio corpo. Quando me li tolgo mi sento nudo (spesso, quando me li tolgo, sono nudo). Li ho quasi sempre con me: davanti al computer, quando passeggio, al cinema, mentre cucino e mangio. Dopo un po’ che leggo, invece, sento il bisogno di toglierli. Allora li metto sopra la testa. Immediatamente mi viene voglia di grattarmi la porzione di pelle tra gli occhi e l’attaccatura dei capelli, quella che – fino a quel momento – era stata coperta dalla stanghetta degli occhiali. È un piacere tutto fisico, che fa respirare meglio, come quando ci si toglie un paio di scarpe strette o si cambia posizione per continuare a dormire.
Senza occhiali, mi accorgo che la distanza che avevo messo tra i miei occhi e il libro non va più bene. Dal momento che sono miope, devo avvicinare il libro ai miei occhi. Così posso continuare a leggere.
Dopo un po’, però, comincio a pensare che gli occhiali, lì sulla mia testa, non siano al sicuro. Allora li tolgo e li appoggio da un’altra parte. Magari sul comodino o sul tavolinetto. Qualche volta li appoggio sulla mia pancia.
In ogni caso, arriva il momento in cui mi rendo conto che è meglio se leggo con gli occhiali. Così li inforco di nuovo. Adesso il libro è troppo vicino, lo allontano un po’ e continuo a leggere.
Einaudi fa tornare in libreria Malone muore, capitolo centrale della trilogia romanzesca di Samuel Beckett (preceduto da Molloy e seguito da L’innominabile). La traduzione è di Aldo Tagliaferri ed è la stessa dell’edizione Einaudi del 1996, per la collana NUE, ormai introvabile.
Quando diedi vita a www.samuelbeckett.it quella di Malone muore fu una delle prime schede critiche che scrissi, anche se basata sulla traduzione di Giacomo Falco, risalente agli anni Settanta del secolo scorso. Mi sembra ancora buona per incuriosire chi questo romanzo non l’ha ancora letto e vuole capire che luce c’è tra quelle pagine.
Malone muore per me è sempre stato l’anello debole della catena, senza voler dare con questo nessun giudizio di valore. Anzi, nella poetica beckettiana, l’aggettivo “debole” può assumere significati insospettati. Non siamo più nella camera di tortura della fabula dove Beckett aveva seviziato la trama di Molloy, non siamo ancora nelle regioni estreme della prosa con L’innominabile. Siamo nel letto di morte di Malone, che – come i futuri personaggi di Finale di partita - sta per morire, sta per finire e non finisce mai. Siamo lì. Siamo in bilico. Siamo il bilico. Forse proprio per questo stato di sospensione, in cui già si percepisce il vuoto ma si è ancora con i piedi per terra, Malone muore, dei tre, è il romanzo che mi emoziona di più.
Che poi la Trilogia non sia di fatto una trilogia lo dice bene Gabriele Frasca nella sua ennesima perfetta prefazione (nell’attuale panorama italiano Beckett non poteva augurarsi un curatore migliore). La chiamiamo trilogia per convenzione ma Beckett non ha mai pensato a queste tre opere come parte di un trittico e in Francia i tre romanzi sono sempre stati pubblicati separatamente.
Malone, insomma, torna a morire per noi in una nuova edizione. Cito dalla prefazione di Frasca:
Così vanno le cose per l’oggetto che avete fra le mani: un libro non finisce, siete magari voi a finirlo, ma non lo finite mai una volta per tutte, e non appena lo richiudete, siatene certi, non può che tornare in attesa di finire ancora. Dovreste incenerirlo una frase dopo l’altra con lo sguardo, perché possa morirvi sul serio sotto gli occhi. Sono considerazioni queste banali, sebbene gelate nel loro umorismo sterniano, che valgono per tutto ciò che rimettiamo in circolo, una pellicola o una bobina o un disco o un file, e persino per la performance di un aedo, macchina a suo modo fondante di ogni istituto narrativo, se non altro per quanto parrebbe più di ogni altra incarnata; perché la pratica di giustiziare i messaggeri non apena consegnato il messaggio non solo è assai dispendiosa, ma non è detto che garantisca l’auspicato collasso d’informazione.
(Pubblicato sul n. 20 di «Storie», 1996)

Tra cinque minuti quella porta si aprirà e mi verranno a prendere. È mezzanotte meno cinque e loro sono sempre puntuali. Ma io non ho paura: ho preso la mia decisione e poi, ormai, è la decima volta che recito questa scena.
È il 12 aprile del 1948. Sono sul palco del teatro Antoine di Parigi, la Parigi che ha accolto con turbamento Le mani sporche, il nuovo dramma di Sartre. Nel buio della platea posso intuire i volti concentrati del pubblico. Si sono appassionati al dramma interiore di Hugo, il mio personaggio, e probabilmente molti di loro non hanno compreso completamente il significato che l’autore intendeva dare alla sua opera.
Siamo arrivati al punto in cui Olga vuole convincermi che per me c’è ancora speranza. Lei, la stessa che due anni fa convinse i dirigenti del partito che ero l’uomo giusto per uccidere Hoederer. Hoederer era il segretario del Partito Comunista Illirico. Voleva riunire il comitato per proporre un accordo tra i proletari, il governo di destra e il Pentagono con la spartizione del potere alla fine della guerra. Ma questo ai maggiori esponenti del partito sembrava un compromesso inaccettabile. Decisero di eliminarlo.
Serviva un volontario. Io ero un intellettuale ambizioso, un anarchico esuberante. lo ero giovane. Come nome di battaglia mi ero scelto Raskolnikov. “È uno che uccide” rispondevo a chi mi chiedeva cosa significasse. Credevo che uccidere fosse un modo come un altro per dimostrare a me stesso e al mondo di essere vivo. Hoederer più tardi mi avrebbe detto “gli uomini li detesti perché detesti te stesso, la tua purezza assomiglia alla morte, e la rivoluzione che sogni non è la nostra: tu non vuoi cambiare il mondo, vuoi farlo saltare”. Aveva ragione lui, me ne rendo conto solo ora.